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09.07.2020 - 17:20
Aggiornamento: 18:10

‘L'inferno in casa loro’, chiesti 11 anni di carcere

È questa la richiesta di pena della Pp Marisa Alfier nei confronti del siriano a processo per tentato omicidio intenzionale

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È «un regime del terrore e del controllo fatto di impedimenti» quello vissuto nell'abitazione di Novazzano dove il 48enne siriano a processo da stamattina davanti alla Corte delle Assise criminali di Mendrisio ha commesso cinque tentati omicidi intenzionali. Per l'uomo la Procuratrice pubblica Marisa Alfier ha proposto una condanna di 11 anni di detenzione (8 qualora la corte dovesse optare per il reato di ripetuta esposizione a pericolo della vita altrui) e 10 anni di espulsione dalla Svizzera. Le violenze hanno interessati i figli dell'uomo, due gemelli oggi 20enni, e la moglie. Solo l'arresto dell'uomo, il 26 dicembre 2018, «ha finalmente aperto il vaso di pandora su quello che è successo a questa famiglia», ha detto Alfier. L'imputato è stato raggiunto dalla famiglia in Svizzera nel 2015. L'anno successivo sono iniziati i maltrattamenti. Anni, ha aggiunto Alfier, «di violenza gratuita. Per lui era importante far male ai suoi figli che diceva non essere suoi e che gli avevano rovinato la vita sin dalla loro nascita». Quanto vissuto dalla famiglia è stato insomma un «inferno in casa loro, nel luogo dove dovevano sentirsi protetti».

Botte per un anello

Il 48enne è stato arrestato al culmine di una giornata di violenza. «Sei ore e 35 minuti – ha sottolineato ancora Alfier –. Posso capire la perdita del controllo, ma in questo caso non si tratta di un raptus improvviso. La sua azione è stata continua e controllata: la figlia doveva essere punita e doveva morire». Il 26 dicembre di due anni fa l'imputato ha scoperto che la figlia, allora 18enne, si era fidanzata a sua insaputa. Solo per questo specifico episodio l'uomo ha fornito qualche parziale ammissione dopo innumerevoli «non è vero» e «non so perché mia moglie e i miei figli mentano» quando è stato interrogato sugli altri episodi di violenza. «Abbiamo discusso – ha ammesso il 48enne ricordando quel giorno –. Ero molto arrabbiato perché mi hanno nascosto tutto». Dopo la telefonata del fidanzato, «le ho dato delle sberle in salotto. L'ho colpita sul naso, non ricordo se con una sberla o un pugno, e le è uscito sangue, ma non l'ho presa a calci». Quando la mamma e il fratello della ragazza sono intervenuti «per farmi smettere siamo caduti a terra. Forse in quel momento l'ho colpita con un calcio». L'imputato, «un aguzzino della peggiore specie», così lo ha definito Alfier, ha negato di avere colpito i figli con calci al volto. «È pericoloso», si è giustificato l'imputato, ammettendo di avere picchiato i figli una volta nel 2016, una nel 2017 e una nel 2018. La perizia medica alla quale la giovane è stata sottoposta, ha aggiunto la rappresentante dell'accusa, «dimostrano che è stata picchiata dappertutto, soprattutto al volto». A mente dell'imputato, la figlia «aveva disonorato la famiglia perché andava con gli uomini e ha ammesso che, fossero stati in Siria, la ragazza poteva essere uccisa». A preoccupare la rappresentante dell'accusa è «il grado di recidiva piuttosto elevato all'interno della famiglia» emerso dalla perizia psichiatrica a cui l'uomo è stato sottoposto.

‘Solo sberle sulle braccia’

Tre episodi contestati all'imputato riguardano il figlio. A scatenare la furia del padre sono stati futili motivi: una chiave dimenticata nella toppa, un prelevamento di 30 franchi per offrire un caffè ai colleghi (che prima di allora avevano sempre pagato per lui) o una fattura telefonica troppo elevata. «Ho picchiato i miei figli quando facevano qualcosa che non andava bene – ha spiegato l'uomo –. Picchiare è qualcosa di sbagliato, ma dopo che davo consigli e alla terza volta non mi capivano, davo delle sberle sulle spalle e sulle braccia. In faccia no perché è pericoloso». Interrogato dal giudice, il giovane ha ricordato di «avere avuto paura delle minacce di morte pronunciate da mio padre quando mi picchiava». In un'occasione, a seguito della violenza, il ragazzo ha tossito sangue. «Sembrava stesse picchiando qualcuno che gli ha fatto del male». Un timore talmente elevato da portarlo a «dormire con la luce accesa per paura di mio padre». A lasciare più di una perplessità nel giudice e nella Procuratrice è stato il fatto che diverse persone sapevano quello che succedeva in quella casa ma, nonostante l'obbligo di segnalazione (a confidarsi con gli insegnanti è stata anche la sorellina delle due vittime) nessuno ha denunciato la situazione.

La prima giornata di dibattimento si è conclusa con l'intervento dell'avvocato Sandra Xavier, legale della moglie dell'imputato. Domattina la parola passerà alle legali Clarissa Torricelli (legale della ragazza) e Isabelle Schweri. Toccherà poi all'avvocato Maria Galliani, avvocato difensore del 48enne. La sentenza è attesa nel tardo pomeriggio.

 

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