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20.10.2021 - 18:580

Confidò d’aver frodato il fisco per milioni e finì gabbato

Due pseudo-fiduciari alle Assise criminali di Lugano accusati di aver truffato un anziano. Processo rinviato per dar luogo a un ‘patteggiamento’

Confessò di aver nascosto milioni al fisco a due pseudo-fiduciari (di fatto, senza patente) e, anziché ottenere buoni consigli, si fece convincere a versare i suoi averi - 3 milioni di franchi - nelle casse di una loro società della quale avevano sottaciuto le gravi difficoltà in cui versava. Vittima, un novantenne, nel frattempo deceduto, colpito da esaurimento nervoso ed estremamente fragile dopo la morte della moglie. Oggi, a distanza di diversi anni dai fatti, ma comunque lontani dal rischio prescrizione - siamo tra il marzo 2013 e il novembre 2014 - la vicenda è approdata in tribunale davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano. Sul banco degli imputati, un 72enne, presidente del Consiglio d’amministrazione della società e una 70enne, membro del Cda, entrambi domiciliati nel Luganese, accusati di truffa, subordinatamente usura e amministrazione infedele aggravata, falsità in documenti, nonché appropriazione indebita d’imposta alla fonte.

La denuncia della figliastra fermò parzialmente la voragine

La vicenda venne a galla, dopo la denuncia penale della figliastra della vittima, patrocinata dall’avvocato Mario Postizzi, rappresentante in aula dell’accusatrice privata. Il danno patrimoniale, secondo il procuratore pubblico Daniele Galliano, si attesta a circa 1 milione di franchi. Gli altri due milioni versati dalla vittima sono in parte stati restituiti e in parte recuperati dagli inquirenti dopo che erano finiti nelle maglie delle diverse società - ben 8 - gestite dai due imputati e tutte in difficoltà economiche. La vittima, secondo il magistrato, è stata minacciata e terrorizzata, così pure la figliastra, nel momento in cui è avvenuto l’incontro in odor di truffa nell’ufficio fiduciario. I due avevano sconsigliato all’anziano di mettersi in regola col fisco, asserendo falsità. Così, alla fine, la vittima ha accettato di immettere nella società l’immensa somma come prestito correntista e accettando, di mese in mese, di ricevere in cambio un importo a titolo di stipendio fittizio. Il 72enne presidente della società si mostrava forte e solido finanziariamente, ma a onor del vero aveva accumulato attestati di carenza beni per quasi due milioni di franchi, perdendo anche il titolo di fiduciario che tuttavia ha continuato a ostentare. La donna aveva rinunciato alla patente di fiduciaria, eppure aveva esercitato la professione senza la necessaria autorizzazione.

Accordo tra le parti a porte chiuse

Ma di fatto il processo non è mai decollato nelle sue forme canoniche e ha conosciuto un esito inusuale: un rinvio di 30 giorni per consentire alle parti di affinare una sorta di “patteggiamento” discusso a porte chiuse, dove la stampa non è stata ammessa. La ragione è che le parti hanno parlato degli averi dei due imputati e dell’importante capitolo risarcitorio a favore della vittima, spogliata di una somma non inferiore a un milione di franchi. Gli avvocati difensori, Luca Marcellini, patrocinatrice della donna e Marco Bertoli, in difesa dell’uomo, hanno proposto all’avvocato Mario Postizzi, rappresentante della parte civile, di trovare un’intesa risarcitoria. Nell’intesa, anche una proposta di pena, non resa nota per il momento, poiché appunto ipotetica. L’intesa dovrà naturalmente essere posta al vaglio della Corte delle Assise criminali (presidente il giudice Marco Villa, giudici a latere Monica Sartori-Lombardi e Aurelio Facchi) al prossimo “round”, ossia tra un mese, quando sarà aggiornato il nuovo processo. Nell’atto d’accusa stilato dal magistrato, al capitolo “oggetti e valori patrimoniali sequestrati”, figurano immobili di proprietà dell’imputata 70enne, che, presumibilmente, potrebbero tradursi nell’azione risarcitoria a favore della vittima. Tra le proprietà, un appartamento situato nell’esclusiva località di St. Moritz, in Engadina.

Se oggi i due imputati sono stati risparmiati dall’istruttoria processuale, tra un mese i giudici sentiranno gli accusati anche se il dibattimento pubblico prospettato non sarà dissimile (non nella forma) al rito abbreviato. Insomma, l’intesa sfociata nel cuore del processo odierno sembra accontentare tutti. L’ultima parola spetterà comunque alla Corte, che sarà chiamata in conclusione a emettere il verdetto sulla vicenda giudiziaria. Tra i temi, ancora irrisolti, la qualifica del reato principale per cui lo stesso procuratore pubblico, Daniele Galliano, ha formulato più di una subordinata: truffa, in subordine usura o in alternativa amministrazione infedele aggravata. I due imputati, entrambi incensurati, sono pure accusati di appropriazione indebita d’imposta alla fonte.

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