Luganese

Ocst indignato per come il Governo liquida la questione Bally

Il sindacato critica le parole evasive dell'autorità cantonale che non ha voluto nemmeno valutare quanto sta succedendo nella storica azienda di Caslano

Una realtà aziendale quasi completamente smantellata
(Ti-Press)
4 settembre 2026
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È grande la delusione dell’Ocst per la risposta alquanto evasiva del Consiglio di Stato all’interrogazione dei deputati in Gran Consiglio Claudio Isabella ed Evaristo Roncelli sul caso Bally. Una delusione che viene riportata in una nota stampa diffusa ai media: “Il Governo cantonale ha formalmente dato risposta all’atto parlamentare, ma lo ha fatto, nella sostanza, evitando di entrare nel merito degli aspetti più importanti della vicenda. Dove poteva fornire elementi concreti ha richiamato i vincoli del segreto d’ufficio e del segreto fiscale; dove gli veniva chiesto se intendeva tutelare attivamente gli interessi pubblici si è limitato a rinviare alle proprie competenze e alle procedure previste; dove lo si interrogava sui rischi per il tessuto economico cantonale, ha offerto considerazioni generali, senza entrare realmente nel caso Bally”.

Non si volevano informazioni riservate

Questo agire non può che preoccupare, aggiunge il sindacato che intravvede una “differenza sostanziale tra il divulgare informazioni riservate e il non assumere alcuna posizione”. In merito al caso Bally, al Governo è stata chiesta “la sua valutazione, quali sono i rischi per il territorio, se esistono strumenti di prevenzione e quali misure intende adottare per evitare che situazioni analoghe possano ripetersi. Su questi aspetti, però, la risposta rimane sostanzialmente generica. Alla domanda se il Cantone dispone di una stima delle imprese potenzialmente esposte nei confronti di Bally e dell’ammontare dei crediti a rischio, la risposta è semplicemente ‘No’, richiamando nuovamente i vincoli del segreto d’ufficio e fiscale. Alla domanda sulle possibili misure preventive o di sostegno, il Governo rinvia invece alle risposte precedenti”.

Mancate risposte che preoccupano

I deputati in Gran Consiglio non hanno chiesto lumi sul doppio tentativo (per ora fallito) di scorporo del marchio (non di acquisizione come erroneamente riportato oggi) dalle altre attività di Bally. Le mancate risposte del Consiglio di Stato suscitano una questione fondamentale all'Ocst: “Chi deve avere una visione complessiva di ciò che accade sul territorio, se non l’autorità pubblica? Quella di Bally non è una vicenda privata qualsiasi. Parliamo di una realtà industriale e occupazionale importante per il Ticino, con una storia decennale, e della cui crisi stanno pagando il prezzo innanzitutto le lavoratrici e i lavoratori, ma anche il territorio e, potenzialmente, l’intera filiera economica. Lo stesso Consiglio di Stato riconosce che le crisi aziendali possono produrre effetti sul tessuto economico e sociale ticinese e afferma che il partenariato sociale rappresenta una via importante per la tutela e il buon funzionamento del mercato del lavoro. Proprio per questo ci saremmo aspettati qualcosa di più di una risposta amministrativamente corretta, ma politicamente evasiva”.

Al Consiglio di Stato pare non interessi

Non è stato chiesto al Governo “di sostituirsi alla magistratura, né di interferire nelle procedure concordatarie. Chiediamo che si assuma fino in fondo il proprio ruolo politico: osservare ciò che succede, valutarne le conseguenze, interrogarsi sulle responsabilità e soprattutto costruire strumenti affinché quanto accaduto con Bally non possa semplicemente ripetersi con un’altra azienda, lasciando nuovamente lavoratori e territorio a gestire le conseguenze”. Per questi motivi l’Ocst, “non intende accontentarsi di questa risposta. Continueremo a cercare, nelle sedi opportune, le risposte che riteniamo necessarie. Non per curiosità, ma per rispetto verso le persone che per anni hanno lavorato per Bally e che oggi si trovano a pagare il prezzo di decisioni sulle quali non hanno avuto alcuna possibilità di incidere. A loro, prima ancora che alle istituzioni, riteniamo si debba una risposta. E questa volta non può essere un altro ‘non possiamo, non sappiamo, non possiamo dire’”.

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