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Il ristorante Mary che subì il furto nell’aprile 2019
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07.12.2021 - 17:13
Aggiornamento: 08.12.2021 - 16:34

Lugano, condannato il complice del furto al Mary

Inflitti tre anni di reclusione, di cui sei mesi da espiare, a un 52enne italiano riconosciuto colpevole di truffa, furto e falsità in documenti

Tramite la sua società, falsificava documenti per procurarsi finanziamenti di attività fittizie, dal Leasing per le auto ai contratti fasulli dei dipendenti. Ma il 52enne di nazionalità italiana residente nel Luganese, comparso in aula penale, ha pure partecipato al furto della cassaforte del centralissimo ristorante Mary a Lugano. Un furto messo in atto nell’aprile del 2019, nel quale l’imputato ha avuto il ruolo di accompagnatore dell’autore materiale del reato, tuttora ricercato dalla polizia. L’uomo, come emerso nel corso del processo odierno, ha agito per conto di una banda organizzata che, fra le sue modalità di azione, ha utilizzato società ’dormienti’, attraverso le quali ottenere illecitamente denaro. Nel mirino dei raggiri, sono finiti garages, società di Leasing e società di payrolling, che si sono occupate, su specifica richiesta dell’imputato, di preparare le buste paga dei dipendenti, anticipando i salari ai diretti interessati.

Si rinuncia all’espulsione dalla Svizzera

La Corte delle Assise Criminali di Lugano, presieduta dal giudice Siro Quadri e composta dai giudici a latere Giovanna Canepa Meuli e Aurelio Facchi, ha condannato il 52enne a tre anni di prigione, sospesi con la condizionale per trenta mesi. L’uomo, che nel frattempo ha trovato un impiego, dovrebbe così scontare ancora due mesi di carcere. Sarà il giudice dei provvedimenti coercitivi a decidere come. La corte ha sposato le tesi dell’accusa sostenuta dalla procuratrice pubblica Margherta Lanzillo che aveva, appunto, formulato le medesima richiesta al termine della requisitoria. Non sono invece state accolte le tesi presentate dalla difesa, assunta dall’avvocato Luca Loser che ha messo in evidenza tre circostanze attenuanti. La corte ha però rinunciato ad espellere l’uomo dal Paese, pur essendo dati i presupposti per pronunciare il provvedimento. È stato tenuto conto del fatto che il 52enne risiede in Svizzera da parecchi anni, è padre di due figli, entrambi nati all’interno dei confini confederati.

Ha agito per conto di una banda criminale

L’imputato all’inizio dell’inchiesta aveva negato ogni responsabilità, poi ha ammesso sostanzialmente tutti i fatti indicati nell’atto d’accusa, che la corte ha totalmente confermato. L’uomo ha sostenuto di non aver potuto riferire agli inquirenti tutti i nomi delle persone con le quali ha avuto a che fare nel periodo durante il quale ha commesso atti illeciti. Non le ha nominate, per paura di subire ritorsioni a causa delle minacce ricevute. Ha detto di aver conosciuto queste persone quando si è messo in proprio, dopo aver perso l’impiego in banca. Da quando è uscito di prigione, ossia da qualche mese, non è più stato contattato da queste persone, ha affermato di fronte alla corte. Le truffe ci sono comunque state e il giudice, nel principio, ha riconosciuto le richieste di risarcimento avanzate da tre delle società che si sono costituite accusatrici private. Istanze quantificate in oltre 180’000 franchi dalla legale Chiara Ferroni. Il giudice ha tuttavia rinviato la questione al Foro civile.

Il danno si aggira sui 440’000 franchi

Secondo la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, l’atto d’accusa indica circostanze e situazioni, che nella loro complessità hanno mostrato di essere fondate. Il 52enne è stato spinto a compiere atti illeciti dalla sua disastrosa situazione finanziaria quando è entrato in contatto con una banda del crimine. L’imputato si è messo a disposizione di queste persone mosso dal bisogno. Tutto è partito dal furto della cassaforte del ristorante Mary a Lugano. Da quel caso, ha ricostruito la procuratrice, sono venute a galla una serie di truffe. Una serie di imbrogli che l’imputato ha contribuito a concretizzare, producendo falsi bilanci e conti economici della sua società. Presentava pure il conto corrente della società per mostrare che era operativa e, grazie ad altra documentazione falsa, otteneva leasing, contratti e telefoni e in generale finanziamenti sulla base di bilanci falsificati. Ha preso parte a una serie di truffe provocando un danno che si aggira sui 442’000 franchi. L’imputato, secondo la pp, ha funto da marionetta per una banda malavitosa, rimanendo invischiato in un ambiente criminoso. Era ed è tuttavia, ben consapevole di agire nell’illecito.

La difesa, pur confermando la ricostruzione dei fatti dell’accusa, ha portato all’evidenza della corte alcune circostanze attenuanti. Tanto da sostanziare una richiesta di pena di 24 mesi sospesi con la condizionale, siccome l’imputato ha già scontato quattro mesi e non dovrebbe più tornare in cella. La corte ha tuttavia replicato all’avvocato Loser che la collaborazione c’è in effetti stata ma solo nel corso dell’inchiesta. Nemmeno è stata riconosciuta l’attenuante del sincero pentimento dai giudici, che non hanno intravvisto alcun segno di rimorso nell’imputato. La corte ha ritenuto la truffa aggravata e particolarmente complessa messa in atto nell’ambito di una rete di connessioni che non è stato possibile verificare. Riguardo alla possibilità di espulsione dalla Svizzera, invece, la tesi dell’avvocato è stata accolta. In altre parole, l’espulsione sarebbe uno sbaglio, visto che l’uomo ha un lavoro e perché ha una famiglia.

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