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30.09.2019 - 08:24
Aggiornamento : 10:44

Il più grave caso di malaedilizia approda oggi in aula penale

A processo da stamane per il caso della Consonni Contract di Chiasso il titolare e altri sette collaboratori. L'accusa è di aver 'sfruttato' 11 operai

di Daniela Carugati

Gli appalti erano milionari. I cantieri, almeno a prima vista, sembravano a ‘cinque stelle’. Invece, sotto quella patina dorata c’era ben altro. Il primo a grattare sotto la superficie della Consonni Contract Sa di Chiasso, fin dal 2013, è stato il sindacato Ocst, che ha portato il caso in Procura (cfr. ‘laRegione’ del 25 ottobre 2016). Così, scattate le manette (ai polsi del titolare e del contabile dell’impresa), l’episodio più grave di malaedilizia mai denunciato in Ticino è diventato ben presto un caso giudiziario. Due anni dopo il deposito dell’atto d’accusa – firmato dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli nell’ottobre del 2017 –, si va oggi in aula, davanti alle Assise criminali in Lugano. Otto le persone chiamate a rispondere, a vario titolo, di usura (oltre alla falsità in documenti). I riflettori, però, sono puntati in particolare su cinque degli imputati; ovvero l’imprenditore a capo della società, il suo capocantiere, l’'uomo dei conti’, il direttore amministrativo e il dipendente della fiduciaria che gestiva le ‘cose’ della ditta. Lungo il periodo, 8 anni dal 2008 al 2016, passato al setaccio dagli inquirenti. È in quel lasso di tempo che, agli occhi dell’accusa, sfruttando il bisogno di lavorare di 11 operai, si sono ‘taglieggiate’ le buste paga, arrivando a costringere i dipendenti a restituire la differenza ‘svizzera’ di uno stipendio che non rispettava i contratti collettivi di lavoro, facendoli sudare fino a 54 ore la settimana. Come? I sistemi ricostruiti dalla pp sono vari, ma tutti perseguivano un unico scopo: limare i salari e ridurre le spese della commessa, intascando, a conti fatti (dalla magistratura), oltre mezzo milione di franchi.

L’impresario e il ‘caporale’

Alla fine si ritrovano oggi faccia a faccia in tribunale. Da una parte il titolare della società di piazza Boffalora, parte di un gruppo con base a Cantù e commesse in tutto il mondo, secondo l’accusa il principale responsabile (per lui l’usura è aggravata), ma che oggi reclama la sua innocenza. E dall’altra, il capocantiere, quel ‘caporale’ che, preso il coraggio a due mani, ha puntato il dito contro il suo ‘capo’, facendo venire a galla tutto il malandazzo. Un agire sistematico, quello rimproverato dalla procuratrice – si contesta l’usura commessa per mestiere –, che reclutava manodopera (in taluni casi anche in là con gli anni), per poi dirottarla sui cantieri: dal Kurhaus di Cademario al resort di Andermatt, dagli alberghi di lusso della Svizzera romanda, all’Italia e alla Francia, passando per il Principato di Monaco. A quel punto un’occasione professionale per sbarcare il lunario per operai senza qualifiche, imbianchini e falegnami si trasformava in una forma di sfruttamento: l’accusa non ha dubbi.

Ore lavorate sul cantiere ma non sulla carta; buste paga a due velocità che dichiaravano salari ‘elvetici’, ma ne versavano di ‘italiani’, quindi decurtatati, in totale, di decine di migliaia di franchi; bonifici fittizi ed ‘eccedenze’ da restituire in contanti al datore di lavoro. In alcuni casi, si contesta, il personale ignorava persino l’esistenza di contratti collettivi di lavoro, ad aleggiare il timore di perdere il posto.

Le accuse cadute

Per i cinque imputati principali, infatti, all’inizio dell’inchiesta il carico delle pendenze era più gravoso. Reati come l’estorsione aggravata, la coazione e l’inganno aggravato nei confronti delle autorità, poi abbandonati da Borelli.

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