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18.06.2018 - 10:160

L'inchiesta è chiusa

Domani stacca. Il procuratore generale John Noseda va in pensione. E sulla vigente procedura penale avverte: ‘Il formalismo eccessivo può trasformare la giustizia in non giustizia’.

Stacca il 19 giugno. Definitivamente. Quello di domani sarà per John Noseda l’ultimo giorno in veste di procuratore generale. Andrà in pensione. Per raggiunti limiti di età, avendo compiuto (in marzo) 70 anni: una vita spesa tra l’avvocatura, la politica – è stato fra l’altro deputato socialista al Gran Consiglio per vent’anni – e la magistratura. Sostituto procuratore pubblico sottocenerino dal 1973 al ’79, nel 2011 rientra al Palazzo di giustizia di Lugano. Come capo del Ministero pubblico. «Questi sette anni e mezzo sono volati, non esagero. Sarà perché ho messo molta passione in un lavoro che attraverso le inchieste penali mi ha permesso di conoscere anche realtà e dinamiche sociali che altrimenti non avrei mai scoperto», dice seduto alla scrivania del suo ufficio al pianterreno del Palazzo. Qui ha interrogato imputati e testimoni, ha redatto atti, decreti d’accusa e decreti d’abbandono, ha preparato requisitorie e ricorsi. Ora lo attende il Giappone, dove trascorrerà una lunga vacanza. «La prima vera vacanza che faccio dai tempi della maturità liceale». E poi? «Salute permettendo, lo studio e qualche pubblicazione su temi riguardanti la criminologia e la filosofia del diritto». Tanto per restare in tema, anche in pensione.

Incontrando i giornalisti all’indomani della sua elezione a procuratore generale, lei aveva dichiarato: ‘Intendo attuare la necessaria riorganizzazione del Ministero pubblico e consolidarla. Il che comporterà del tempo. Fino a 70 anni quindi so cosa fare.’ Missione compiuta?

Nel 2011 con l’entrata in vigore della procedura penale unificata sul piano federale – per intenderci, un solo codice per tutti i cantoni – la riorganizzazione del Ministero pubblico, come delle altre autorità giudiziarie ticinesi, era un passo obbligato. Ebbene, ritengo che l’adeguamento delle modalità di lavoro della Procura alle disposizioni della procedura del 2011 sia riuscito. E ritengo che queste modalità si siano consolidate. Con una precisazione.

Prego.

Vi è stato un non indifferente onere di lavoro supplementare per il fatto che il codice federale, rispetto a quello previgente cantonale, ha esteso in maniera abbastanza importante le garanzie dell’imputato. Garanzie più formali che sostanziali, secondo me. I difensori, per esempio, devono essere presenti agli interrogatori dei loro assistiti fin dall’apertura del procedimento (alludo al cosiddetto avvocato della prima ora), possono partecipare a tutte le fasi dell’inchiesta, vanno informati di ogni atto istruttorio compiuto e via dicendo. Tutto ciò ha prodotto e produce anche ‘carta’. In altre parole, ha provocato pure un eccesso di lavoro amministrativo, che non è stato però accompagnato da un adeguato potenziamento del Ministero pubblico in termini di risorse umane. Anche per le misure di risparmio adottate in questi anni da governo e Gran Consiglio per risanare i conti pubblici.

Sul capitolo potenziamento torneremo fra un attimo. Lei aveva coordinato il gruppo di lavoro incaricato dal Consiglio di Stato di valutare gli adattamenti della legislazione cantonale al nuovo codice federale di procedura penale. In un’intervista rilasciata nel 2008 alla ‘Regione,’ qualche mese dopo la consegna del vostro rapporto al governo, aveva richiamato il rischio derivante da un garantismo accentuato: quello di una giustizia lenta e costosa.

E così è stato. Con l’introduzione dell’avvocato della prima ora sono lievitati i costi, a carico del Cantone, delle difese d’ufficio. E in generale i tempi delle inchieste si sono allungati. Prendiamo il caso di uno spacciatore di droga: anche se questi è reo confesso, il suo difensore ha il diritto di partecipare all’interrogatorio delle decine e decine di consumatori che da quello spacciatore hanno acquistato la sostanza stupefacente e porre a sua volta delle domande. Con il codice di procedura ticinese il contraddittorio poteva essere concesso solo quando il difensore, letti i verbali delle audizioni di coimputati o testimoni, contestava questa o quella dichiarazione. Le garanzie sono sacrosante, ci mancherebbe altro. Ma un garantismo spinto e un formalismo eccessivo rischiano di trasformare la giustizia, rallentandola, in non giustizia. Lo dico con riferimento alle vittime di reati, soprattutto alle vittime che, disponendo di scarsi mezzi finanziari, non possono sostenere a lungo le spese di patrocinio. Ricordo comunque che il Cantone ha introdotto, nel limite delle sue competenze, qualche correttivo, ad esempio per contenere i costi delle difese d’ufficio. Ma eventuali correttivi incisivi vanno decisi a Berna: l’attuale procedura penale è appunto una legge federale.

Dato il contesto normativo odierno e a proposito di potenziamenti, di cosa ha bisogno oggi il Ministero pubblico?

Per rispondere a questa domanda, occorre dapprima considerare evoluzione e tendenze della criminalità in Ticino, proprio per individuare i settori della magistratura inquirente che hanno bisogno di rinforzi e giustificarli così anche agli occhi dei cittadini, dei contribuenti.

E al riguardo lei ha insistito a più riprese sulla necessità di rafforzare la lotta contro gli illeciti finanziari...

Perché in questi ultimi anni abbiamo registrato un consistente incremento di tali reati. Un aumento da ricondurre anche alla crisi economica: in certi casi, essendoci meno denaro liquido in circolazione, il ‘buco tappa buco’ non è più possibile.

Reati finanziari che non sembrano destare quell’allarme sociale che invece suscitano rapine e furti con scasso.

Eppure gli effetti di truffe e malversazioni possono essere devastanti per le parti lese. Abbiamo persone che hanno visto bruciare gran parte dei loro risparmi a causa dell’agire di operatori finanziari senza scrupoli. Abbiamo lavoratori con salari da fame e che sono inoltre ‘scoperti’ sul piano assicurativo perché i sedicenti imprenditori di cui sono alle dipendenze non versano i relativi contributi, danneggiando così anche lo Stato e di riflesso l’intera collettività. Abbiamo fornitori di ditte che non vengono pagati e che per questo rischiano di chiudere. E abbiamo, passando agli autori di reato, soggetti che si installano in Svizzera per compiere, abusando anche dell’efficienza dei nostri servizi bancari, truffe a livello internazionale. Che sovente sono messe a segno e/o tentate con l’ausilio dell’informatica, il che complica ulteriormente indagini già complesse. Sarebbe allora auspicabile che, previa modifica legislativa, casi particolari in cui l’informatica è usata per occultare o trasferire fondi provenienti da reati commessi in più Paesi vengano attribuiti al Ministero pubblico della Confederazione, che nell’ambito della collaborazione giudiziaria internazionale può contare su mezzi e contatti maggiormente performanti dei nostri.

Sempre in materia di illeciti finanziari, come magistrati inquirenti notate dell’altro in Ticino?

Assai spesso ci imbattiamo in società prive di capitale, costituite soltanto per coprire opera- zioni illegali. È allora indispensabile e urgente rivedere anche, a livello federale, la regolamentazione del sistema societario. Attualmente purtroppo i controlli preventivi sono limitati. E così chiunque ha la possibilità di acquistare con una modica spesa uno strumento societario per commettere reati. Lo vediamo in particolare nella raccolta di fondi. Inoltre, complice la crisi, è salito il numero dei fallimenti. Ma nel contempo è aumentato anche quello dei reati fallimentari. Ci sono poi dissesti ‘programmati’. Si chiude e si apre una nuova società, con fornitori della ditta fallita non pagati e con oneri sociali non versati. Insomma, la lotta ai reati economico-finanziari è oggi una priorità in Ticino. Se lo Stato non intensifica l’azione di contrasto, finisce pure per legittimare forme di concorrenza sleale ai danni di imprese serie e solide, che per fortuna sono ancora la maggioranza delle società attive sul nostro territorio. La lotta agli illeciti finanziari è ora una priorità soprattutto in un cantone dove una parte importante della sua economia si fonda sul settore terziario. Un settore che per attrarre investimenti sani e iniziative valide a beneficio della collettività deve essere assolutamente preservato da azioni illecite.

Rifaccio allora la domanda: di cosa ha bisogno oggi il Ministero pubblico?

Di personale specializzato nella ricostruzione dei flussi finanziari dei casi oggetto d’inchiesta e che sia in grado di svolgere indagini una volta formato per questo compito. Non parlo necessariamente di magistrati. Parlo di giuristi, di economisti e di analisti che possano coadiuvare i procuratori pubblici nei procedimenti per reati finanziari. Che vadano a rinforzare non solo il Ministero pubblico, ma anche la Ref, la Sezione reati economico-finanziari della Polizia giudiziaria.

Questi rinforzi non sarebbero però a costo zero.

Si tratterebbe di un investimento. La spesa verrebbe recuperata grazie a un’accresciuta attività preventiva, che ridurrebbe eventuali importanti danni e costi per lo Stato cagionati dalla commissione di reati e grazie a un’accresciuta attività repressiva, che si tradurrebbe anche in entrate per lo Stato in termini di confische. Confido pertanto nella lungimiranza del governo e del Gran Consiglio, alla luce pure della migliorata situazione finanziaria delle casse cantonali. Aggiungo che il potenziamento al quale ho accennato – e che un gruppo di lavoro di cui ho fatto parte ha quantificato in un rapporto al governo – darebbe un senso alla stretta collaborazione instauratasi nel frattempo tra Procura, Fisco, Assicurazioni sociali, uffici esecuzione e fallimenti e uffici del registro di commercio. Questa sinergia tra autorità cantonali – che ho fortemente voluto e che si è sviluppata grazie alla sensibilità del Consiglio di Stato e in particolare dei Dipartimenti maggiormente coinvolti (Istituzioni, Finanze ed economia, Sanità e socialità)– sta funzionando e ha portato, porta e porterà alla scoperta di illeciti e alla conseguente apertura di procedimenti penali. Che però vanno e andranno evasi, in tempi ragionevolmente celeri nel rispetto comunque delle non poche garanzie e formalità di questa procedura penale. Ecco perché la Procura necessita del personale di cui ho parlato. Se la giustizia vuole avere anche un effetto dissuasivo, ciò che conta non è tanto l’entità della pena, quanto la certezza della condanna.

C’è un’altra questione aperta: la logistica.

Una questione che tocca, oltre alla Procura, il Tribunale d’appello. Conviviamo nello stesso Palazzo, la cui edificazione risale agli anni Sessanta del secolo scorso. Qui sono entrato per la prima volta come magistrato il 2 gennaio 1973 e mi dissero: “È una sede provvisoria”. La sede non è cambiata. Sta di fatto che ci sono problemi di spazio. E di sicurezza. I colleghi magistrati di altri Paesi sono sempre rimasti sorpresi: “Perché la vetrata del tuo ufficio non è blindata?”.

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