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09.01.2022 - 15:09
Aggiornamento: 18:34

Appello ai vertici del Paese per India. Il vescovo aderisce

Personalità, politici e cittadini firmano la lettera aperta della Fondazione Azione posti liberi

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Ti-Press
Qui serve un permesso di dimora per casi di rigore

L’appello per India non è rimasto inascoltato. In molti hanno risposto, infatti, alle parole accorate dell’ex docente della giovane etiope da dieci anni in Ticino con la madre Munaja e il fratello Nur. La famiglia, che oggi vive a Morbio Inferiore, rischia, in effetti, un rimpatrio forzato. Una eventualità che un lungo elenco di personalità, politici e cittadini ticinesi stanno cercando di scongiurare. In questi giorni è stata resa pubblica una lettera aperta della Fondazione Azione posti liberi indirizzata direttamente al presidente della Confederazione Ignazio Cassis, al consigliere di Stato Raffaele De Rosa e al vescovo Valerio Lazzeri, il quale ha reagito subito alla richiesta.

La risposta del vescovo

In una nota monsignor Lazzeri, e con lui la Chiesa che è a Lugano, ha espresso “il suo sostegno all’appello urgente promosso dalla Fondazione Azione Posti Liberi” in merito al caso di India. Il vescovo “auspica che le autorità competenti, facendo prevalere la necessità di proteggere l’integrità e la dignità dei più deboli, trovino il modo di assicurare a queste persone in difficoltà, e a tutti coloro che si trovano a vivere circostanze altrettanto drammatiche, l’assistenza e l’accoglienza, che, non solo rispondono a un’esigenza evangelica, ma appartengono alla parte migliore della nostra tradizione culturale nazionale”. Parole importanti che danno forza a una vera e propria mobilitazione sulla scia dell’iniziativa spontanea della prof della giovane, Dania Tropea.

Sin qui i tentativi dell’insegnante e delle sue ex compagne della IV media di Morbio – inclusa una petizione sottoscritta da oltre 2mila persone e consegnata a mano a Berna – per assicurare alla ragazza e ai suoi cari una vita ‘normale’ e regolare sono stati vani. Anche l’istanza per riconoscere al nucleo familiare lo stato di apolide è stata rigettata in novembre. A quel punto si è deciso di lanciarsi in questa nuova iniziativa, che rappresenta un po’ per tutti l’ultima spiaggia per ottenere la possibilità di restare. Oggi, di fatto, si richiama nell’appello della Fondazione, “India vive, ma non esiste”. Allieva ora del Centro professionale commerciale di Chiasso, la diciannovenne è considerata “un’alunna impegnata e solare”. E la sua famiglia “integrata” oltre che “straordinariamente resiliente e amabile”.

‘Ridiamo umanità’

La realtà è che “dopo svariati anni in un limbo, una non-vita di attesa, di incertezza, una donna sola con i propri figli avrebbe dovuto bloccare la sua esistenza in modalità stand-by e ora dovrebbe tornare in una nazione, che non la riconosce come cittadina e in cui sarebbe totalmente sradicata, alla mercé di tutti i pericoli, gli incubi da cui coraggiosamente era fuggita per tentare di offrire ai propri figli una vita migliore. Dov’è la colpa di tutto ciò? Qual è la colpa di India, Munaja e Nur?”, si chiedono la Fondazione e i firmatari.

“Il nostro Paese, il nostro Cantone dunque – si conclude nell’appello pubblico –, ha i mezzi per ridare umanità a una situazione divenuta disumana: accordare il permesso di dimora, per caso di rigore, a India, alla sua mamma Munaja e a suo fratello Nurhusien. Dare loro la possibilità, finalmente, di cominciare davvero a vivere la vita, senza più nessuna paura. Un gesto nei loro confronti che si iscrive nella nostra Storia e renderebbe realtà il principio fondante che “la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri” (Preambolo della Costituzione della Confederazione Svizzera)”. Alle massime autorità, adesso, agire.

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