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24.12.2021 - 05:30

Locarno, metti un venerdì sera e un posto per sentirsi se stessi

Incursione nella ‘zona calda’ della città per due chiacchiere con i giovani. Carrasco (Gabbiano): ‘Approccio di prossimità e gestione partecipativa’

«No, non possono chiudere questa zona. Se lo fanno, dove andiamo?, a Locarno non c’è niente!». La forza dell’esclamazione è significativa per comprendere quanto uno spazio di aggregazione per i ragazzi manchi in città. Soprattutto quando un’area pubblica come la zona fra piazza Castello e la rotonda – da tempo ritrovo per una moltitudine di giovani della regione e non solo – ha rischiato di chiudere in seguito a episodi di violenza giovanile capitati alcune settimane fa; l’ultimo in ordine di tempo sabato 4 dicembre. Dopodiché, l’amministrazione comunale ha deciso di attuare una serie di misure incisive: nel corto termine, sono aumentati i controlli (pattugliamenti, agenti in borghese, “securini” privati). Sul lungo termine, invece, è stato già messo in atto un progetto con operatori di strada della Fondazione il Gabbiano.

‘Se chiudono, dove andiamo?’

È venerdì 17 dicembre, per una manciata di ore notturne, metto da parte i discorsi istituzionali, per andare in strada a vedere che aria tira, consapevole che le misure di controllo potenziate sono già in atto da sette giorni. Arrivo presto, troppo presto per chi esce nel fine settimana. Sono le 21, muretti e rotonda sono quasi deserti: decido di aspettare che inizi a muoversi qualcosa seduta a un tavolino da bar. Il luogo ha il suo fascino, le luci notturne poi fan tutto il resto. Il castello in alto, i resti delle mura che scendono e riaffiorano nel sottopasso della rotonda: un contesto parecchio underground, se si fa astrazione di essere a Locarno. (Che, in verità, nulla ha a che vedere con certi contesti urbani di oltralpe, per restare nei confini). Ecco, all’istantanea, ma per questo difetta per sua natura “bidimensionale” la scrittura, manca la musica, che in realtà per strada c’è… Nel frattempo passa una volante e una coppia di “securini” si aggira guardinga.

Non passa molto tempo che gruppuscoli iniziano ad arrivare, alcuni passano, altri si piazzano secondo una geografia generazionale e d’interessi (musicali, ma non solo) tutta loro, che mappa le rovine del Visconteo. Ho fatto quattro chiacchiere con alcuni di loro. Mi hanno subito colpito l’eterogeneità – seppur non vi fosse la folla – e, soprattutto, l’apertura a discutere, a dire la propria. Non ho chiesto nomi, ma solo età e luogo d’abitazione.

«Sì, nel week-end siamo sempre qui. Ascoltiamo musica, chiacchieriamo, beviamo un paio di birre. Questa sera ci siamo messe qua perché il gruppo lì dietro mette bella musica. Ci sono delle volte che andiamo anche in un bar, portiamo le carte da gioco e passiamo la serata. Ma mica tutte le sere, è troppo costoso e in più adesso con le restrizioni anti-Covid non ci lasciano entrare». Una diciassettenne e una diciottenne sono le prime ragazze, entrambe di Locarno, con cui attacco bottone; sono loro che alla possibile chiusura dell’area hanno sottolineato con forza l’assenza di spazi aggregativi. (A dirla tutta un “temone” comune a generazioni e generazioni e generazioni…).

Come una falena attirata da fasci luminosi e fluo che ballano su un brano techno – ‘Nuovi luoghi’, titolo alquanto emblematico – raggiungo la decina di persone, fra ragazze e ragazzi, che balla poco distante. Mi avvicino a un ragazzo (un 24enne di Locarno) e una ragazza (22enne della Valmaggia): «Veniamo qui spesso. Qualcuno porta le casse e mette musica, ci si invita fra amici. Ascoltiamo, balliamo e parliamo». Chiedo loro se hanno sentito delle restrizioni e dei controlli aumentati dopo i pestaggi; rispondono di non saperne niente. «Le misure contro la violenza servono a poco – osservano –. Se metti più controlli, il problema si sposta da un’altra parte, bisogna agire su un altro piano. Poi quei ragazzi non sono la maggior parte… sappiamo che ci sono, ma non li conosciamo».

‘Ogni gruppo è diverso’

Alla possibilità di chiudere la zona, anche i due ribadiscono che sarebbe un’ingiustizia: «Dove andiamo? Nei bar? Abbiamo bisogno di altro. Sarebbe bello un posto dove sentirci noi stessi e non essere giudicati», spiega la 22enne. Continuiamo a discutere della necessità di un «posto nostro», ma non una struttura istituzionalizzata che dica loro dove, cosa, quando e come passare il tempo libero: «Anche perché non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi interessi. Ogni gruppo è diverso». Difficile quindi pensare di aprire uno spazio che riunisca sotto lo stesso tetto una moltitudine eterogenea di gusti, interessi, pensieri, storie.

Mi sposto di pochi passi, arrivo nella galleria della rotonda, dove affiorano le rovine: seduti sopra ci sono tre ragazzi fra i 17 e i 18 anni, di Locarno. «L’altra settimana, qui sotto è passata un’auto della “pola”. Mesi fa, con la gente che c’era, sarebbe stato impossibile», dicono aggiungendo che ci si accorge dell’aumento degli agenti in giro, conseguenza delle scazzottate di una “banda” in particolare: «Si sa chi sono, ma non li conosciamo. Una volta hanno cercato di attaccarsi sotto anche con noi, ma li abbiamo lasciati perdere», ricorda uno di loro.

«Qui sotto, noi ci veniamo sempre, tutti i fine settimana. Di solito c’è un amico che porta la cassa per la musica. Stasera ancora non s’è visto». Di solito, raccontano i tre, c’è molta più gente, soprattutto il sabato. «Anche settimana scorsa ce n’era particolarmente poca, perché inizia a essere freddo e nei locali chiedono il Covid pass». Se non si ritrovano in centro, raccontano, «stiamo a casa di uno o dell’altro». E se avessero chiuso la zona?, «ci saremmo spostati e saremmo andati altrove con la musica».

Nel frattempo, altri gruppetti sono arrivati, sembra si conoscano un po’ tutti, «i più piccoli che girano qui sono del 2008», mi dicono. Si parla di 13-14enni – ci penso mentre prendo la strada verso casa – un bel ventaglio generazionale passa le serate in questo perimetro piuttosto contenuto.

Passaggio obbligato

Tutti l’abbiamo vissuta. L’adolescenza è quel passaggio cruciale dall’infanzia alla vita adulta cui nessuno sfugge. Un periodo gonfio di cambiamenti, persino traumatici, in cui si è alla ricerca della propria identità, facendo esperienza di più cose possibili, travalicando spesso il confine di chi siamo stati finora e di ciò che ci è permesso: per capire chi siamo, il nostro posto nel mondo e la persona che vorremmo essere (anche se poi ci vuole ben più di una manciata d’anni per comprenderlo). Questa ricerca adolescenziale, per definizione, va oltre le sovrastrutture, cioè quegli schemi imposti dall’alto – gli adulti in questo caso –, verso la trasgressione, cercando i propri limiti e in certi casi spingendosi anche un po’ più in là; sebbene questo «rituale di passaggio» non giustifichi certe derive.

Progetto di prossimità, gestione partecipativa

«L’approccio di prossimità è alla base del lavoro dell’operatore di strada per entrare in contatto con i ragazzi e comprendere il loro tessuto. Il nostro operato è soprattutto volto alla prevenzione, non alla risoluzione di un problema di ordine pubblico», spiega a ‘laRegione’ Edo Carrasco, direttore della Fondazione il Gabbiano, coinvolta dalle autorità comunali tramite mandato per l’attivazione degli operatori di strada in città. Dallo scorso fine settimana infatti due professionisti hanno iniziato a lavorare nella sua “zona calda”, accompagnati da alcune studentesse della Supsi, per un lavoro “peer”, cioè alla pari. La prima fase (fino a metà gennaio 2022) è di presa di contatto col territorio e i giovani, cercando di conoscere i luoghi aggregativi. Il progetto a Locarno durerà quattro anni ed è iniziato anzitempo (sarebbe dovuto partire il mese prossimo), partendo anche dall’esperienza fatta nel Mendrisiotto. Il Convivio dei sindaci del Locarnese (Cisl) infatti da tempo ha aderito al progetto di prossimità volto alla realtà dei giovani fra i 12 e i 30 anni di tutta la regione.

«Avremo a breve a disposizione un “furgo-salotto” – veicolo donato al Gabbiano dalla Fondazione Rotary Giovani di Locarno, che sostiene vari progetti nella regione –, che ci permetterà di muoverci su tutto il territorio, girando i luoghi di ritrovo e iniziando a lavorare con i giovani». Il metodo «è partecipativo e attivo – sottolinea Carrasco –, condividendo con i ragazzi, da un punto di vista sociale ed educativo, preoccupazioni, bisogni e aspettative». L’intento è dar voce ai giovani «coinvolgendoli anche grazie alla presenza di figure cosiddette “peer”. Un altro obiettivo è andare oltre la proposta di progetti che noi riteniamo opportuni, riuscendo a farli partecipare attivamente, cosicché siano loro a portarli avanti secondo una gestione partecipativa», riassume il direttore.

«Poter avere spazi dove i ragazzi possano decidere come costruire la propria cittadinanza attiva è un bisogno cantonale, non circoscritto al Locarnese – tiene a sottolineare –. I ragazzi vogliono potersi esprimere, vivere cultura, socialità, musica in modo spontaneo e dove si sentono liberi di farlo», chiosa Carrasco.

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