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laR
 
23.09.2021 - 22:23

Primi ospiti nella casa per giovani che faticano a vivere

Dopo Arco, la Fondazione Canisio inaugura a Mendrisio, Archetto, la nuova comunità pisco-educativa per la cura e la protezione di minori dagli 11 ai 14 anni

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Fotoservizio TI-PRESS
L'ex villa Brenni è divenuta sede di Archetto

Era attesa da lungo tempo dalle istituzioni ticinesi e da pochi giorni è divenuta realtà: una struttura residenziale a carattere temporaneo capace di curare e proteggere preadolescenti e adolescenti tra gli 11 e i 14 anni in grave difficoltà. Giovani difficili che altrimenti - in fase acuta - sarebbero destinati ad essere collocati in una struttura ritenuta inadeguata e ingiustificata alla loro età, la Clinica psichiatrica cantonale, e oltretutto in fase post-acuta non avrebbero un posto dove proseguire la cura. Dopo Arco a Riva San Vitale, comunità socio-terapeutica riservata alla fascia 15-18 anni aperta nel 2013, la Fondazione San Pietro Canisio colma così una nuova esigenza in aiuto a ragazze e ragazzi più giovani, di qui il nome diminutivo di Archetto, che nell’ex villa Brenni di Mendrisio completamente ristrutturata, accoglie ora i primi ospiti.

Dichiara a ‘laRegione’ il direttore, Stefano Artaria: «Protezione e cura sono uno degli aspetti che differenziano Arco e Archetto dagli altri Centri educativi per minorenni (Cem) presenti nel Cantone. Oltre alla protezione si cerca di offrire anche una cura in loco, sotto lo stesso tetto, con una presa a carico a 360 gradi: la psicoterapia, l’accompagnamento scolastico, il lavoro educativo, la consulenza pedo-psichiatrica». Qual è la casistica dei giovani collocata ad Archetto? «Accogliamo ragazze e ragazzi che faticano a vivere, che faticano a rispondere ai loro compiti evolutivi: sociali, scolastici, relazionali, cognitivi. Archetto è un tentativo di aiutare i giovani molto in difficoltà, sofferenti, che non riescono a inserirsi in un normale contesto di vita come i loro coetanei». Molti gli attori che hanno contribuito alla nascita di Archetto: la Diocesi di Lugano, proprietaria dell’edificio in stile liberty sorto nel 1908 che ha assicurato la sua ristrutturazione; la Fondazione San Pietro Canisio di Riva San Vitale di cui Archetto fa parte e che ha elaborato il progetto e ne cura la gestione; l’Ufficio giovani e famiglie del Dss che ha garantito le sovvenzioni statali; gli Uffici dell’aiuto e della protezione (Uap) che rappresentano gli enti collocanti; il Decs che ha messo a disposizione della struttura dei docenti di scuola media. Della partita, inoltre, l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale che assicura la consulenza pedo-psichiatrica.

‘Un luogo dove la crisi possa essere accolta’

Quali sono, in sintesi, i contenuti del progetto? «La Comunità psico-educativa progettata è una struttura residenziale a carattere temporaneo (24 mesi) di tipo aperto e non improntata al pronto intervento, per giovani di età compresa tra 11 e 14 anni, agli esordi psicopatologici; può accogliere un massimo di 8 utenti di entrambi i sessi, tutti in internato. La Comunità adotta un sistema costruito sui valori cristiani della vita e della persona umana e un modello teorico-clinico di tipo psicodinamico-relazionale. In una visione integrata dell’intervento di cura, è aperta al territorio e si avvale delle risorse in esso presenti; offre un luogo di cura, crescita e condivisione dove la crisi, espressa attraverso differenti manifestazioni psicopatologiche, possa essere accolta e assumere un orizzonte di senso. La struttura mette a disposizione uno spazio dove la dimensione di gruppo, l’aspetto residenziale e della quotidianità permettano d’integrare interventi terapeutici, educativi, didattici e riabilitativi, promuovendo la ripresa dei naturali processi evolutivi del giovane».

Quali sono i presupposti per un collocamento? «L’inserimento in Comunità deve essere richiesto di regola dall’Ufficio dell’aiuto e della protezione (Uap). Esso avviene a seguito della formulazione di una diagnosi e con la trasmissione di specifica relazione clinica; non vengono accettate richieste dirette da parte dei familiari. La direzione valuta la richiesta e programma, in presenza di compatibilità, un incontro con i servizi invianti. Durante questo incontro avviene l’approfondimento del quadro clinico del minore e l’impostazione di un possibile quadro progettuale dell’intervento. Qualora il minore risulti potenzialmente idoneo alla Comunità si programmeranno incontri di avvicinamento e conoscenza allo scopo di costruire una alleanza di lavoro. Durante questi incontri il minore potrà così sperimentare e conoscere direttamente la vita di Comunità e si permetterà all’équipe di valutarne l’effettiva idoneità. Al momento dell’inserimento effettivo del ragazzo si richiede la sottoscrizione, da parte dei genitori e dei servizi invianti, della convenzione e una prima condivisione del progetto di Comunità. Al minore, in corrispondenza con la sua capacità cognitiva, viene chiesto di sottoscrivere un patto interno con la Comunità. Dopo l’inserimento è previsto un periodo di osservazione del minore: si procede attraverso un approfondimento anamnestico, una valutazione psichiatrica-psicologica e una valutazione delle aree di apprendimento. Al termine di tale periodo vengono stabiliti obiettivi e tempistica del progetto terapeutico individualizzato che verranno condivisi con il servizio inviante e la famiglia. Le famiglie - sottolinea Artaria - sono parte integrante del progetto: ogni settimana vengono in struttura per lavorare con la psicologa e incontrare i figli, in una collaborazione molto stretta».

Un approccio multidisciplinare

Prosegue il direttore della nuova struttura: «L’intervento terapeutico si basa su un approccio multidisciplinare. L’intervento terapeutico complessivo e i progetti individualizzati vengono condotti da un’unità multidisciplinare composta da una decina di professionisti (pedopsichiatra, psicoterapeuta, psicologo clinico, educatori, infermieri in salute mentale, conduttori dei laboratori terapeutici, docenti) che operano in modo integrato. Il lavoro terapeutico si avvale di tutti gli interventi necessari, secondo una modalità integrata e coerente con le complesse dinamiche psicopatologiche e i bisogni dei ragazzi e delle realtà coinvolte nello svolgimento del progetto. Le dimissioni avvengono di norma a conclusione del progetto. Gli obiettivi sono la ripresa dei percorsi scolastici interrotti o problematici e che il giovane potrà tornare alla famiglia di origine, a una famiglia affidataria, verso un altro servizio o accedere a un altro Cem».

Servono insomma molte frecce... al proprio arco. «Per raggiungere le sue finalità - evidenzia Artaria - la struttura garantisce un periodo di sospensione dal contesto di vita abituale, mirando a favorire e sostenere processi evolutivi interrotti, con particolare attenzione al percorso scolastico, principalmente attraverso gli strumenti della relazione. Si tratta di sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare e risignificare la propria storia personale allo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale. È necessario che nella struttura venga svolto un costante lavoro di collegamento con gli altri contesti, non solo di cura, ma anche di vita dell’utente. In questo senso l’intervento comunitario intende offrire una mediazione tra i sottosistemi individuali, familiari e sociali. Archetto permette così al giovane di costruire dei nuovi ponti e reinserirsi con fiducia nella società».

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