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Un campus (Supsi) all'improvviso (Ti-Press/A. Crinari)
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23.04.2021 - 18:05
Aggiornamento: 19:05

A Mendrisio il Campus della Supsi prende vita

Tenuta a battesimo la nuova sede del Dacd. Per chi l'ha progettata è una 'fabbrica di idee'. Per i vertici della Scuola è un altro salto di qualità

Il grande edificio rosso terracotta non sfugge neppure allo sguardo più distratto. Il Campus universitario della Supsi oggi è ormai parte della 'linea del cielo' di Mendrisio. Da vicino sorprende per la sua imponenza; una volta varcata la soglia stupisce per la sua modernità. Chi ancora avesse un'idea datata della scuola, ebbene se la dimentichi proprio. Il Dipartimento ambiente, costruzioni e design (Dacd) della Città è tutt'altro. A tal punto da ripagare gli sforzi (anche finanziari) profusi dal 2009 - quando si gettarono le fondamenta dell'intesa con la Città - a oggi, tre anni e mezzo dopo aver posato la prima pietra (una grande matita propiziatoria). L'architetto Andrea Bassi, ex diplomato dell'allora Scuola tecnica superiore di Trevano nonché autore del progetto vincente (Ascensus), se l'è figurata come una «fabbrica delle idee». E ora che, nelle scorse settimane, il Campus ha iniziato ad accogliere degli studenti - seppur in modo limitato per le restrizioni del Covid-19 -, le premesse per diventarlo ci sono tutte. A ruotare attorno a questo luogo della conoscenza, affidato alla direzione di Silvio Seno, saranno circa 270 collaboratori, 500 studenti in formazione di base e 700 in formazione continua.

'Promesse mantenute'

In poche settimane, insomma, la Supsi ha visto realizzati due grandi progetti e vissuto altrettante giornate storiche: il direttore generale Franco Gervasoni tiene a rammentarlo poco prima di tagliare con le autorità il nastro inaugurale di rito. Per la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, del resto, è stato un altro salto di qualità. E il suo direttore generale lì dentro le mura colorate del Campus sente che le promesse fatte sono state «ampiamente mantenute», ponendo «basi più solide alla collaborazione con l'Univeristà delle Svizzera italiana e l'Accademia di architettura», a Mendrisio una realtà dal 1996. L'obiettivo? «Far crescere il polo universitario ticinese e farlo diventare forte e competitivo e un punto di riferimento per i professionisti attivi sul territorio».

Quando il popolo disse 'no' all'università

E pensare, come ha fatto memoria Daniele Caverzasio, nelle vesti di presidente del Gran consiglio, che a suo tempo la proposta di creare un Centro universitario in Ticino era stata bocciata dal popolo. Dopo la nascita dell'Usi, a confermare che si aveva ragione, ribadisce, ci sono ora l'aumento degli studenti e l'ampliamento dell'offerta formativa. Il Dacd assicura, infatti, cinque corsi di laurea Bachelor, oltre ad altrettante unità della formazione continua, attività di ricerca applicata e prestazioni di servizio. Senza trascurare una biblioteca tradizionale (tematica) e una dedicata ai materiali. Quanto basta per giustificare un investimento cospicuo (si parla di più di 200 milioni di franchi per i campus) e il sostegno della politica cantonale (oltre che comunale). Parafrasando Caverzasio, si è scommesso sui cervelli, con la speranza di trattenerli qui.

Oltre al contenitore, il contenuto

In effetti, dalla Supsi, ma soprattutto dai suoi studenti ci si attende molto a nome di un territorio che insegue uno sviluppo più sostenibile. Se il contenitore è sotto gli occhi di tutti, rivelando, come richiama il sindaco di Mendrisio Samuele Cavadini, quanto l'intuizione di costruire a due passi dalla stazione ferroviaria sia stata strategica. È il contenuto che fa la vera differenza; dimostrando, fa capire, come oggi occorra «investire nella cultura, nella formazione e nella conoscenza». Non a caso, ribadisce dal canto suo il Consigliere di Stato Manuele Bertoli, accompagnare questo progetto «è stato facile a fronte di una scelta (progettuale e logistica, ndr) precisa e abbastanza netta». Ciò che è importante adesso è che in questa scuola si prepareranno i costruttori del futuro. Ovvero coloro, rende attenti il direttore del Dipartimento educazione, cultura e sport (Decs), che saranno chiamati a «immaginare il territorio di domani e a gestire i cambiamenti. Con una variabile imprescindibile, il problema climatico».

Tra passato e futuro

Questo campus, agli occhi del Consigliere federale Ignazio Cassis, che per l'occasione ha inviato un video messaggio, sarà anche «una cerniera fondamentale tra nord e sud». Mai immagine, d'altro canto, è stata più felice, se si pensa che sul terreno - di proprietà comunale - su cui si è costruito lo stabile della Supsi vi era la Riri, l'industria regina della chiusura lampo. Un passato, ha inteso invitare Alberto Petruzzella, presidente del Consiglio della Supsi, da non dimenticare. Perché il mondo è cambiato, ma non del tutto, anche nel design, nell'ingegneria civile e nell'architettura. Con l'auspicio, rivolto agli studenti, «di essere sempre capaci di coniugare tradizione e innovazione».

Quella ragazze della Riri d'un tempo

Per Petruzzella che ha seguito passo dopo passo il progetto, questo luogo di Mendrisio, del resto, ha un significato particolare. Così ha voluto regalare un aneddoto personale, mutuato dai ricordi di sua suocera Angelina da Scudellate. Sì, perché da giovane lei è stata una delle ragazze della vecchia Riri. Vi trovò lavoro, ripercorre il presidente, al'età di 14 anni. Con la sorella e altre giovinette scendeva a piedi dal villaggio della Valle di Muggio sino a Mendrisio, rientrando a casa solo il sabato pomeriggio (perché si lavorava sino a mezzogiorno) per trascorrere qualche ora in famiglia. Le sue, fa notare, erano giornate da otto-nove ore, pagate 35 centesimi l'ora; senza trascurare che 10 franchi ale mese se ne andavano per la camera, condivisa, e 2 franchi e 50 per il letto in affitto. Alla Riri ci lavorò due anni, poi scoppiò la guerra e se ne tornò a Scudellate, dove con le sorelle fece la sarta: cuciva pantaloni destinanti a clienti della Svizzera interna.

Immagini quanto mai reali che giungono a noi da un mondo lontano. Salendo la grande rampa di accesso ai vari livelli dell'edificio che fa da camminamento, ripensarci è quasi straniante. A quella vita di fabbrica oggi si sovrappongono atelier e laboratori all'avanguardia. Così si passa in poco tempo dalle studentesse (la larghissima maggioranza) del primo anno intente a misurarsi con il restauro, circondate da stucchi (di Baldassarre Fontana) e dipinti ai 550 metri lineari di libri della biblioteca; dal FabLab, il laboratorio di fabbricazione digitale, all'Isitituto sostenibilità applicata all'ambiente costruito dove si testano gli impianti fotovoltaici. Nemmeno la mensa, in grado di garantire sino a trecento coperti al giorno, è banale: alla parete una istallazione artistica a tema. Altri tempi.

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