Da esplorare (Ti-Press/Elia Bianchi)
Stabio
17.09.2019 - 06:000
Aggiornamento : 09:02

Quando si dice una ‘Vita da cani’

Una mostra del Museo della civiltà contadina esorta a riflettere sui rapporti (mutati) fra uomo e animale

Provate a dire a un uomo (o a una donna) che fa ‘Una vita da cani’. Di sicuro non farebbe invidia a nessuno. Siamo sicuri, però, di non essere stati noi, esseri umani, a stravolgere l’esistenza ai nostri amici fedeli nei secoli? Per trovare la risposta vale la pena fare una capatina al Museo della civiltà contadina a Stabio (c’è tutto il tempo, fino al 28 giugno 2020). La mostra allestita con perizia e arguzia e che ci accompagnerà in questi mesi è, non a caso, figlia di un lucido progetto: indagare il rapporto con gli animali, resi ormai sempre più... umani. Per i prossimi quattro anni (un appuntamento all’anno) si andrà così alla (ri)scoperta di mucche, maiali, galline, topi e gatti. Ciò che si incontrerà sul cammino potrebbe essere sorprendente e persino un po’ inquietante. Apre la serie, come detto, ‘Vita da cani. Tra necessità e assurdità’. Perché? «Abbiamo voluto iniziare con un pizzico di leggerezza – spiega a ‘laRegione’ la curatrice Monica Rusconi –, proprio per riuscire a rappresentare al meglio i cambiamenti, radicali, vissuti dalla nostra società». E le trovate espositive («tutte idee del Museo») sono, di sicuro, efficaci e centrano l’obiettivo. In due sale (130 metri quadrati) si restituisce una radiografia di usi (d’antan) e costumi (moderni) che ci mette quasi spalle al muro, inchiodandoci alle nostre responsabilità. «Di fatto – ci introduce la responsabile – è un viaggio tra passato e presente, durante il quale proviamo a insegnare a guardare il mondo dal punto di vista del cane».

I cinque sensi

Entrare nella prima sala, in effetti, è già accettare una sfida. Il visitatore viene caldamente invitato a mettersi nei... peli (poco meno di 97mila per centimetro quadrato) dell’amico a quattro zampe. La chiave di lettura sono i cinque sensi: vista, olfatto, udito, gusto e tatto. Come percepiamo noi ciò che ci circonda; e come lo avverte il cane? Non resta che mettersi alla prova; e a qualsiasi età. Sì, perché, con spirito montessoriano, si è pensato di posizionare le varie postazioni a misura di adulto e di bambino. Insomma, a ognuno il suo. «Si tratta – ci guida Monica Rusconi (come faranno i mediatori con il pubblico) – di esperienze pratiche e ludiche che esortano ciascuno a metterci del suo per riuscire a cogliere le differenze fra l’universo umano e quello canino». E allora con curiosità si ‘indossa’ lo sguardo del cane – scoprendo che vede... giallo –; con coraggio si annusano provette in cui si sono rinchiusi odori all’ennesima potenza – «l’olfatto è il senso dominante grazie a 200-300 milioni di recettori» –; con stupore ci si rende conto che per lui il cibo non ha poi tutto sto’ sapore (ha 1’700 papille gustative contro le 9mila dell’uomo). Giunti sin lì, allora, ci si può anche spingere a esplorare il linguaggio canino. «Possiamo dire che al cane non manca la parola. Per indurre i visitatori a verificarlo abbiamo scomposto delle immagini che riproducono dei comportamenti attraverso i quali comunicano con i propri simili e tentano, a volte infruttuosamente, di esprimersi con noi umani».

Dal collutorio allo psicologo

A quel punto è il momento di passare alla seconda sala, decisa a osare con evidenti e ironiche provocazioni. Sino a dove si è spinta la relazione tra uomo e cane? A volte anche oltre il limite del comune buon senso. La prima immagine che accoglie il pubblico è emblematica del divario tra passato e presente: da una parte il cane che tira un carretto – «ci metterei anche il cane contrabbandiere con la bricolla legata al ventre»–, dall’altra il passeggino per cani. Ecco che la vecchia cuccia e i collari d’un tempo fanno a pugni con i gadget che alimentano il mercato dei prodotti per animali esposti sugli scaffali. «Sono le assurdità che abbiamo voluto mettere in discussione, invitando alla riflessione», ci dice la curatrice. E di motivi per farci un pensierino ce ne sono diversi. Danno da pensare, ad esempio, il collutorio per bestiole, la crema solare (protezione 30) o le pattine per pavimenti piuttosto che l’ombrello o il deodorante, sempre rigorosamente per razze canine. E se ci si poteva aspettare una vasta scelta di alimenti (vegani inclusi), appare arduo digerire la bambola gonfiabile. Che dire poi delle professioni nate dall’amore per l’animale: come lo psicologo o, addirittura, il raccoglitore di feci (tariffa 45 franchi). Ci salveremo? «L’importante è ricordarsi che un cane è sempre un cane». Può aiutare a riconciliarci con noi stessi (prima di lasciare il Museo) la mostra nella mostra (‘Fedeltà di ferro’, fino a dicembre) sulle composizioni metalliche (canine) di Aldo Giudici.

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