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Ad essere stato molestato è stato l'amichetto dei figli (Ti-Press/Archivio)
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30.07.2021 - 16:300

Lugano, palpeggiò bimbo di 9 anni: 52enne condannato

Dodici mesi sospesi di pena. Inoltre, all'uomo è stato interdetto a vita lo svolgimento di professioni che prevedano il contatto con minori

«Non credo che sarei andato oltre, sentivo e sapevo dentro di me che c'era qualcosa di sbagliato in quello che stavo facendo». Si è dichiarato dispiaciuto e in colpa il 52enne – uno spagnolo residente nel Luganese –, condannato per coazione sessuale e atti sessuali con fanciulli oggi alle Assise correzionali di Lugano. La Corte, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, gli ha inflitto una pena di dodici mesi sospesi condizionalmente per un periodo di prova di quattro anni. Inoltre, come richiesto per altro anche dalla difesa stessa, gli è stato confermato il trattamento ambulatoriale a causa del pericolo di recidiva. Infine, all'imputato è stato interdetto a vita lo svolgimento di professioni che prevedono il contatto con dei minori.

«Non so perché l'ho fatto»

L'abuso è accaduto nel novembre del 2020: l'imputato era a casa sua con i suoi due figli piccoli e la vittima. Quest'ultima, un bambino di nove anni, era l'amichetto dei figli dell'uomo. «Con premeditazione», come detto dall'avvocato Raffaele Caronna, rappresentante legale dell'accusatore privato, il 52enne ha fatto sedere sul divano, vicino a lui, il bambino, mentre i suoi due figli erano seduti anch'essi sul divano intenti a guardare la tv. Da lì, l'uomo, ha poggiato la sua testa sulle gambe del bambino e ha infilato la sua mano tra le sue gambe. Il fanciullo, «con grande intelligenza», si è rivolto poi ai suoi coetanei chiedendogli di uscire a giocare. «Una trovata che ha tolto la vittima, probabilmente, da problemi più grandi», ha spiegato l'accusatore privato. Sulla durata dell'abuso – che nell'audizione è stata dichiarata lunga quasi 30 minuti dal bambino e cinque minuti dall'imputato –, l'accusa e la difesa la pensano in modo differente: la difesa, rappresentata dall'avvocato Massimo Quadri, evidenzia come «un bambino di quell'età non può comprendere la reale durata del tempo, è noto che a quell'età ci si confonde». Caronna ha però precisato che «solo l'imputato poteva aver bisogno di mentire sulla reale durata dell'abuso, non di certo una vittima di nove anni». «Si tratta di un atto grave – ha detto da parte sua la procuratrice pubblica Valentina Tuoni –. Grave perché l'imputato ha agito per soddisfare le sue pulsioni, facendo diventare il bambino un mero oggetto sessuale». Un bambino che da Caronna è stato definito come «coraggioso». «Grazie anche all'ottima campagna preventiva che avviene nelle nostre scuole, la vittima è riuscita sia a scuola, sia a casa, a raccontare l'accaduto – ha detto il legale – e denunciare questo abuso sessuale che è il reato peggiore che avviene, purtroppo spesso, nella nostra società. Sapete perché l'imputato ha scelto proprio questo bambino? Perché era quello più sveglio e intelligente».

‘Non è un mostro, anzi, è una vittima’

La difesa d'altra parte ha rimarcato il passato del suo assistito: «Quando abitava in Spagna subì una violenza carnale che lo segnò profondamente. Era solo un adolescente, ed è per questo che non è un mostro, ma una vittima». Questa esperienza tragica, tuttavia, non è l'unico motivo che lo ha spinto ad agire quella sera. L'uomo aveva anche problemi di alcol e soffriva di stress per il matrimonio appena andato in fumo: «Quella sera ero molto stressato e avevo bevuto un po’, ancora adesso non capisco perché sono arrivato fino a quel punto» ha detto l'accusato durante l'interrogatorio. E infatti sulle proprie prospettive future ha aggiunto: «Prima di tutto voglio smettere di bere, e poi voglio seguire un percorso di riabilitazione che mi permetta di uscire da questa problematica». L'uomo, che ha già scontato 55 giorni di carcerazione preventiva, ha visto più volte psichiatri e psicologi, che hanno confermato il pericolo di recidiva dell'uomo.

Divergenze sul reato

Accusa e difesa si sono scontrate sui capi d'accusa e sull'espulsione, in fattispecie come queste obbligatoria a meno che non si riesca a provare il cosiddetto caso di rigore, ossia che l'imputato ha grandi legami con la Svizzera. La difesa ha contestato in particolare l'accusa di coazione sessuale: «Prima che potesse accadere qualcosa di più grave, il bambino è andato via, e quindi la coazione sessuale non ha avuto luogo», secondo Quadri. Pagnamenta ha tuttavia accolto integralmente l'atto d'accusa, spiegando che «il reato, nella forchetta degli atti sessuali, è di gravità medio-bassa gravità, ma ciò non ne toglie il valore oggettivo: l’imputato ha tradito la fiducia del ragazzino, che andava a casa sua per giocare, e quindi ne ha tradito la fiducia». La difesa – che ha chiesto una pena al massimo di dieci mesi, contro i venti proposti da Tuoni – si è battuta anche per evitare l'espulsione: «Vive e lavora qui da trent'anni, i suoi figli sono qui e in Spagna non ha nessuno: l'interesse privato del mio cliente prevale su quello pubblico». Caso di rigore accolto da Pagnamenta.

 

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