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21.02.2022 - 10:54
Aggiornamento: 14:19

Aggressione al 18enne, duplice il sequestro e più pestaggi

Si è aperto stamane alle Assise criminali il maxiprocesso a carico dei 6 imputati. Chiesero pure il riscatto al padre per ottenere i soldi della droga

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Ti-Press
La procuratrice pubblica Valentina Tuoni

Mantenuti dai genitori – qualcuno vendeva droga – disoccupati, chi al beneficio dell’assistenza, chi con debiti, chi con precedenti per spaccio e vie di fatto, chi apprendista, chi a piede libero, chi in detenzione da quel 28 gennaio 2021, quando sequestrarono costringendolo in auto – chiesero persino un riscatto al padre della vittima, si apprende ora – un 18enne del Mendrisiotto, per poi malmenarlo dapprima ad Ambrì e poi nella discosta e buia zona industriale di Cadempino, dove lo presero a sprangate abbandonandolo nel sangue: volevano farsi consegnare i soldi – 2mila franchi, saliti a 7mila con interessi – per dosi di droga non onorate.

Si è aperto stamane, dopo due rinvii (causa Covid di uno degli imputati) il maxiprocesso davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano composta da giurati per la brutale aggressione avvenuta a Cadempino il 28 gennaio 2021: 6 imputati, seduti sui due banchi, davanti ai giudici, devono rispondere delle numerose imputazioni, ognuno secondo le proprie responsabilità e i propri ruoli. Rischiano tutti oltre 5 anni di carcere. L’impressionante elenco delle violenze è riassunto dalla pp Valentina Tuoni in un atto d’accusa voluminoso: 36 pagine, più uno aggiuntivo di 23. Le imputazioni: sequestro di persona, tentato omicidio intenzionale, subordinatamente esposizione a pericolo della vita altrui e omissione di soccorso. Gli imputati sono sei giovani dai 21 ai 27 anni del Luganese, sostanzialmente rei confessi, alcuni di origine italiana e un rumeno, nonché un 32enne colombiano. Quattro sono gli esecutori materiali, due invece hanno assistito alle scene di violenza.

Il primo sequestro il 10 dicembre 2020: ad Ambrì trascinato in auto con una corda per 900 metri

«Bisognava spaventarlo perché la vittima doveva soldi per droga». Il primo episodio, è avvenuto il 10 dicembre: la vittima è stata convocata al cimitero di Massagno con la scusa di un po’ di marijuana. È il 28enne italiano a raccontare uno degli episodi più sconcertanti: la vittima, dopo aver subìto calci, sberle, pugni e spintoni alla schiena, alla testa, nella neve gelida, e minacce di morte, è stata trainata ad Ambrì con l’auto, legata a una corda, per 900 metri a 40-50 all’ora – la velocità, secondo la pubblica accusa era doppia. «Sapeva che poteva essere in pericolo di vita?» – ha chiesto il giudice, Amos Pagnamenta. «Lì per lì non ci ho pensato. Alla fine dell’episodio, quando sono tornato a casa la sera, mi sono detto che eravamo stati fortunati che non fosse morto. Non ho pensato alle conseguenze, ero focalizzato sul mio compenso» – ha risposto l’imputato. Il dibattimento pubblico, che dovrebbe durare almeno fino a mercoledì, sta entrando nel vivo della ricostruzione dei numerosi episodi. La vittima è stata potenzialmente in pericolo di vita, secondo la pubblica accusa, e se la morte non è intervenuta è solo per circostanze fortuite e perché il 18enne del Mendrisiotto è riuscito a parare i colpi più gravi.

Due giornate di violenza inaudita

C’è la giornata del 10 dicembre, che ha visto tecnicamente due volte il sequestro della vittima: dapprima a Cadro, seguito dal primo pestaggio, e il pomeriggio alle 18 in Leventina. Poi c’è la seconda giornata, con il terzo sequestro, quella del 28 gennaio a Cadempino-Vezia, dove il giovane è stato colpito, oltre che a sberle e calci in testa e ai testicoli, a sprangate con un attrezzo da palestra. Il dibattimento riprende nel pomeriggio con nuovi interrogatori agli imputati.

Atrocità su atrocità

«Lo scopo era spaventare la vittima, volevamo ottenere il denaro. Eravamo più persone». Sono concordi le versioni degli imputati. Era il 32enne colombiano a vantare il credito di 2’000 franchi per droga non pagata, che poi aveva fatto salire a 7mila per mettere pressione ai suoi complici. «Il compenso? Sarebbe stato di 500 franchi» – ha raccontato il 22enne luganese. Un altro imputato ha parlato invece di un prospettato guadagno di 1’000 franchi. Il denaro doveva essere dato al colombiano, il quale aveva promesso i compensi, visto che, vendendo droga, era nella possibilità di pagare i suoi aguzzini. A Massagno il 10 dicembre 2020 il primo sequestro; il secondo il 28 gennaio 2021, nel frammezzo numerosi avvertimenti, nei quali la vittima aveva annunciato al branco che presto avrebbe potuto restituire i soldi della droga, dal momento che aveva raccontato di aver trovato un lavoro. Il colombiano avrebbe pure minacciato di morte il ragazzo. Il 28enne italiano si è reso protagonista delle maggiori atrocità nei confronti della vittima il 28 gennaio 2021 (il giorno dopo tutti gli imputati finirono in carcere).

Nell’episodio di Cadempino la violenza cresce: il giovane è stato colpito a sprangate all’altezza della coscia, una spranga di un metro, un attrezzo da palestra. «L’idea mi è venuta dai film» – ha detto il 28enne italiano, che ha raccontato altre atroci violenze inferte alla vittima: scosse alle dita delle mani con le pinze con cui si carica la batteria dell’auto. E con il carburante ha impregnato la sua felpa e gli «ho messo l’accendino vicino, una ventina di centimetri. Era solo il gesto». Così ha raccontato l’imputato, con disarmante superficialità.

Leggi anche:

Pestaggio di Cadempino, slitta ancora il processo

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