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29.11.2022 - 18:11

PCi, la guerra in Ucraina ‘rispolvera’ i rifugi atomici

Il Consorzio ha avviato su tutto il territorio controlli dei bunker in caso di catastrofe nucleare. Attese nuove ondate di rifugiati e novità per la sede

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La guerra in Ucraina ha fatto partire un conto alla rovescia verso l’ora più buia degli ultimi decenni sul suolo europeo. Al problema dei morti, delle distruzioni, dei profughi si è aggiunto, negli ultimi mesi, anche il rischio di un’escalation dove l’uso di ordigni nucleari e bombe cosiddette ‘sporche’ non è più escluso. L’incubo nucleare ha portato i Paesi del Vecchio Continente a preparare o rispolverare piani di prevenzione e d’intervento in caso di emergenza. La Svizzera, caso forse unico in Europa, fino alla caduta del Muro di Berlino è stata tra le poche nazioni che, fatti i debiti scongiuri, in caso d’incidente nucleare dispone di una rete di rifugi antiatomici sufficiente per ospitare tutta la popolazione. L’obbligo di avere ognuno il proprio bunker (siano essi pubblici, residenziali, o sotto forma di gallerie) fa sì che il nostro Paese non si trovi dunque impreparato. Tuttavia dalla fine della Guerra fredda, molti di questi posti protetti, non essendo mai stati impiegati, cominciano a sentire un po’ il peso degli anni. Ed è per questa ragione che, su scala nazionale, è stata avviata una campagna di revisione e aggiornamento di tali infrastrutture. Compito, questo, del quale è stato investito anche il Consorzio Protezione Civile di Locarno e Vallemaggia, come ha spiegato Alex Helbling, presidente, in occasione della conferenza stampa sui preventivi dell’ente. «A scombussolare il nostro essere e le nostre convinzioni non è stata soltanto la guerra convenzionale in atto da febbraio, bensì la minaccia di armi sporche nucleari. Sin dall’inizio del conflitto molte persone ci hanno telefonato per chiedere lumi sui posti protetti a disposizione. In questi ultimi decenni, purtroppo, la politica ha giocato al risparmio, disinteressandosi un po’ della minaccia nucleare e della necessità di disporre di strutture aggiornate e funzionali, focalizzando maggiormente l’attenzione su catastrofi naturali o esercizi di ripristino. Anche se l’obbligo di costruire rifugi è inserito nella Costituzione federale, a distanza di trent’anni dalla fine della Guerra fredda ci accorgiamo che molti bunker e impianti protetti vanno controllati, revisionati e riparati laddove necessario». Così, comune dopo comune, come riferito dal comandante della PCi, Lorenzo Manfredi «è iniziato il controllo degli impianti, anche i più piccoli. I proprietari d’immobili e la popolazione in generale dimostrano molta più sensibilità e spirito collaborativo sul tema rispetto al passato. Il più delle volte si tratta unicamente di svecchiare gli impianti di ventilazione e di riparare i serramenti. In una regione come la nostra che ha una copertura in rifugi antiatomici di oltre il 99% ecco che qualche difficoltà nella costruzione di nuovi rifugi privati la si incontra nelle zone discoste, nei comuni più piccoli. Con l’aiuto del Cantone si spera di poter colmare presto le ultime lacune».
Non è tuttavia quello della minaccia nucleare il solo problema con il quale è confrontata la Protezione civile; vi è infatti anche quello dell’arrivo dei rifugiati. Dopo l’apertura del Centro di accoglienza dei Ronchini di Aurigeno, ci si prepara, ora, all’arrivo di nuove ondate di profughi dall’Est come pure dal Sud, dai Paesi nordafricani.

Preventivo, leggero incremento del fabbisogno

A livello prettamente contabile, a incidere sui bilanci e le stime del Consorzio vi sono anche i rincari dell’energia e delle materie prime. Le cifre del preventivo 2023, redatto in un periodo di grande incertezza, grazie a un attento contenimento delle uscite – come chiarito dal segretario e tesoriere Fabio Rianda –, fanno stato di spese per 1,87 milioni, coperti per il 74,5% dai contributi comunali; si registra, rispetto al 2022, un incremento delle uscite di 70mila franchi circa (+3,8%) come pure degli introiti (+38mila circa). Queste variazioni portano a un aumento del fabbisogno a carico dei Comuni di poco più di 31mila franchi (+2,9%). Resta tra i più bassi delle 6 Regioni di Protezione civile cantonali, invece, il pro capite.

Operatività: raggiunte le 6mila giornate di lavoro

Dal profilo operativo, ha riassunto Manfredi, il 2022 è stato un anno molto impegnativo, con un record dei giorni di servizio prestati dai militi: ben 6mila, contro i consueti 5mila circa, con un incremento del 10-15%. Tutti i lavori a favore della collettività sono stati portati a termine con successo; nella lunga lista dei compiti svolti ricordiamo i più importanti e impegnativi: la gestione dei centri per le vaccinazioni e l’accoglienza dei rifugiati ucraini. «La nostra speranza è di poter finalmente ritrovare, da gennaio, un ritmo organizzativo normale. Anche perché all’orizzonte diversi temi delicati ci attendono. Inutile illudersi di aver debellato la pandemia da Covid, anche se la situazione sembra più tranquilla; in questi giorni torna d’attualità il problema dell’influenza aviaria che speriamo, ovviamente, non abbia a portarci altri grattacapi. Dovremo comunque essere pronti al peggio».

Il picchetto cantonale per una miglior copertura territoriale

Per gli interventi urgenti di Protezione civile legati alla messa in sicurezza del territorio e durante eventi estremi, in Ticino le 6 Regioni di PCi hanno creato un apposito picchetto cantonale, che garantisce la piena operatività tutto l’anno da Chiasso ad Airolo. Un concetto nuovo, che dovrà essere consolidato e che richiede comunque parecchio lavoro dietro le quinte, a livello organizzativo e pianificatorio.
Altro tema caldo che turba i sonni dei vertici del Consorzio è quello della diminuzione dei militi incorporati. La riforma del reclutamento nel servizio militare priverà, nei decenni a venire, la Protezione civile di un gran numero di uomini (secondo Alex Helbling verrà a mancare un 40% degli effettivi) e anche la discussa integrazione tra servizio civile e PCi lascia molti perplessi. «È chiaro che di fronte a uno scenario del genere, alle nostre latitudini l’attuale collaborazione dei militi nell’organizzazione di manifestazioni esterne dovrà essere ripensata. Impossibile, infatti, con un numero ridotto di uomini, poter soddisfare le necessità d’istruzione e picchetto con le richieste di enti e associazioni attivi sul territorio nella promozione di eventi ludico-sportivi. Saranno necessarie delle scelte prioritarie».


La sede futura e i coinquilini

Finalmente qualcosa sembra delinearsi all’orizzonte. Dopo anni di ricerche, la PCi regionale potrebbe, finalmente, aver trovato il luogo dove erigere la propria sede consortile. Il sedime al centro di approfondimenti e discussioni è quello situato di fronte alla sede del Salva, a ridosso del Centro di pronto intervento della Morettina. Un terreno di proprietà della Città, che il Municipio di Locarno intende destinare, appunto, a strutture di soccorso (oltre alla PCi, vi è l’interessamento dei Civici pompieri e delle Guardie di confine, anch’essi alla ricerca di maggiori spazi). Diversi potenziali inquilini riuniti in un gruppo di lavoro, al fine di scovare sinergie che possano portare al contenimento dei costi di gestione dell’immobile. «L’attuale impianto di Piazza Castello – conclude Manfredi – dal punto di vista logistico è del tutto inadeguato. L’operatività dei militi che prestano servizio è limitata, non disponiamo di un’autorimessa per i veicoli e immettersi nella grande viabilità dell’area della Rotonda di Piazza Castello, con pedoni, ciclisti, autobus e traffico privato non è affatto facile». Quale punto focale di presidio sul territorio è quindi indispensabile trovare una soluzione alternativa. Una sede adeguata negli spazi e nelle strutture e in grado di rispondere a ogni esigenza che si presenti.

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