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Don Gianfranco Feliciani al mercato di Chiasso, ‘il luogo del cuore’ (Ti-Press/Francesca Agosta)
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22.09.2021 - 05:300
Aggiornamento : 15:58

Don Feliciani: ‘Il cristiano deve fare politica’

In occasione dei suoi primi 20 anni di attività a Chiasso, l’arciprete ha pubblicato il suo quarto libro. Lo abbiamo incontrato

I racconti delle persone raccolti negli anni hanno fornito il materiale. Il silenzio del lockdown il tempo per scrittura e riflessione. Il risultato è, con un titolo preso in prestito da Roberto Benigni, ‘Affrettiamoci ad amare! – Il tempo si è fatto breve: solo l’Amore salverà il mondo’, quarta fatica letteraria dell’arciprete di Chiasso don Gianfranco Feliciani. Oltre alla nuova pubblicazione, il 2021 di don Gianfranco è un anno ricco di coincidenze numeriche: il 16 settembre ha festeggiato i suoi primi vent’anni di attività a Chiasso e i 40 di ordinazione sacerdotale. Tra pochi mesi, il 25 gennaio, arriverà anche il suo 70esimo compleanno. «Quando si è in un posto da tanto tempo, viene spontaneo chiedersi come si sta andando – racconta l’arciprete di Chiasso –. Non ho scritto questo libro da solo, ma insieme alla gente perché in tutti questi anni è più quello che ho imparato dalla gente che dai libri». A comporre il volume sono «tanti flash messi assieme su tanti argomenti, dove lascio parlare il mio cuore ma soprattutto le persone». ‘Affrettiamoci ad amare’ sarà presentato questa sera, a partire dalle 18, nel cortile interno della casa parrocchiale (in Corso San Gottardo 48). Per scelta dell’autore, il libro sarà distribuito gratuitamente a tutti i presenti e potrà essere successivamente ritirato alla Libreria San Vitale. Le eventuali offerte saranno destinate al ripristino della mensa dei poveri.

‘Il vaccino diventi un gesto spontaneo’

Nell’epoca più recente, dopo il compianto don Willy, don Gianfranco è il sacerdote che sta operando da più tempo a Chiasso. Nel corso degli anni è spesso balzato agli onori delle cronache e nel mirino della Lega per essersi espresso su temi politici legati alla cittadina, ma non solo, direttamente dall’altare. Un atteggiamento che ha diviso l’opinione pubblica, ma che paradossalmente lo ha portato a diventare uno dei sacerdoti più ‘famosi’ del cantone. «Il cristiano deve fare politica – risponde l’arciprete di Chiasso –. Se per politica intendiamo che la Chiesa vuole istituire un partito tutto suo, nessuno in Svizzera ha mai pensato a questo. Ma se per politica si intende dare un giudizio a tutti i problemi inerenti alla giustizia o alla pace, ricordiamoci che Gesù è morto in croce proprio per un fatto politico». La fede «non è un’astrazione: i problemi toccano sempre la morale e il vivere di tutti i giorni. La Chiesa deve parlare: se non lo fa alla fine la gente ti critica e, giustamente, dice che sei un codardo». Chiediamo quindi a don Feliciani un parere sul tema del momento: vaccino sì o vaccino no? «Io mi sono vaccinato – risponde –. Come ha detto Papa Francesco, e l’ho ripetuto anche in chiesa, vaccinarsi è un atto d’amore. Ma è giusto obbligare? Unire l’atto d’amore e la costrizione è qualcosa che non funziona e trovo che questo sia il punto debole dello Stato. Bisogna fare in modo che il vaccino diventi un gesto spontaneo, perché se c’è costrizione o invasione della privacy, scattano subito muri, intolleranze, giudizi e critiche. E se pensiamo al Terzo Mondo, che si augurerebbe di avere i vaccini ma non ne dispone ancora, questo è davvero un peccato».

‘Come quando si ammala la mamma’

L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha toccato direttamente anche la Chiesa, chiamata a ridurre la capienza e ad affidarsi alle dirette streaming per raggiungere i fedeli. Quale è stato il ruolo della Chiesa nell’ultimo anno e mezzo? «Credo che questa Chiesa costretta a limitarsi abbia risvegliato nelle persone un desiderio, una nostalgia – commenta don Gianfranco –. Ho usato spesso l’immagine che mi ha suggerito una brava signora di Chiasso che trovo la descrizione più bella per testimoniare quello che la pandemia ha provocato: è come quando in una casa si ammala la mamma». Le lunghe settimane del lockdown «hanno accentuato questa nostalgia del cuore. Questo ha coinvolto non sono quelli che partecipano alla messa, ma tutte le persone. Il Signore ha mille strade: la comunità cristiana è più grande di quella eucaristica». La parrocchia di Chiasso ha sempre risposto presente per fornire un aiuto durante le emergenze di questi anni. L’ultima in ordine di tempo è stata la raccolta di indumenti per i profughi afghani arrivati a Chiasso (e al Centro Pasture di Balerna). Ogni situazione è diversa, ma ce n’è una che ha toccato maggiormente don Gianfranco Feliciani? «Mi colpisce tutto. L’esodo di disperazione della popolazione afghana ha davvero colpito tutti. Ci sono però altre piaghe più nascoste che mi giungono all’orecchio e che tocco con mano, ma di cui non si parla molto». Tra queste, don Feliciani cita «i frontalieri che arrivano in Svizzera a lavorare con uno stipendio che sulla carta risulta in regola, ma non è così perché sono costretti a firmare per non perdere il posto o che devono venire a lavorare il sabato gratis e non possono dire niente».

La Chiasso degli ultimi 20 anni

Facciamo un salto indietro a vent’anni fa. Quali sono i suoi primi ricordi? «Quando ero ragazzo venivo a Chiasso in motorino al cinema – ricorda don Feliciani, che è originario di Rancate –. Chiasso e il suo oratorio erano un nome solo, quello di don Willy, che incontravo tutti gli anni in pellegrinaggio a Lourdes. Tramite lui sapevo quanto succedeva a Chiasso. Papa Bergoglio sostiene che la nostra non è un’epoca di cambiamento, ma il cambiamento di un’epoca: sono sicuro che don Willy, che per me è sempre stato un punto di riferimento, percepiva più che mai tutto questo. In questo senso sono stato molto contento di venire a Chiasso perché capivo che non dovevo essere un altro don Willy o la sua fotocopia, ma continuare a sviluppare quello che lui aveva dentro il cuore, in una linea di continuità con lui e gli altri sacerdoti che sono stati qui». Quali sono stati i cambiamenti dal 2001 a oggi? «Quello di una Chiasso cittadina multietnica e multiculturale era un cambiamento già in atto che è andato via via accentuandosi. La presenza di sempre più ‘stranieri’ fa sì che Chiasso sia sempre confrontata con un dilemma e si trovi a un bivio: è un ponte dove ci si incontra, ci si integra e dove l’incontro con l’altro è visto come un arricchimento, o un muro dove la tentazione nazionalistica, addirittura razzista, trova adepti?». Don Feliciani ha una visione «ottimista: piaccia o no, la pandemia ci ha fatto capire che siamo sulla barca di tutti. Come ho detto più volte in chiesa, durante i mesi della pandemia è stato saggiamente deciso di lasciare aperte le frontiere ai frontalieri infermieri che venivano a curare i nostri malati e anziani: se fosse stato impedito loro di entrare, la sanità in Ticino sarebbe stata allo sbando. Non ho più sentito nessuno parlare male dei frontalieri: un po’ per amore, magari un po’ tanto per forza, abbiamo imparato a sentirci più fratelli e sorelle». In questi anni don Feliciani ha costruito un legame con la cittadina. Ha un luogo del cuore? «Rispondere la chiesa sarebbe scontato – ci dice –. Amo andare al mercato del venerdì su Corso San Gottardo, anche se corro il rischio di bere 3-4 caffè».

Il ruolo del parroco oggi

Viste le caratteristiche della cittadina, qual è il ruolo del parroco? «Penso che oggi un parroco – così come un sindaco, un medico o chiunque svolge un servizio pubblico – non deve mai essere un capo nel senso di colui che indica la strada, ma più un fratello o un servo che si lascia guidare». L’immagine utilizzata da don Feliciani è quella della religione evangelica, dove il prete si chiama pastore. «Noi abbiamo in mente il pastore con il bastone e le pecore che lo seguono, ma non è così: il pastore biblico a volte sta davanti, a volte in mezzo al gregge e a volte dietro perché spesso è proprio il gregge che dice al pastore quello che è giusto fare». L’arciprete di Chiasso porta un esempio concreto. «A confessarsi vengono sempre meno persone e a un certo punto non ci sarà più nessuno – racconta –. Allo stesso tempo però avverto che tutta la gente vuole parlare: quando cammino lungo la strada o vado al mercato, ‘confesso’ tutto il tempo perché le persone parlano e hanno bisogno non solo di dire cose ovvie, ma anche quelle spinose e drammatiche che hanno dentro». La spiegazione di tutto questo? «Sono le persone che ci fanno capire che la confessione come impostata oggi non va più bene e deve essere rinnovata per cogliere questo bisogno più che mai forte che la gente ha dentro di confidarsi». Compito del sacerdote è quello di «cogliere i segnali, ma non per adeguarci a tutti». L’esempio va alla stretta attualità. «La definizione di ‘Matrimonio per tutti’, per esempio, è sbagliata: deve essere ‘Amore per tutti’ perché non tutti gli amori sono un matrimonio. Ma chi sono io per dire che è sbagliato se una coppia omosessuale vive bene la convivenza e la fraternità? L’apertura non deve però essere confusione perché non si tratta di un matrimonio ma di un’altra cosa: un’amicizia, un partenariato. Il rischio è di cadere in un rigorismo che separa il bene dal male alla moda dei talebani o di dire che è tutto uguale».

‘Un ponte aperto al mondo’

Nonostante i dissapori citati, in questi anni don Feliciani non ha mai pensato di chiedere un trasferimento. «Quando il vescovo mi ha chiesto di venire a Chiasso, gli ho posto la condizione di portare la mia équipe: don Andrea (che allora non era ancora prete), don Charles (che è sempre rimasto in comunione con noi) e Umberto Colombo e la famiglia che abitava a Como». Dopo il benestare del vescovo, «siamo arrivati in équipe, ci siamo sempre mossi insieme e così continueremo a fare perché siamo una famiglia». Alla vigilia dei 70 anni, è il momento di guardare al futuro. «Decideremo in famiglia cosa fare – risponde don Feliciani –. Se il buon Dio mi darà la salute, andremo avanti così». E alla cittadina di Chiasso cosa augura? «Di diventare quello che è chiamata a essere, ovvero un ponte aperto al mondo intero, e di essere capace di conoscere una fraternità dentro la pluralità – conclude don Feliciani –. Alla comunità cristiana auguro invece di essere sempre più forte nella sua identità cristiana accogliendo e facendo fraternità, instaurando un clima di dialogo e raccontando a tutti l’esperienza che vive: aprendosi nel modo giusto, la Chiesa non perde la sua identità, anzi la rafforza».

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