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23.09.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:09

Il docente era responsabile della ‘modalità di comunicazione’

Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento, parla della controversa tesi che scelse il direttore arrestato per reati sessuali

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Ti-Press/laRegione
Alberto Piatti, direttore del Dfa, risponde ad alcuni interrogativi sulla controversa tesi

Non cessa l’indignazione per l’arresto del direttore di una sede di scuola media del Luganese, con l’accusa di aver avuto un rapporto sessuale completo con una minore di 16 anni e di averne palpeggiata una seconda. A suscitare interrogativi è quella tesi che l’allora docente propose, quattro anni fa, agli allievi di terza che parteciparono al percorso formativo sull’affettività e la sessualità, nell’ambito della lezione di latino. Una tesi preparata dal docente per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. In merito all’opportunità di proporre argomenti delicati ad allievi così giovani, abbiamo interpellato Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento (Dfa) della Suspi, che premette: «Prima di rispondere alle domande che toccano aspetti in parte tecnici e formali, mi permetto innanzitutto di esprimere a titolo personale la mia vicinanza a tutte le persone, alle famiglie e alle istituzioni che stanno soffrendo a causa di questa drammatica vicenda».

Una questione formale: chi dà il via libera per presentare agli allievi le lezioni che hanno a che fare con la tesi? Dfa o Decs?

La tesi è un lavoro di ricerca prodotto da uno studente che si sta formando per diventare docente di scuola media nel corso del suo ultimo anno di formazione. Nell’anno accademico di questa tesi (2017-2018), lo studente poteva scegliere se aderire alla proposta di tema di un formatore del Dfa oppure se proporne uno autonomamente. Nel caso specifico, lo studente ha aderito a una proposta di un formatore specialista nell’ambito dell’educazione all’affettività e alla sessualità, volta a indagare l’efficacia e l’accettazione di percorsi interdisciplinari su questo tema in diverse materie, percorsi previsti dal piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese. La proposta ha visto l’adesione di numerosi altri studenti e studentesse, che hanno svolto la propria tesi in questo ambito. Lo studente ha svolto la tesi nelle classi in cui era docente titolare, sotto la propria esclusiva responsabilità (in particolare per quanto riguarda i materiali prodotti e le modalità di comunicazione adottate), con l’accompagnamento scientifico del proprio relatore di tesi, condividendo i propri materiali e i contenuti del corso con i docenti direttamente coinvolti della propria sede e con la direzione.

La tesi evidentemente è stata approvata e seguita dal suo Dipartimento. Non vi siete posti il dubbio che esplorasse un terreno delicato per alunni di terza/quarta media? Le lezioni di latino possono essere un contesto idoneo per un discorso del genere?

L’educazione all’affettività e alla sessualità è parte integrante del piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese, che prevede nel contesto di formazione generale salute e benessere che "la promozione della salute è trasversale alle singole discipline". Le raccomandazioni operative del gruppo di lavoro per l’educazione sessuale nelle scuole ticinesi (Gles) del 2016, indicano che "i docenti sono quindi chiamati, in un’ottica interdisciplinare e collaborando all’interno del consiglio di classe, a integrare nella loro programmazione gli aspetti legati all’educazione sessuale, nel rispetto delle proprie competenze e sensibilità nei confronti degli argomenti trattati. Non si richiedono loro conoscenze specifiche approfondite, ma di assumere appieno e con consapevolezza il proprio ruolo educativo anche in questo ambito". Lo sviluppo di percorsi interdisciplinari in questo ambito è quindi legittimo e auspicato dalle autorità scolastiche cantonali.

Da parte dei genitori non sono mancate critiche e perplessità. Come avete per finire valutato queste obiezioni? Non avete pensato di interrompere le lezioni viste le rimostranze pervenute?

La tesi in questione, consegnata al termine del percorso d’insegnamento, documenta esplicitamente delle carenze in termini di comunicazione e condivisione con le famiglie all’inizio del progetto che hanno portato in un secondo tempo alla necessità di chiarire una serie di questioni sollevate legittimamente dalle famiglie, anche queste documentate nel lavoro, tramite una serata informativa organizzata in tempi brevi dalla direzione dell’istituto scolastico, in presenza di tutti i docenti coinvolti e in collaborazione con il Dfa. Non siamo a conoscenza di nessuna ulteriore critica formale nei confronti del percorso sollevata in seguito alla serata. Da osservare inoltre che i riscontri raccolti al termine dell’itinerario presso gli allievi e le allieve, rispettivamente i docenti e le docenti coinvolti, sono sostanzialmente positivi, così come riportato esplicitamente nella tesi.

La chat WhatsApp: come valutate la scelta di un canale di questo tipo nell’ambito della scuola? Eravate a conoscenza del fatto che in questa chat gli allievi erano invitati ad esprimersi liberamente su tematiche sessuali, anche fuori dall’orario scolastico? Se sì, cosa ne pensate?

I social media sono strumenti di condivisione e comunicazione molto potenti e molto presenti nella nostra società, anche nella scuola (tra allievi, ma anche tra genitori e tra docenti). Il Consiglio di Stato ha approvato nel 2015 delle raccomandazioni sull’uso dei social media per i docenti e per le scuole. Le raccomandazioni indicano che "tra formazione e social media si riconoscono delle intersezioni virtuose", ma anche che "per quanto riguarda l’uso didattico-pedagogico: l’uso dei social media privati e aperti in un contesto scolastico (dalle attività in classe alle uscite di studio, a progetti innovativi) è consentito solo dopo attenta analisi delle opportunità e dei rischi (per esempio, accesso alle informazioni da parte di terzi)". Da notare che nel 2018 l’età minima per l’utilizzo di WhatsApp è stata alzata a 16 anni, per cui l’utilizzo in classe di questo social media durante l’anno scolastico successivo non sarebbe più stato possibile. La scelta di utilizzare questo canale, anziché di preferirgli social media istituzionali proposti e gestiti dal Decs – scelta di esclusiva responsabilità del docente – non era a suo tempo vietata di principio, ma era comunque soggetta a una richiesta di autorizzazione al Cerdd (Centro di risorse didattiche e digitali). L’utilizzo di social media in questo ambito va considerato con particolare attenzione alla sensibilità del tema, ponderando accuratamente i rischi quali la difficoltà di mantenere la discussione in un contesto di educazione formale, il rispetto della privacy e la potenziale confusione tra una dinamica di discussione tra pari e una dinamica di discussione tra docente e allievi/e. La raccolta di domande da parte degli allievi e delle allieve in questo ambito nella scuola media è una prassi consolidata e importante, che però di regola viene svolta tramite supporti fisici (ad esempio una cassetta delle domande) e filtrata dai docenti, evitando così i rischi evidenziati sopra.

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