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Dalla Persia al Ticino (Ti-Press)
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07.07.2021 - 16:08
Aggiornamento: 18:07

Ti vendo (provo) cinque tappeti: chi avrà ragione?

A processo a Lugano un commerciante e la figlia accusati anche di truffa per una lunga serie di false fatturazioni alle casse malati

Cinque preziosi tappeti, più uno, del valore di quasi mezzo milione e 574 fatture per un totale di oltre 655mila franchi. Sono i numeri attorno ai quali si è tenuto il processo alle Assise criminali di Lugano. Imputati, ma non presenti in aula (giustificati per malattia) un 82enne iraniano, noto commerciante sulla piazza ticinese da trent'anni, e la figlia di 57 anni, estetista. A loro, la procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti, ha contestato i reati di appropriazione indebita, ripetuta truffa e ripetuta falsità in documenti. Due le distinte vicende approdate a Palazzo di giustizia e sulle quali è stata chiamata a esprimersi la Corte composta dal presidente Amos Pagnamenta e dai giudici a latere Aurelio Facchi e Fabrizio Filippo Monaci, cancelliera Cristina Laghi.

Risale al 2011, per cominciare, la contestata compravendita. L'allora settantenne, con un'ottima reputazione di negoziante, incontra un facoltoso avvocato desideroso di abbellire la sua villa luganese con preziosi tappeti. L'iraniano dice di avergliene portati diversi direttamente a casa: cinque sarebbero poi stati acquistati per un costo di 450mila franchi (un sesto lo regala). Il 'potenziale' cliente invece, dell'ingente cifra, parla come di 'un deposito di garanzia per merce lasciata in prova'. Per il magistrato una chiara volontà di intascarsi, da parte del commerciante mediorientale, l'intera somma poi girata su conti intestati a diverse sue società. 

Dal linfodrenaggio al trattamento estetico

Fra il 2008 e il 2012, invece, i fatti qualificati come truffa. Non siamo più nei negozi di tappeti dell'uomo, ma la vicenda si dipana nello studio estetico della figlia. Qui sarebbero state stilate quasi seicento false fatturazioni, così da ingannare almeno sei assicurazioni. Importante la cifra: 655mila 246 franchi e qualche spicciolo. La terapista, di cui il padre curava il conteggio contabile, fatturava trattamenti di medicina complementare riconosciuti quando diversamente effettuava trattamenti e vendeva prodotti estetici, portava ad ottenere un rimborso maggiorato, riusciva a coprire trattamenti a familiari e conoscenti pur non avendone titolo. 

«Fatti gravi non solo per la reiterazione degli atti illeciti, ma anche per l'entità e il comportamento poco lineare dell'imputato nel corso dell'inchiesta» non ha mancato di annotare la pp nella sua requisitoria nel corso della quale ha presentato anche le attenuanti del lungo tempo trascorso, dell'incensuratezza e dell'età dell'imputato. Per l'uomo ha chiesto una pena di 28 mesi di detenzione da scontare con sospensione parziale per un periodo di prova di due anni. Dovendo rientrare in carcere, se confermata dalla Corte, per sei mesi, il magistrato non si è opposta alla possibilità di scontare la pena nelle forme agevolate. Per la figlia ha proposto una condanna a 18 mesi sospesi per due anni, dato in particolare il «numero impressionante» di fatture false. "Fatti incontestabili" anche per l'accusatore privato, l'avvocato Francesco Naef, che ha chiesto la condanna dell'82enne: «È lo stesso imputato a dirlo, non vi è stato manifestamente nessun acquisto e il tentativo di negare l'affidamento di 450mila franchi o contestare la prova è smentito durante gli interrogatori in più momenti. Un manipolatore senza scrupoli, peraltro con una lunga lista di carenza beni, capace di far ricadere le colpe sulla figlia e sulla nipote».

La difesa: 'Siamo di fronte a un sofisma'

Ha parlato, invece, di assoluzione su tutti i fronti il difensore dell'imputato, Daniele Timbal: «Siamo di fronte a un sofisma, a un'opportunistica tesi degli accusatori privati non supportata da alcuna prova, anzi a un'inchiesta che pare intrisa di prevenzione nei confronti del mio assistito, che resta inspiegabile quanto ingiustificata. Titolare infatti di diversi negozi, esule con la Rivoluzione khomeinista, è uno dei pochi che resiste in città nei beni di lusso, dove la fiducia dei clienti è al primo posto e dove i tappeti persiani sono come dei quadri d'autore. Un commerciante dunque serio che si è sentito offeso nel suo onore, in particolare durante lo sproporzionato arresto avvenuto all'alba con la moglie e la figlia e la successiva perquisizione domiciliare e dei negozi. Diversamente l'accusatore privato risulta, leggendo Wikipedia, un astuto uomo d'affari coinvolto in una serie di scandali internazionali collegati al filone russo. Qui lo si vorrebbe invece far passare per ingenuo... ma pare più una persona potente e prepotente e anche un po' arrogante. Perché allora chiedere una perizia per assicurare i tappeti quando erano in prova? Perché concedere i sottotappeti tagliati a perfetta misura? Perché furono tolti gli anelli di sicurezza? Una vicenda per concludere che ha comportato per chi oggi è chiamato ad essere giudicato una forte implicazione psicologica e vissuta come una grande ingiustizia». Nessuna colpa neppure per le false fatturazioni, dove il padre anziché 'regista' riceveva, secondo la difesa, semplicemente un dischetto che doveva tramutare in cartaceo.

Di diverso avviso il difensore della figlia, l'avvocato Ettore Item. Non è lei la colpevole di questa importante truffa alle casse malati, ma l'uomo, «quello che la cultura persiana esige essere un padre-padrone e a cui le donne di casa devono obbedire in silenzio. Il padre sapeva insomma della false fatturazioni, e alla nipote che aveva osato contestarlo aveva risposto che ci avrebbe pensato lui, del resto così facevano anche tutti gli altri studi, ovvero facevano figurare, in correità con numerosi clienti, sedute riconosciute dalle assicurazioni per poi concedere trattamenti prettamente estetici». Non una, non due, ma almeno 574 volte.

Il dibattimento si è concluso a metà pomeriggio. La sentenza è stata annunciata dal giudice Amos Pagnamenta per domani, giovedì, alle 16.  

 

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