Luganese
11.06.2019 - 05:500

Campione resiste da un anno, arrivano i primi sfratti

Reportage dall’enclave dove molte famiglie sono senza stipendio da mesi e si fa la spesa al banco alimentare. Intanto Lugano ha perso la pazienza.

Al banco alimentare di Campione c’è la fila per ricevere gratuitamente un pacco di pasta, farina, caffè, qualche frutto di stagione e uova. Serve 250 famiglie. «Il caffè è molto richiesto e finisce subito», dice Monica Tolotti. La casalinga gestisce la raccolta e la distribuzione del cibo alla dispensa, creata da un gruppo di campionesi. In testa c’è Rosy Bianchi, la forza trainante della ‘resistenza’, l’entusiasmo non si è spento, ma la fatica si legge sui loro volti. «Mi dicevano che la dispensa non sarebbe servita. Avevano torto, qui la situazione va sempre peggio. Un privato ci mette a disposizione gratuitamente il locale», spiega Rosy. Da dicembre, più volte al mese arriva un camion del Tavolino Magico con casse di cibo. «Abbiamo un accordo con l’associazione che ci fornisce parecchio cibo. Siamo aperti tre volte a settimana e serviamo 250 famiglie. Qui ci conosciamo tutti e sappiamo chi è nel bisogno», dice la casalinga. Anche suo marito lavorava al casinò.
Sugli scaffali vediamo prodotti alimentari ma anche saponi e pannolini, in due frigoriferi sono riposti latte e surgelati. «Il Lions Club di Campione ci sostiene e aiuta finanziariamente. Comuni e comunità religiose in Ticino fanno collette, privati portano sacchi con la spesa». Come il panificio Danesi di Melano: «Ho un legame affettivo con Campione, ci ho lavorato da giovane, conosco tante famiglie e mi fa piacere aiutarli. Tre volte a settimana passano a prendere il pane del giorno prima», dice il titolare Fabio Danesi. Una rete sociale costruita dalla gente, per la gente, che unisce il territorio. Al banco alimentare vanno soprattutto pensionati e madri di famiglia. Si respira un’aria pesante, un misto tra vergogna e rassegnazione, un’attesa quasi surreale. Nessuno ha voglia di parlare. Ammutoliti da una brutta notizia, che sta girando di famiglia in famiglia: il primo sfratto esecutivo sentenziato dai giudici del Tribunale civile di Como per morosità, una vedova e sua figlia dovranno lasciare la loro casa. È il primo caso, altri seguiranno.

Solo dodici mesi fa Campione aveva tutta un altra vita. La caduta è stata vertiginosa, dalle stelle alle stalle. Si vive sospesi nell’attesa che accada un miracolo. Dal 27 luglio 2018, quando il Casinò ha chiuso i battenti, lasciando 482 persone a spasso. La gallina dalle uova d’oro, principale fonte di guadagno di un paese di duemila anime, non fa più le uova. Erano considerati privilegiati, invidiati da molti, per i loro salari che in Italia (ma forse anche in Ticino) molti si sognano. Oggi fanno la fila a un banco alimentare improvvisato nel paese. Come in un gioco di birilli, uno dopo l’altro le colonne sono crollate col fallimento di casinò e comune. Hanno chiuso bar, la scuola materna ha licenziato i 9 dipendenti, il servizio postale non ha i fondi per continuare, chiusa l’azienda turistica. Continua per ora la raccolta dei rifiuti, fatta da una ditta elvetica, pagata a singhiozzo. E così pure per i trasporti pubblici. Le aiuole sono curate da cittadini che si sono improvvisati giardinieri.

‘Grazie a tutti. Rien ne va plus !’ si legge sul tendone del presidio sindacale, in piazzale Maestri Campionesi. È stato per mesi il cuore della protesta. Un luogo di ritrovo dove un pasto caldo non mancava mai. «L’abbiamo chiuso perché la gente deve cercare un lavoro», dice Rosy. Per tanti i risparmi sono agli sgoccioli. C’è chi è messo male. «Soprattutto tra gli anziani c’è chi deve vivere con una pensione di poche centinaia di euro al mese, visto che non riceve più l’aiuto integrativo dal Comune», precisa. Dovendo scegliere quale fattura pagare, c’è chi non versa da mesi l’affitto e gli sfratti arrivano ora. Entro fine giugno, una giovane vedova, madre di una 13enne, dovrà lasciare la propria casa a seguito dello sfratto esecutivo sentenziato dai giudici del Tribunale civile di Como per morosità. Un’altra dozzina di casi simili sono pendenti in tribunale a Como. Il motivo è sempre lo stesso: morosità. Preoccupato Paolo Bortoluzzi, ex dipendente del Casinò e sindacalista Cgil: «Qualche padrone è più comprensivo di altri. Il problema di mutui e affitti non pagati è serio. Ci sono i primi sfratti. La situazione è destinata ad aggravarsi ancora. Il governo può intervenire, sembra assurdo, ma non lo fa. Penso che prima o dopo il Casinò riaprirà». Il sindacalista non ha perso l’ottimismo, altri faticano a continuare a nutrire la speranza. Soprattutto chi è in fila al Banco alimentare e chi rischia di vedersi pignorare la casa. Resiste il salone Felice. «Il lavoro è calato parecchio, i clienti vengono da fuori. Qui la gente fatica a pagarsi un taglio di capelli, stiamo parlando di 25 franchi. È dura. Nessuno poteva sospettare nemmeno lontanamente la chiusura del Casinò», dice Aldo Molina, che da 45 anni è nel salone in piazza Roma. Fuori c’è il sole, qualche turista si gode un caffé al lago, in quello che era il paese più ricco di italia.

Per Borradori, Lugano deve farsi ora rimborsare

Oltre trenta milioni di franchi. A tanto ammonta il fardello creditizio sulle spalle del Comune di Campione d’Italia. Di questi, la maggioranza riguarda i propri dipendenti. Ma il disastro finanziario dell’enclave tocca anche il Ticino. «Il debito globale nei confronti dei prestatori di servizi pubblici e privati ticinesi da noi rilevato oltrepassa attualmente i quattro milioni di franchi», ci aggiorna il delegato per le relazioni esterne del Consiglio di Stato. Una somma importante, riconducibile alla particolare posizione territoriale di Campione e che naturalmente è cresciuta nel tempo. E numerosi sono gli ambiti toccati dai debiti. «Le voci di credito più importanti sono legate alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti e degli inerti – continua Francesco Quattrini –, alla depurazione delle acque e ai servizi trasporto, in particolare la navigazione, nonché costi legati alle tasse scolastiche dei cittadini campionesi che frequentano le scuole ticinesi». Fra i creditori principali, la Città di Lugano. «Il debito è quasi interamente legato alla depurazione delle acque nell’impianto di Bioggio (Ida) – spiega il capodivisione Affari giuridici, Giorgio Colombo –. A fine marzo era di oltre 2,3 milioni di franchi, sebbene una parte (circa 600’000 franchi, ndr) sia contestata. E purtroppo non ci sono alternative: se chiudessimo i tubi, i liquami verrebbero riversati nel lago». La Città ha già avuto un incontro col commissario prefettizio Giorgio Zanzi e – «dopo che abbiamo saputo che ci potrebbero essere dei margini per un parziale rimborso» – ne ha sollecitato un altro, che dovrebbe avvenire a breve. «Il Municipio non ha ancora deciso, personalmente credo che sia arrivato il momento di cominciare a intraprendere il recupero dei crediti – aggiunge il sindaco Marco Borradori –. Lugano ha dato prova di solidarietà e comprensione, ed è giusto che un ente pubblico vada incontro a un altro in difficoltà. Ritengo però che non si possa andare avanti all’infinito e il tema dovrà tornare presto all’ordine del giorno. Non sarebbe neppure corretto nei confronti dei nostri cittadini continuare così». Più fitta è l’agenda di incontri col Cantone. «Purtroppo dobbiamo constatare che malgrado l’evidente impegno dell’Autorità prefettizia – valuta Quattrini –, i progressi sono stati pochi, a causa soprattutto dei pochi mezzi a disposizione». Oltre a Zanzi, «vi sono stati contatti con le autorità centrali italiane, con la Regione Lombardia e tramite la Regio Insubrica ed è stato creato un gruppo di lavoro con la Confederazione». E per ora Bellinzona non ha posto scadenze: «Confermiamo la solidarietà nei confronti dei cittadini dell’enclave, considerando più utile lavorare di concerto con Berna per una soluzione globale con l’Italia». Non sono mancati dunque da parte elvetica né la comprensione politica né la solidarietà concreta. Emblematico l’esempio dato dai vicini di Campione. Bissone, Maroggia, Melano, Melide e Morcote hanno infatti dato l’anno scorso accoglienza alla maggioranza dei bimbi rimasti senza un asilo. La scuola dell’infanzia paritaria Garibaldi è stata una delle prime vittime della crisi. Dopo il licenziamento del personale a maggio, e mesi di silenzio, la doccia gelata. Il 31 agosto fu annunciata una “sospensione temporanea” delle attività. I Comuni svizzeri limitrofi vennero in soccorso, dando la possibilità – a tariffe diverse, ma generalmente accessibili alla popolazione dell’enclave – ai bambini campionesi di non restare indietro scolasticamente. Una mano che, come conferma Clio Lanza del locale gruppo genitori, verrà tesa ancora da settembre. «I Comuni hanno trovato un accordo che varrà per tutti, alle stesse condizioni tariffarie – spiega –: verrà data precedenza ai bambini residenti in Svizzera, a seguire ai campionesi già iscritti quest’anno e infine, a seconda dei posti a disposizione, agli altri. Per fortuna abbiamo riavuto quest’opportunità». 

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