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10.09.2021 - 05:30
Aggiornamento: 07:24

Ocst e Unia fuori dai cancelli della Cebi: 'Adesso si lotta'

I due sindacati storici denunciano quanto sta capitando nelle tre aziende del Distretto in vista del salario minimo. E chiedono al governo di agire

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Ti-Press/Elia Bianchi
Fuori dai cancelli

I cancelli della Cebi, a Stabio, sono chiusi. Il messaggio che arriva dai vertici dell'azienda è chiaro: da qui non si passa. Il cortile della fabbrica in questo primo pomeriggio assolato di settembre è deserto. Da alcune finestre filtra il rumore dei macchinari; e si intravede qualche operaio intento alle sue mansioni. A prima vista è una comune giornata di lavoro lì all'ex Mes-Dea. La calma piatta, in realtà, nasconde però ben altro. Con la Plastifil a Mendrisio e la Ligo Electric a Ligornetto, la Cebi è una delle tre industrie del Mendrisiotto che sta tentando, di fatto, di trovare una scappatoia all'introduzione, il dicembre prossimo, del salario minimo, divenuto legge. Per Ocst e Unia quello che si sta mettendo in scena è un vero e proprio «teatrino». I sindacalisti fanno nomi e cognomi. Innanzitutto, quelli di TiSin, che vedono al loro interno esponenti della Lega quali Boris Bignasca e Sabrina Aldi, e Ticino Manufacturing, due «fantomatiche associazioni padronali», tacciati in questo caso di essere «complici» dei datori di lavoro. Ecco perché i due sindacati storici non potevano certo restare a guardare: oggi al di qua della cancellata fanno sentire la loro voce. È il primo atto di una campagna di informazione con la quale intendono battere il territorio, fabbrica dopo fabbrica, per chiedere ai lavoratori di uscire allo scoperto e di segnalare eventuali anomalie. Come quella di aderire di botto a un Contratto collettivo di lavoro (Ccl), derogando così dall'obbligo di attuare la nuova normativa in materia salariale. L'effetto domino, fanno capire, è dietro l'angolo.

'Il governo intervenga subito'

Il caso delle tre ditte momò, lo si è visto, ha scosso subito la politica ticinese. Ocst e Unia, però, si aspettano molto di più. «Il governo - scandisce Vincenzo Cicero, cosegretario responsabile Unia Sottoceneri - non può mettere la testa sotto la sabbia. Quindi abbiamo chiesto al Consiglio di Stato un intervento immediato, oltre a un incontro fra le parti al fine di annullare i contratti che si stanno firmando». Il cosegretario di Unia si spinge oltre e bolla come «spaventose» le parole giunte dal Dipartimento finanze ed economia e rimbalzate su 'laRegione' di oggi, giovedì, per voce del direttore della divisione economia Stefano Rizzi. E spiega: «Non si possono rinviare ai tribunali questioni di cui è compito del governo occuparsi». Da parte loro i due sindacati lo fanno capire chiaramente: non lasceranno nulla di intentato per mettersi di traverso a questa operazione. Al momento si stanno vagliando tutti gli aspetti giuridici.

'La Cebi? Solo l'inizio'

La Cebi, quindi, è la prima tappa di una lotta che per chi è dall'altra parte della barricata, dentro gli stabilimenti, non è certo facile abbracciare. Soprattutto quando il posto di lavoro è appeso a un filo. Gli operai, richiamano Ocst e Unia, sono «sotto la minaccia di delocalizzazione e licenziamento». Anche prendere un volantino, quindi, diventa un atto di coraggio: «Abbiamo visto delle persone prendere il numero di targa dei dipendenti che l'accettavano», ci dicono. «Si capisce bene - rimarca Cicero, al suo fianco il collega Giangiorgio Gargantini - perché diciamo che le maestranze vengono obbligate ad accettare le nuove condizioni contrattuali». E qui sta il punto: le clausole ancorate all'accordo, come mostra Nenad Jovanovic, vicesegretario regionale dell'Ocst nonché responsabile del settore industria nel Mendrisiotto, sono peggiorative rispetto a quanto previsto per legge, e non solo dal profilo salariale, con quei 3 o 4 franchi l'ora in meno rispetto ai 19 del salario minimo.

'Questo non è un Contratto collettivo di lavoro'

Jovanovic lo fa capire senza tanti giri di prole: il Ccl che hanno messo in mano agli operai della Cebi (come ai colleghi della Plastifil o della Ligo Electric) non ha nulla di un Contratto collettivo canonico. «È un documento creato ad arte - rilancia -. Basta questo: qualsiasi punto dell'accordo è a esclusiva discrezione della direzione aziendale, a cominciare dal salario. Infatti, non solo è retroattivo e valido a partire dal primo settembre, ma in calce aveva già la firma. Quindi ancora prima del voto del personale». Ecco per quale motivo i sindacati storici si sono rifiutati di confrontarsi con queste aziende, che peraltro non hanno mai avuto un Ccl. «Sì, ci hanno contattato - dice Jovanovic -, ma abbiamo rispedito al mittente la richiesta di incontrarci. Non ci siamo neanche seduti al tavolo delle trattative».

'Quelle due associazioni dalla parte dei padroni'

Lo hanno fatto altri, però. E qui entrano in scena l'organizzazione TiSin, in quota Lega, e Ticino Manufacturing. La dice lunga, richiamano Jovanovic e Cicero, il fatto che «a livello legislativo tutti i Ccl in Svizzera prevedono un contributo di solidarietà che va riversato in un fondo paritetico, dunque non ai sindacati o altre associazioni. In questo caso vi è una soluzione pittoresca: per ogni dipendente l'azienda riverserà direttamente a TiSin una quota parte. E non sarà il lavoratore a scegliere. «Lo possiamo dire: in pratica - ribadisce Cicero - pagano il 'pizzo': è la ditta che sceglie il sindacato e lo paga». A chiudere il cerchio, chiosa il cosegretario Unia, «vi è la constatazione che a firmare il contratto sono due associazioni 'padronali': la prima, TiSin, non è un sindacato; la seconda di fatto non esiste». Ma è chiaro, i sindacati non fanno sconti neppure alla classe imprenditoriale.

 

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