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10.07.2020 - 19:490
Aggiornamento : 30.11.2020 - 15:53

Padre violento condannato. Ma 'chi sapeva non ha parlato’

Il giudice Amos Pagnamenta auspica che la posizione dei docenti informati sui maltrattamenti venga approfondita

Sono almeno sei le persone che erano a conoscenza dei maltrattamenti casalinghi che i due gemelli siriani oggi ventenni subivano nella loro abitazione di Novazzano. Sei docenti o operatori, è emerso nei due giorni di processo davanti alla Corte delle Assise Criminali di Mendrisio, che sono stati informati direttamente dai due ragazzi. L'imputato, un 48enne siriano, è stato riconosciuto colpevole di tre tentati omicidi (e non i cinque inseriti nell'atto d'accusa) e condannato a 8 anni di detenzione e una multa di 3mila franchi. L'uomo è stato espulso per 15 anni dalla Svizzera. Durante la lettura della sentenza, il giudice Amos Pagnamenta è tornato sulla mancata denuncia delle persone che sapevano. I due ragazzi «hanno parlato con diverse persone – ha spiegato il giudice –. Lascia sgomenti il fatto che nessuno di loro abbia agito come stabilisce la legge e come il buon senso avrebbe richiesto». Una situazione che ha portato il giudice ad affermare che «è inutile fare appelli contro la violenza e inviti a denunciare se chi è chiamato a farlo o non lo fa, o si limita a chiamare il diretto interessato e si accontenta della risposta che quello che succede a casa mia sono fatti miei». L'auspicio del giudice, già espresso ieri durante la prima giornata di dibattimento, è che «il Ministero pubblico approfondisca» la posizione di queste persone. Allo stato attuale non sono stati aperti procedimenti penali. Non è da escludere che, anche alla luce della sentenza odierna, riflessioni in merito vengano avviate nelle prossime settimane. Raggiunto dalla ‘Rsi’, il direttore della Divisione della scuola Emanuele Berger ha spiegato che “una recente modifica del codice civile obbliga il funzionario o il professionista dell'educazione ad avvertire l'autorità di protezione dei minori se vi sono indizi concreti che l'integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne è minacciata”. Quando il Decs viene a conoscenza di una possibile manchevolezza di un docente, ha aggiunto Berger, “cerchiamo di capire cosa è successo e se c'è stata negligenza”. In casi come quello analizzato dalla Corte delle Assise criminali, “i docenti possono trovare situazioni complesse che superano il campo delle loro conoscenze professionali e quindi faticano ad agire da soli”. Proprio per ovviare a queste situazioni, verrà creato un centro di competenza cantonale con antenne sul territorio.

‘Una vicenda estremamente triste’

Quella ripercorsa davanti alla Corte delle Assise criminali in un processo indiziario – l'imputato ha negato praticamente tutto – «è una vicenda estremamente triste che ha coinvolto una famiglia che si è lanciata accuse reciproche. La lacerazione sarà difficilmente colmabile». La Corte ha stabilito che sull'arco di tre anni – dal 2016 al 26 dicembre 2018, giorno in cui il 48enne è stato arrestato dopo un pomeriggio di violenze sulla figlia ‘rea’ di essersi fidanzata all'insaputa del padre – «l'imputato ha ignobilmente infierito su figli e moglie». Fatti «molto gravi» avvenuto con «incredibile frequenza e una rabbia interiore che non ha giustificazione e scatenata per i più futili motivi: non si tratta di educazione o affetto ma unicamente di desiderio di controllare e sopraffare la sua famiglia con una violenza che lascia interdetti». L'uomo, ha aggiunto Pagnamenta, «sapeva benissimo di sbagliare: si è guardato bene dal picchiare la figlia più piccola, dimostrando che quando voleva sapeva trattenersi». Al di là delle «scuse di facciata» pronunciate prima della Camera di consiglio, il siriano «non ha esitato a ferire ulteriormente i figli, tacciandoli di bugiardi». Nel procedimento, ha aggiunto ancora il giudice, l'uomo «non ha fatto altro che mentire: dai fatti più irrilevanti come il luogo di nascita dei figli, fino a quelli più significativi. Non un problema linguistico, ma una particolare fantasia mentale». Gli accusatori privati – ai due ragazzi oggi 20enni sono state riconosciute indennità per torto morale di 15mila franchi – sono per contro stati «lineari, costanti e coerenti nel loro racconto relativo al genere di violenze commesse». 

Tre tentati omicidi

Nell'atto d'accusa della procuratrice pubblica Marisa Alfier, che per il 48enne aveva chiesto una condanna a 11 anni, c'erano cinque tentati omicidi. La Corte ne ha riconosciuti tre: due contro il figlio e uno, quello del 26 dicembre 2018, nei confronti della figlia. Nei due casi che hanno coinvolto il ragazzo, i calci alla mandibola e alla testa sono stati sferrati quando quest'ultimo era a terra. «La vittima ha raccontato che il calcio era simile a quello che si dà a una palla: tutta la testa subisce un movimento rotatorio – ha spiegato il giudice ricordando l'uccisione di Damiano Tamagni a Locarno –. Il padre era consapevole dell'intensità e della violazione del dovere di prudenza». Passando al già citato episodio del 26 dicembre, la figlia «è stata percossa l'intero pomeriggio, è stata picchiata brutalmente fino alla perdita dei sensi. Non c'è il minimo dubbio che ha assunto il rischio per dolo eventuale al limite del dolo diretto». Quel giorno «il limite di violenza è stato oltrepassato e ha chiamato la polizia nonostante le molteplici percosse negli anni e l'aspetto culturale». È per contro caduta l'ipotesi di reato di messa in pericolo della vita altrui. «Non c'è conclusione che l'imputato volesse deliberatamente mettere in pericolo la vita dei famigliari. Il 48enne è per contro stato condannato per lesioni semplici in parte qualificate, coazione ripetuta e violazione del dovere d'assistenza o educazione ripetuto.

‘Ha picchiato ma non voleva uccidere’

In mattinata la legale del 48enne, l'avvocato Maria Galliani, ha proposto una condanna non superiore ai 5 anni di detenzione e per il proscioglimento dai reati di tentato omicidio intenzionale e messa in pericolo della vita altrui. A mente della difesa, il 26 dicembre 2018 l'imputato «ha picchiato tanto la figlia, tanto da lasciare i segni constatati sul suo corpo al Pronto soccorso. Ma non voleva ucciderla o mettere in serio pericolo la sua vita: abbiamo un padre che con ogni evidenzia picchia la figlia, la afferra anche per il collo per qualche secondo, ma non così tenacemente per permetterle di liberarsi o da farle credere che volesse ucciderla».

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