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10.05.2022 - 16:36
Aggiornamento: 19:03

‘La relazione malata di due persone egualmente malate’

Pena sospesa a favore di un trattamento stazionario per la donna che, nel novembre scorso, accoltellò l’ex compagno a Savosa

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archivio Ti-Press
Sia l’imputata che la vittima hanno precedenti

«La relazione malata di due persone egualmente malate». Così il giudice Mauro Ermani, presidente della Corte delle Assise criminali di Lugano, ha definito la storia culminata con il fatto di sangue avvenuto il 21 novembre scorso in un appartamento di Savosa. Quella sera una 30enne ha inferto una coltellata al collo al suo compagno (oggi ex) mentre entrambi si trovavano sotto l’influsso di alcol e cocaina. La donna è stata riconosciuta colpevole di tentato omicidio intenzionale per dolo eventuale, impedimento di atti dell’autorità e contravvenzione alla Legge federale sugli stupefacenti e condannata a 4 anni di detenzione (oltre che a 30 aliquote giornaliere per impedimento di atti dell’autorità e a una multa di 100 franchi). La pena è stata sospesa a favore di un trattamento stazionario in una struttura specializzata in dipendenze (ipotesi formulata sia dall’accusa che dalla difesa) e a un trattamento ambulatoriale per curare il disturbo della personalità misto. In passato la 30enne ha sempre rifiutato questo genere di cura. «Era una routine, un circolo vizioso malsano – ha sostenuto in aula –. Pensavo di farcela da sola». A domanda diretta del giudice sul suo essere dipendente dall’alcol oggi, la donna ha risposto che «ritengo di avere bisogno di un sostegno per togliere l’alcol dalla mia vita e dalla mia routine».

La sera dei fatti

La storia tra l’imputata e il suo ex compagno è iniziata 7 anni fa. «Una relazione a dir poco turbolenta caratterizzata da numerosi episodi di violenza reciproca. Quanto accaduto non poteva che essere l’epilogo di una relazione tossica per entrambi», sono state le parole della procuratrice pubblica Pamela Pedretti. Prima dei fatti la polizia era già intervenuta una dozzina di volte nell’abitazione per disturbi e vie di fatto e a carico di entrambi ci sono già delle condanne. La Corte ha riconosciuto la ricostruzione dei fatti riportata nell’atto d’accusa. Dopo le discussioni pomeridiane, l’ex compagno è tornato a cenare nell’appartamento di Savosa. A tavola dopo che i due hanno consumato vino e birra, la discussione è continuata «con toni tutto sommato pacati», ha ricostruito il giudice. Dopo aver consumato cocaina, intorno a mezzanotte e mezza, «la lite si è riaccesa per un motivo non così chiaro – ha continuato Ermani –. L’ex compagno ha manifestato l’intenzione di andarsene e sono iniziati insulti e spintoni. L’imputata ha così afferrato il primo coltello abbandonato dalla cena e lo ha ferito dopo avergli detto che lo avrebbe ammazzato». L’imputata ha sostenuto di avere preso in mano il coltello per difendersi dopo una discussione tra l’uomo e il pusher che avrebbe portato loro la cocaina. «Non è verosimile che avesse il coltello già durante la colluttazione – ha proseguito il giudice –. Consapevole di cosa la donna è capace, non le avrebbe voltato le spalle ma avrebbe cercato di disarmarla». Come riportato nell’atto d’accusa, l’uomo è stato colpito da tergo, con un coltello con una lama lunga circa 10 centimetri, al collo in regione laterocervicale sinistra. «Fin da subito – ha concluso il giudice – ha minimizzato l’accaduto non ritenendo necessario soccorrere l’uomo, che stava perdendo molto sangue. Solo quando la vittima stava chiamando la polizia, si è avventata su di lui per cercare di togliergli il telefono».

Parola ad accusa e difesa

Nella sua requisitoria, Pedretti ha evidenziato che, per la sera dei fatti, ci sono tante «zone d’ombra» che impediscono di dare una risposta a tutto. «Non ci sono dubbi sul fatto che ci sia stato un acceso litigio con spintoni reciproci». Chiedendo una pena di 4 anni sospesa a favore delle cure, la rappresentante dell’accusa non ha esitato a dire che «avrebbe potuto ucciderlo. È solo un caso che non siano stati recisi vasi determinanti». Altro punto da sciogliere, a mente dell’accusa, è se l’azione sia stata commessa per dolo diretto o eventuale. La strada scelta dalla pp è stata la seconda. «Non possiamo fare astrazione dal fatto che l’imputata stava passando un periodo emotivamente stressante che l’ha portata all’azione d’impulso. Voleva ferirlo ma non posso sostenere che volesse togliergli la vita». Sottolineando «la necessità di un trattamento per affrontare l’abuso di sostanze alcoliche», l’avvocato Luisa Polli si è rimessa al giudizio della Corte per la commisurazione della pena, «da sospendere per un trattamento stazionario». Quello che attende la 30enne «sarà un percorso lungo, e ne è consapevole, da affrontare in una struttura idonea che evidentemente non è il carcere». Nella sua arringa la legale ha sottolineato che il ferimento dell’allora compagno «è avvenuto nel contesto di un ennesimo violento litigio della coppia» che ha sancito «l’epilogo di un lungo periodo buio che la mia assistita ha affrontato sopravvivendo più che vivendo».

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