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27.09.2021 - 15:28
Aggiornamento: 17:45

Tre rapine a Brusino, ‘mi spiace per il trauma alle vittime’

L’imputato estradato dall’Italia ha ammesso la paternità dei colpi ai distributori di benzina. Condannato a 3 anni e 10 mesi e all’espulsione dalla Svizzera

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Rescue Media
La rapina al Piccadilly il 5 novembre 2017

«Come ci siamo suddivisi il bottino? Preferisco non rispondere nel dettaglio. Sono qui per pagare il mio debito con la giustizia. Mi spiace per le vittime che hanno dovuto subire questo trauma e spero di uscire presto dal carcere per realizzare i miei progetti di vita con la mia famiglia e di poter tornare a lavorare». Parola di ex rapinatore. Così si è espresso stamane, davanti alla Corte delle assise criminali di Mendrisio, il 37enne del Varesotto estradato all’inizio dell’anno dall’Italia dopo l’arresto per i 3 colpi compiuti a Brusino Arsizio ai danni di distributori di benzina tra il 2017 e il 2018 con un complice che sarebbe tuttora uccel di bosco.

Bottino di oltre 90mila franchi

L’imputato ha vuotato il sacco, ma, a mente del suo avvocato d’ufficio, Mario Bazzi, «se non racconta ogni dettaglio è perché teme ripercussioni». Il 37enne italiano ha ammesso il contenuto dell’atto d’accusa, stilato dalla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, che al termine della sua requisitoria ha proposto una pena di 3 anni e 10 mesi da espiare e l’espulsione dalla Svizzera per 7 anni. Complessivamente ammonta a oltre 90mila franchi, tra denaro e stecche di sigarette, il danno patrimoniale delle rapine.

Il correo ha agito in modo ancora più pericoloso dell’imputato, dal momento che non ha esitato a imbracciare una pistola simil vera del tipo semiautomatica calibro 9. L’imputato ha invece soprattutto ordinato durante le azioni criminali ai clienti presenti di allontanarsi. La prima rapina è avvenuta il 7 aprile 2017, pochi minuti prima delle 19, alla stazione di servizio e coloniali di Brusino Arsizio. Trentasettenne e complice vi sono giunti in sella a una moto, entrambi con volto completamente coperto da casco, cappellino e passamontagna. È il complice assente dall’aula giudiziaria, non prima di aver pronunciato la fatidica frase, “questa è una rapina”, ad aver costretto con la forza la commessa, dopo averla insultata pesantemente e minacciata di morte, ad aprire la cassaforte e a farsi consegnare il denaro. Non dissimile la dinamica della seconda rapina: nel mirino degli autori, il Piccadilly di Brusino Arsizio, preso di mira alle 7.15 del mattino del 5 novembre 2017. Sempre il correo sfuggito alla giustizia ha usato la maggiore violenza: dopo aver scavalcato bancone, ha preso per il collo la commessa e, sotto la minaccia di un coltello e terrorizzandola con l’imperativo “dammi i soldi, portami in cassaforte, altrimenti ti squarcio la gola”, si è fatto consegnare il denaro e con l’imputato ha lasciato indisturbato la stazione di servizio. E proprio in questo stesso luogo, meno di un anno dopo, la sera del 4 aprile 2018 i due autori si sono ripresentati, questa volta in auto e sempre a volto coperto: ad aprire il varco, l’imputato che si è precipitato a bloccare per un braccio il commesso. Quindi il complice si è unito alla rapina armato di coltello, con il quale ha intimato alla vittima di aprire la cassaforte e riuscendo anche in questa occasione a farsi consegnare alcune migliaia di franchi e a fuggire. Non senza, prima, aver trascinato a terra un cliente, costringendolo a rimanere in quella posizione durante l’intera azione criminale.

La sentenza con due aggravanti

«Rapina e aggravante non solo per aver compiuto i colpi in banda ma pure per aver agito in modo pericoloso». È quanto ha stabilito la Corte delle assise criminali, presieduta dalla giudice Francesca Verda Chiocchietti. Che ha ritenuto grave anche il breve periodo entro cui l’imputato ha delinquito: circa un anno. Nonché per il bottino elevato. La Corte ha confermato la pena di 3 anni e 10 mesi e l’espulsione dalla Svizzera per 7 anni come ha proposto la pubblica accusa.

Pubblica accusa e difesa, in mattinata, avevano raggiunto l’intesa di una pena concordata. L’avvocato d’ufficio, Mario Bazzi, durante la sua arringa ha sottolineato che il suo assistito si è volontariamente ripresentato alla Procura di Varese per farsi estradare in Svizzera, dopo che era già stato scarcerato tra il febbraio e il dicembre 2020: «Un chiaro segno che vuole cambiare pagina, una volta espiata la pena», ha evidenziato il legale. Che ha aggiunto: «L’imputato ha ammesso i fatti così come riportati dall’atto d’accusa. Se non ha raccontato tutto è perché ha buone ragioni per temere ripercussioni contro la sua famiglia. Lui ha avuto un ruolo più da gregario, eppure non ha voluto appesantire la posizione del correo. L’avvocato Bazzi ha inoltre sottolineato che il 37enne il prossimo novembre dovrà rispondere in Italia per altri reati: si tratta di una coda delle rapine, segnatamente del reato d’incendio doloso per avere dato fuoco nella località di Bisuschio all’auto usata per compiere il terzo colpo. Un gesto per cancellare ogni traccia, ma che gli inquirenti sono invece riusciti a scoprire.

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