Il municipale di Lugano e consigliere agli Stati nella sua allocuzione ha ripercorso alcuni momenti clou della storia della Confederazione e della città

Dal Patto del 1291 alla difesa di Lugano nel 1798, passando per Nicolao della Flüe. Oltre alla storia rossocrociata è stato il concetto di “patto” il filo conduttore dell’allocuzione pronunciata dal municipale di Lugano Marco Chiesa in piazza della Riforma, durante le celebrazioni del primo agosto. Nel discorso del consigliere agli Stati democentrista non sono mancati i riferimenti alla libertà e all’autonomia, anche decisionale, elvetica.
Chiesa è partito dall’accordo tra Uri, Svitto e Untervaldo che nell’agosto del 1291 decisero di non delegare ad altri le scelte del proprio destino e di non «affidare ad altri la loro sicurezza e l’amministrazione della giustizia. Sarebbe stata la via più comoda, ma ne scelsero un’altra. Decisero di assumersi la responsabilità del proprio futuro». Da quella decisione, ha sottolineato, nasce un’idea che attraversa la storia svizzera in quanto «una comunità è davvero libera quando può scegliere il proprio futuro e assumersene la responsabilità». Un principio che, secondo Chiesa, ha permesso alla Confederazione di crescere senza rinunciare alla propria pluralità: «Il Patto che stipularono non chiedeva ai confederati di essere uguali. Chiedeva qualcosa di molto più difficile: restare uniti, pur rimanendo diversi». Lo stesso principio, ha ricordato il democentrista, sarebbe stato messo alla prova nel 1481, durante la crisi di Stans, quando Nicolao della Flüe contribuì a ricomporre le divisioni tra i Cantoni: «Li invitò, semplicemente, a ricordarsi perché avevano scelto di stare insieme. I Confederati compresero la lezione, scelsero il dialogo e accettarono il compromesso salvando così la Confederazione. Non perché fossero diventati uguali, ma perché capirono che ciò che li univa era immensamente più importante di ciò che li divideva».
Il discorso è quindi arrivato a Lugano, alla notte tra il 14 e il 15 febbraio 1798 quando da Campione partirono imbarcazioni con uomini armati diretti verso la città, con l’obiettivo di favorirne l’annessione alla Repubblica Cisalpina. A difendere Lugano furono i Volontari Luganesi, «cittadini e non soldati di professione». Tra loro vi era anche Giovanni Taglioretti, l’unico volontario a perdere la vita quella notte: «Quando arrivò il momento decisivo, non si tirò indietro. Rimase al suo posto. E morì difendendo la sua città», ha sottolineato Chiesa, ricordando la targa dedicata a Taglioretti, al giuramento dei Volontari e aggiungendo che «un patto vive finché qualcuno rimane fedele alla parola data».
Chiesa ha quindi portato il discorso al presente. «Il Patto non è una reliquia. È un impegno vivo», ha affermato, collegandolo all’indipendenza, alla neutralità, al federalismo e alla democrazia diretta: «Ogni volta che un cittadino vota. Ogni volta che si raccoglie una firma. Ogni volta che il popolo pronuncia l’ultima parola. Quel Patto originario si rinnova». Infine un ultimo richiamo alla facciata di Palazzo Civico, con l’iscrizione ‘Aere civium conditum’, (costruito con il denaro dei cittadini). Per Chiesa, è un promemoria del fatto che «le istituzioni appartengono ai cittadini. Vivono della loro fiducia. E sono autorevoli soltanto quando rimangono al servizio della comunità. Ogni volta che entro in questo Palazzo, quell’iscrizione mi ricorda che questo è il significato più autentico del servizio pubblico. Il Primo d’agosto non è solo una festa, ma un momento di profonda gratitudine: chi ci ha preceduti non ci ha affidato un Paese nel quale i cittadini sono spettatori, ma protagonisti”. E con una chiusura dal sapore politico: “Un Paese che difende la propria indipendenza, perché sa che la libertà non si delega”.