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31.10.2020 - 06:00
Aggiornamento: 09:27

Una testata come scusa della disobbedienza

Un raduno ‘antagonista’ contro le misure di contenimento del Covid diventa un brutto ricordo per una giovane giornalista

Dire la propria è un diritto, un po’ meno in epoca Covid, e ancora meno quando la giornalista (la sottoscritta) viene aggredita. Una trentina di persone si è radunata ieri in piazza Molino Nuovo per avviare una ‘discussione aperta sulle conseguenze delle misure repressive imposte con il pretesto dell’emergenza sanitaria’, almeno stando al volantino. Lo scambio verbale però, per alcuni, non era aperto a tutti. Alle 19.30 mi sono recata in piazza a Molino Nuovo, inizialmente quasi vuota. Poco a poco sono arrivate alcune persone con striscioni, amplificatore e microfono: «La crisi sanitaria non può mettere da parte le lotte sociali», ha spiegato un manifestante. «Ci preme innanzitutto precisare che le posizioni prese sono opposte rispetto alla deriva negazionista e complottista che sta caratterizzando il panorama in piazza in questo momento», ha continuato un’altra. “Ci stacchiamo dalla dicotomia tra negazionisti e cittadini servili, pronti ad accettare qualsiasi imposizione calata dall'alto in maniera acritica». Ho chiesto di fare delle foto agli oratori, ma mi è stato negato, fatta eccezione per qualche immagine agli striscioni. «In strada e nelle carceri assassinati, nei lager ammucchiati: facile per i borghesi stare a casa tranquilli e viziati», recitava uno di quelli. Un’ora dopo le persone presenti erano circa una trentina, alcuni avevano la mascherina ma nessuno manteneva le distanze. Radunati intorno al fuoco aspettavano “altri ritardatari” per cominciare la discussione. Io mi sono allontanata, per evitare l’assembramento, ma sempre osservando la situazione. Dopo un po’ una ragazza si è avvicinata, mi ha chiesto se fossi “una sbirra”, le ho risposto che sono una giornalista. “Non puoi stare qui, levati di torno”. Essendo su suolo pubblico ho fatto valere i miei diritti, provando a spiegare che volevo semplicemente raccontare cosa stavano facendo e portare la loro voce al pubblico. Se n’è andata. Vedendo che io non me ne andavo è tornata rammentando che la mia presenza non era ben accetta e per farmelo capire meglio mi ha colpita. Una testata. Sembra uno scherzo del destino dato che lavoro per un giornale, ma tant’è. Sgomenta ho raggiunto il lato opposto della strada dove si trovava un collega di un’altra, appunto, ‘testata‘, che aveva visto tutto. Ha chiamato il centralino della polizia per avvisare della presenza dei manifestanti, ma alle 21.15 ancora nessuno si era presentato. “Abbiamo seguito la situazione ma non siamo intervenuti, la situazione era tranquilla”, ha spiegato la polizia cantonale a ‘laRegione’ più tardi.  Un membro dell’assemblea del centro sociale che ha promosso la manifestazione mi ha chiesto prima che me ne andassi cosa fosse successo, dispiacendosi per il fatto che per qualche persona problematica l’immagine di tutto il gruppo venga stravolta. Ma chi partecipa a una “discussione aperta” dovrebbe essere aperto al dialogo, ed evidentemente questa ragazza non lo era. Per lei io rappresentavo i ‘borghesi’ che tanto detesta. «Abbiamo avuto problemi in passato con alcuni giornalisti perché dipingevano le nostre proteste come volevano loro», mi ha raccontato un’altra ragazza del gruppo, anch’essa preoccupata per me. Quindi, anche io sono stata vittima dell’immagine dei giornalisti che alcune persone hanno. E ieri sera, più che mai, mi sono resa conto di quanto la generalizzazione sia deleteria. Perché le mie intenzioni erano altre. Mentre mi sono ritrovata, col naso gonfio, a non poter dar voce a queste persone, perché ha prevalso la violenza. 

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