Ticino
16.07.2019 - 06:000

Trecento canyonisti al giorno: le regole e chi non le sa

L'ultimo infortunio domenica a Lodrino. Luraschi (Polizia lacuale): 'Il problema sono le società estere che da quest'anno possono operare come indipendenti'

Prima il sorvolo, poi il soccorritore che viene calato con il verricello nella gola per recuperare qualche sventurato canyonista. Nelle regioni in cui i corsi d’acqua sono particolarmente apprezzati dagli appassionati di canyoning è diventata ormai abitudine scorgere la Rega che interviene per recuperare dai riali persone acciaccate per qualche salto finito male. L’ultimo caso domenica, quando un torrentista spagnolo si è infortunato in Valle di Lodrino poco prima delle 15, mentre stava scendendo dal riale assieme alla comitiva di altre sei persone (tutte di nazionalità spagnola). L’uomo, sulla quarantina, si è infortunato “saltando in un pozzo”, si legge nel comunicato della Rega. “Il recupero del paziente è stato molto impegnativo perché è stato necessario calare il medico con il verricello 65 metri più sotto, all’interno di una stretta gola. A complicare le cose – specifica la Guardia aerea svizzera – la presenza in zona di cavi dell’alta tensione, che rappresentano un serio pericolo” per l’elicottero. «L’intervento si è svolto in piena sicurezza – precisa Federica Mauri, portavoce Rega –. È chiaro però che il territorio ticinese, in generale, richiede precisione da parte del pilota e della squadra chiamata a intervenire in caso di infortunio. Serve molta professionalità per calare una persona in una gola stretta, con visibilità limitata a causa delle piante, tenendo l’elicottero fermo in volo stazionario 65 metri più sopra». Nel caso più recente è sceso il medico, mentre se l’intervento è più complesso la Rega fa capo a specialisti del canyoning, alpinisti volontari chiamati a mettere in sicurezza paziente e soccorritori.

Un intervento complicato non significa per forza ferite gravi, anzi. «Nel 2018 abbiamo avuto una quindicina di infortuni, e nessun decesso – fa sapere Marcel Luraschi, capo della Sezione lacuale della Polizia cantonale –. Considerato che in Ticino nel corso dell’anno passano tra i ventimila e i trentamila canyonisti gli incidenti sono davvero pochi». Numeri davvero impressionanti: «Da metà maggio a fine ottobre abbiamo in media 300 persone al giorno nei torrenti». Sarebbe impensabile non fissare delle regole, come quella dell’obbligo di chiamare all’infoline delle rispettive centrali idroelettriche prima di avventurarsi in canyon con captazione artificiale. Per legge inoltre è stato vincolato l’orario in cui è possibile svolgere l’attività: dalle 8 alle 22. E da quest’anno è pure data facoltà alle aziende idroelettriche di decidere di vietare l’entrata in un corso d’acqua, “accendendo” il semaforo rosso. «Se qualcuno, nonostante il divieto, accede comunque al torrente possiamo intervenire – aggiunge il capo della Lacuale –. La multa per la contravvenzione può arrivare fino a diecimila franchi». Nessun caso finora, data anche la recente introduzione della norma nel regolamento della Legge sullo sport.

Col semaforo dal verde al rosso

Il sistema dei semafori verde, arancione e rosso permette alle aziende idroelettriche di aggiornare i canyonisti sulle condizioni dei riali. La maggior parte dei giorni l’accesso ai torrenti ha semaforo verde: la portata dell’acqua è minima, non sono previsti travasi, le condizioni meteo sono buone. La gradazione passa all’arancione quando la quantità di acqua nel fiume è superiore alla media. «In questi casi significa che la guida deve prestare particolare attenzione – precisa Luraschi –: non può portare in acqua principianti o gruppi troppo numerosi». Con il semaforo rosso invece il divieto è assoluto, poiché il rischio di aumento improvviso del torrente è troppo alto. «I fattori sono diversi e vengono ponderati dalle aziende idroelettriche in base ai lavori previsti e alle condizioni meteorologiche, perché ad esempio un temporale può innescare rilasci d’acqua dai bacini di accumulazione».

Se il tavolo di lavoro ad hoc istituito questa primavera lavora «molto bene» sulla base della «buona collaborazione» di tutti gli attori coinvolti (dalle agenzie di canyoning ai pescatori), il problema è rappresentato dalle società estere provenienti da Ue/Aels che in base alle nuove normative possono operare come indipendenti per 90 giorni. «Prima era vietato, ora possono praticare in Svizzera – spiega Luraschi –. Il problema è che non conoscono il territorio e i relativi pericoli. Quest’anno se ne sono già annunciate poco meno di una decina». Società difficili da intercettare a livello di prevenzione, poiché spesso si tratta di gruppi in arrivo dall’estero. «Stiamo preparando un flyer dettagliato da distribuire nei camping affinché le informazioni giungano 

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