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30.03.2018 - 06:00
Aggiornamento : 10:47

Ancora una testimonianza: 'Il mio malessere da Plein'

Un ex dipendente del marchio internazionale che vanta una sede luganese, rincara la dose sui ritmi di lavoro insostenibili nell'azienda

di Dino Stevanovic

Non è ‘Il diavolo veste Prada’, ma dalle testimonianze emerse in questi giorni pare che le condizioni lavorative alla Philipp Plein di Lugano possano avvicinarsi a quelle descritte nella pellicola hollywoodiana. Ad aggiungersi alle voci raccolte nei giorni scorsi da Rsi, Cdt e altre testate, ce n’è una nuova – anch’essa anonima – che getta ulteriori ombre sull’azienda finita poche sere fa nel mirino dell’Ispettorato del lavoro. «Dopo essermene andato desideravo solo dimenticare – esordisce Mattia (nome di fantasia) –, ma quando ho visto quel che stava venendo fuori, ho sentito che dovevo dire la mia. Ho letto di dipendenti che hanno dichiarato di aver lavorato 24 ore di fila, ma io sono testimone di turni anche più lunghi».

Mattia è stato dipendente per un periodo relativamente lungo della casa di moda dello stilista bavarese. «Due anni, che lì dentro corrispondono tranquillamente a quattro da un’altra parte». Oltre a confermare i «ritmi di lavoro insostenibili», punta il dito sulla figura stessa di Plein. «Non è aggressivo, anzi, ma è tutto accentrato nelle sue mani, pretende una reperibilità costante. Sentivo che la mia vita era nelle sue mani. Porta i dipendenti a Cannes, dove ha una villa e dove tutti sono ‘invitati’ a lavorare alle sue condizioni». «Nel settore della moda capita di fare orari straordinari – ammette poi Mattia –, il fatto è che lì è sempre così. Ho visto colleghi entrare freschi ed entusiasti e man mano spegnersi». Problemi a cui non è rimasto indifferente neanche il nostro interlocutore: «C’è chi aveva attacchi di panico. Sono stato male anche io, sono caduto in depressione. Dopo un’esperienza del genere ci vuole tempo per riprendersi psicologicamente, oltre che fisicamente, perché logora».

Unia: ‘Legislazione molto liberale’

Un mondo scintillante, un marchio cool e in forte ascesa, una possibilità lavorativa che decisamente fa curriculum. Ma, sembrerebbe, con un alto prezzo da pagare. «Le ore straordinarie non venivano rimborsate, al limite ci concedevano recuperi. Tutto era molto precario, ho assistito a licenziamenti di 3-4 persone contemporaneamente, senza motivazione». Mattia afferma di non aver reagito con stupore alle testimonianze emerse finora, né al post su Instagram dello stilista stesso, da cui è partito tutto. «Non è strano abbiano mangiato la pizza a quell’ora, sarebbe potuto succedere anche alle 2 o alle 3 di mattina». E le dichiarazioni di Plein? «Di cattivo gusto».

Dichiarazioni forti, negate nei giorni scorsi con decisione dallo stilista e dal suo entourage e su cui l’Ispettorato è chiamato a far luce, ma purtroppo condivise dal sindacato Unia. «Il problema principale è effettivamente quello legato agli orari di lavoro – spiega il responsabile per il Terziario, Giangiorgio Gargantini –, contestiamo tre violazioni: il lavoro notturno senza deroga, l’assenza di tempo di riposo (fra un turno e l’altro, ndr) e il netto superamento dell’orario settimanale massimo di lavoro». Il sindacalista conferma sia l’elevato numero di giorni di malattia segnalati, che la questione dei licenziamenti di più persone, specificando però che non si tratta di rimozioni collettive (per legge devono essere almeno 10), e che in effetti in Svizzera non è obbligatorio che sia data una motivazione. Proprio questa legislazione potrebbe fungere da richiamo per chi è poco attento a tali aspetti. «I motivi per cui un’azienda decide di installarsi in Ticino sono molteplici – valuta –, c’è sicuramente la questione del buon nome del ‘made in Switzerland’, della posizione logistica, dei vantaggi fiscali, della stabilità politica e del buon apparato amministrativo. Ma c’è anche una legislazione del lavoro molto liberale, non ci sono protezioni sul licenziamento, in molti settori mancano contratti collettivi. Per esempio, nel settore della creatività non ci sono. Non abbiamo salari minimi. In questo contesto – e non sto dicendo sia il caso di Plein –, con un bacino come il Nord Italia, con numerosi lavoratori qualificati disposti a condizioni salariali inferiori, si sta creando un paradiso per un malaffare che ci preoccupa molto».

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