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27.07.2018 - 06:00
di Aldo Bertagni

Poliziotto agente di polemica

La promozione a sergente maggiore, già condannato per istigazione alla discriminazione razziale, anima il dibattito

«Ha pagato, si è pentito ed è un bravo agente. Nulla impedisce la sua promozione». Eh no, troppo semplice. «La divisa va indossata con dignità e chi inneggia a Mussolini e Hitler non può essere promosso di grado». La nomina a sergente maggiore del poliziotto che due anni fa postò su Facebook frasi di stampo fascista e nazista continua a far discutere e dividere anche chi ha sulle spalle anni e anni d’importante carriera nel settore come Giorgio Galusero, ex tenente della Polizia cantonale e oggi deputato Plr in Gran Consiglio, e Michele Sussigan, già presidente della Federazione svizzera funzionari di polizia, sezione Ticino.

Lo diciamo subito, la questione coinvolge aspetti etico-istituzionali, perché il regolamento specifico (vedi articolo a lato) permette la promozione di un agente se la pena espiata è lieve (nel caso in questione si è trattato di 90 aliquote) e se la stessa risale ad almeno due anni prima. Detta altrimenti, è “degno” di promozione un agente che ha manifestato idee antidemocratiche? “Ma di chi stiamo parlando? Di una persona pericolosa che mette a rischio la sicurezza dei cittadini? O di un agente di polizia – scrive Sussigan ai media – con oltre trent’anni di servizio passati la maggior parte sulle nostre strade, a volte con incarichi importanti e delicati d’indagine, a volte con compiti di responsabilità. Perché è di questo che stiamo parlando, non di un fanatico pericoloso”. Certo, «ma il fatto stesso che l’agente in questione abbia scritto quello che ha scritto su Facebook dopo almeno 25 anni di carriera è, a mio avviso, un’aggravante che peggiora e non assolve le frasi penalmente giudicate» ribatte Galusero, da noi invitato a esprimersi sul caso. Ma ha sbagliato e l’ha riconosciuto – insiste Sussigan –, è stato sanzionato e ha accettato la pena. Non solo. “Conosco da tempo il collega e ricordo con piacere il lungo periodo di quasi un decennio durante il quale è stato mio collaboratore”. In tutto questo tempo, aggiunge il commissario capo, “ho apprezzato il suo approccio concreto e diretto con le persone, indipendentemente dalla razza, dall’etnia, dalle fede e dal censo, con una sensibilità particolare verso le persone deboli e indifese”. E conclude: scontata la pena per un reato minore, pentito sinceramente e dimostrato d’aver imparato la lezione, chiunque non ha forse “diritto al perdono”? Giriamo la domanda a Galusero. «Io resto comunque perplesso perché non si può far finta di niente. Anche se sono passati due anni restano cose che un poliziotto non dovrebbe fare. La promozione vuol dire anche responsabilità verso altri agenti». La dignità della divisa viene prima di ogni considerazione. «Oltretutto stiamo parlando di un agente con una lunga attività di servizio alle spalle. Non si tratta di un giovane, diciamo così, un po’ esaltato e sopra le righe. Non va dimenticato poi che ogni poliziotto rappresenta le istituzioni e dunque deve difendere questa immagine, non offenderla». Categorico Jacques Ducry, già procuratore pubblico e docente alla Scuola dei gendarmi, oggi deputato cantonale eletto come indipendente nella lista Ps: «Gli agenti promettono fedeltà alla Costituzione ticinese che promuove la tolleranza. Ognuno è libero di avere le proprie idee, ma deve essere coerente con il ruolo svolto – ci dice Ducry – e la coerenza, a questo proposito, deve dimostrarla anche l’autorità di nomina, vale a dire il governo. La promozione? È scandaloso, perché così facendo si banalizzano le camere a gas».

Articolo 6: premesse per l’avanzamento 

Dati importanti emergono da una verifica sul “regolamene concernente i gradi e le promozioni presso la Polizia cantonale”, indispensabili per una buona comprensione del processo istituzionale che ha portato alla contestata promozione dell’agente condannato due anni fa per i suoi commenti razzisti su Facebook. Il primo articolo del citato documento determina l’oggetto: “Il presente regolamento definisce i gradi e i percorsi di promozione degli agenti della Polizia cantonale”. Il secondo invece distingue tra le promozioni per anzianità per i titolari di “funzioni senza responsabilità particolare di condotta” che sono conferite senza concorso; e “le funzioni con responsabilità di condotta o specialistiche” (tra le quali il grado di ‘sergente maggiore’) che sono assegnate tramite concorso.
È in particolare l’articolo 6 “premesse per le promozioni a funzione con condotta” a stabilire la correttezza, dal punto di vista formale, della decisione della Polizia cantonale, ratificata dal Consiglio di Stato, di promuovere l’agente a ‘sergente maggiore’ nonostante i suoi precedenti penali. Mentre il punto 3 stabilisce che una condanna per reati gravi o con colpa grave rappresenta, di regola, un motivo di esclusione da un concorso, al capoverso 4 si legge che: “In caso di condanna iscritta a casellario per reati di lieve entità o con colpa lieve, rispettivamente sanzioni disciplinari comminate negli ultimi 2 anni dal giorno della scadenza del concorso, la Commissione disciplinare interna della Polizia cantonale decide se essi rappresentano motivo di esclusione dalla selezione per un concorso a una funzione superiore”. Ergo: in un caso come questo spetta alla commissione disciplinare interna decidere se un agente con tali antecedenti debba essere escluso o meno dalla selezione. «La scelta è stata fatta a fronte delle capacità professionali dimostrate dall’agente nell’ultimo periodo della sua attività – spiega Renato Pizolli, portavoce della polizia – e in ragione del fatto che ha scontato le sanzioni comminategli, sia amministrativamente sia penalmente»; dichiarazioni che confermano, di fatto, che è stata la commissione disciplinare della ‘Polcant’ a ritenere ammissibile la candidatura per essere promosso a una funzione superiore dell’agente condannato nel 2016 per ‘istigazione alla discriminazione razziale’.
Chiarito l’aspetto istituzionale, la questione si pone ora sul fronte politico: ma l’intero Consiglio di Stato era a conoscenza dei precedenti dell’agente indicato dalla Polizia cantonale prima di ratificare la promozione a ‘sergente maggiore’? Il dossier resta aperto.

La comunità ebraica chiede spiegazioni

“Il fatto che siano ormai trascorsi due anni dalla condanna non cambia nulla, poiché non si era trattato di uno scivolone verificatosi solo una volta, bensì di un orientamento più volte palesato che può influenzare il suo modo di pensare e agire nell’ambito della sua funzione lavorativa”: lo sostiene la Federazione svizzera delle comunità israelite (Fsci) in una lettera indirizzata al consigliere di Stato Norman Gobbi. Per i firmatari del testo “l’attività di un agente di polizia non è compatibile con la celebrazione di Adolf Hitler e Benito Mussolini e nemmeno con l’appello agli svizzeri a riprendere le armi perché si è in guerra con gli stranieri”. La Fsci si dice “preoccupata” non solo per la promozione a sergente maggiore del poliziotto che due anni fa era stato condannato per ‘istigazione alla discriminazione’. Ma dal fatto stesso che l’agente in questione abbia continuato a operare all’interno delle forze dell’ordine dopo la condanna. La federazione israelita ritiene l’avanzamento di grado un “segno inquietante” e richiede spiegazioni a comando di polizia e governo ticinese. 

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