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06.12.2021 - 11:57
Aggiornamento: 16:31

Quell’appartamento a Lugano divenuto crocevia dello spaccio

Tre anni di carcere in parte sospesi alle Criminali a un cittadino albanese recidivo che ha ammesso un traffico di 300 grammi di cocaina

di Guido Grilli
quell-appartamento-a-lugano-divenuto-crocevia-dello-spaccio
Ti-Press
Ha trafficato cocaina in diverse località del Luganese

Troppo rumoroso quell’appartamento di Lugano, divenuto un crocevia dello smercio di cocaina, un viavai di persone poco raccomandabili. Così, dopo una meticolosa inchiesta, gli inquirenti sono andati a colpo sicuro, intervenendo nell’abitazione presa in affitto da una coppia – un ticinese e una cittadina rumena – e trovando la prova di quanto cercavano: droga destinata alla vendita, vestiti appartenenti a più persone. Tra gli arresti scattati nell’autunno di un anno fa, c’è quello di un cittadino albanese 35enne residente in Italia, già noto al Ministero pubblico per essere stato condannato per gli stessi reati nel 2019. L’uomo è comparso oggi davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano per rispondere di infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti.

‘Non faccio nomi su chi mi riforniva, temo per la mia famiglia’

«All’inizio negava, solo dopo due mesi di detenzione ha ammesso i fatti. Come mai?», ha chiesto il giudice, Siro Quadri: «Avevo paura» – ha risposto l’imputato. Che poi ha ammesso di aver trafficato 300 grammi di cocaina, parecchio pura (quai all’80%). L’uomo ha alienato la droga all’inquilino dell’appartamento, anche lui un pregiudicato che sarà processato separatamente. «Dove prendevo la droga? Posso dire soltanto che la prendevo in Ticino, ma non posso fare nomi, perché temo ripercussioni per la mia famiglia». Il 35enne, che lavorava regolarmente come muratore in Italia, ha spiegato che in quel periodo consumava parecchia cocaina e inoltre che era caduto in un completo buio perché sua moglie aveva perso il figlio che aveva in grembo.

La droga è stata spacciata in diverse località del Luganese, principalmente dai due inquilini dell’appartamento, tra il settembre e il dicembre 2020. La procuratrice pubblica, Marisa Alfier, ha proposto una pena detentiva senza opporsi a una parziale sospensione condizionale: «L’imputato si è assunto le proprie responsabilità e ha collaborato. Non ha fatto tesoro della sospensione condizionale ottenuta nel settembre 2019, ma questa volta ha raccontato la verità». Il magistrato ha proposto una condanna unica di 36 mesi, comprensiva dell’intero periodo di spaccio, lasciando decidere alla Corte un’eventuale parte sospesa, per un periodo di prova di cinque anni e l’espulsione dalla Svizzera di 7 anni.

L’avvocato d’ufficio, Niccolò Giovanettina, durante l’arringa difensiva ha evidenziato come al vertice dello spaccio che gravitava attorno all’appartamento di Lugano «c’erano altri due personaggi», vale a dire la coppia di inquilini. Già due anni fa aveva spacciato un analogo quantitativo di cocaina, trecento grammi – ha ricostruito il legale –, «ma oggi il mio assistito è credibile». «La sua è stata un’assunzione di responsabilità, in un’inchiesta che ha invece visto gli altri attori raccontare un innumerevole numero di bugie. Con le sue ammissioni è andato persino oltre alle risultanze dell’inchiesta. La Corte deve tenere conto del come e perché il 35enne sia tornato a spacciare. Nel settembre 2020 ci è ricascato: lavorava tranquillamente come muratore, ma un correo lo ha chiamato di nuovo dentro al mondo dello spaccio». Il legale ha sottolineato come l’imputato non abbia ottenuto un reale guadagno: riceveva soprattutto le dosi per il proprio consumo. L’avvocato Giovanettina ha sottolineato che dal marzo 2021 il 35enne «ha iniziato a collaborare con gli inquirenti e ad ammettere, segno che il carcere gli è stato utile». Il legale si è detto d’accordo sulla proposta di una pena unica, come formulata dalla procuratrice pubblica. Il difensore non si è inoltre opposto all’espulsione dalla Svizzera, dal momento che il centro degli interessi dell’imputato si trova in Italia. In chiusura, l’avvocato Giovanettina ha chiesto di rimettere in libertà il proprio assistito, accogliendo la proposta di pena di 36 mesi, ma chiedendo la sospensione condizionale dei due terzi rimanenti, considerato che un anno lo ha già espiato preventivamente.

La sentenza ha ricalcato in buona parte le richieste di accusa e difesa. La Corte, presieduta dal giudice Siro Quadri, «tenuto conto della confessione del 35enne e che ha maturato un comportamento di responsabilità, dando prova di piena collaborazione con l’inchiesta», ha pronunciato una pena di 3 anni di detenzione, come pena unica, di cui 22 mesi sospesi per un periodo di prova di 5 anni. I giudici hanno tuttavia aumentato a 8 gli anni di espulsione dalla Svizzera.

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