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23.10.2021 - 05:300

Solduno, ‘l’uso delle armi come ultima ratio’

Un ex membro del Reparto interventi speciali racconta il lavoro in simili teatri operativi. Al Care Team spetta invece il supporto alle persone coinvolte

Il Reparto interventi speciali della Polizia cantonale mobilitato giovedì in tarda serata è un’unità composta di cinque sezioni che garantiscono l’intervento sulle 24 ore. Equipaggiato di tutto punto con attrezzature e armi particolari, è composto da agenti selezionati che hanno ricevuto una formazione specifica che li abilita a intervenire come unità d’assalto. Voluti per contrastare situazioni di emergenza, come atti di terrorismo, sono specializzati nella liberazione di ostaggi, nella cattura di criminali particolarmente pericolosi, come agenti di scorta per la tutela di diplomatici o personalità in visita. Ma pure per missioni di salvataggio nei corsi d’acqua od operazioni che richiedono l’uso di unità cinofile. Conosciuti soprattutto per le irruzioni d’assalto in situazioni di particolare pericolo, si muovono con rapidità e seguendo una metodologia (protocolli) ben precisa. Nulla, infatti, può essere lasciato al caso in un caso d’emergenza, tutto deve funzionare al primo colpo per evitare danni o spargimenti di sangue. Di questo corpo scelto abbiamo parlato con un ex appartenente a questa formazione.

I primi agenti ad accorrere sul luogo forniscono informazioni

«L’allarme all’unità arriva dalla Centrale operativa 117, che tramite l’ufficiale di picchetto fornisce le prime indicazioni generiche sul teatro operativo – spiega il nostro interlocutore –. Le prime pattuglie di polizia che solitamente giungono sul luogo trasmettono informazioni sulla situazione. Può trattarsi, come nel caso di Solduno, di un fatto di sangue con una persona ferita a terra, di una presa d’ostaggi, di un individuo armato che sta compiendo una rapina. A quel momento, mentre si preparano, gli uomini dei reparti speciali iniziano una rapida valutazione e raccolgono dati sull’area d’intervento (tipo di stabili, peculiarità degli edifici, numero di persone coinvolte, vie d’accesso ecc...). La prima cosa da fare una volta giunti sul posto, è quella di mettere in sicurezza il perimetro e cercare di identificare l’obiettivo. La neutralizzazione della persona che costituisce un pericolo deve avvenire, possibilmente, senza il ricorso alle armi da fuoco. Pistole, fucili di precisione e mitra sono l’ultima ratio. Gli uomini del gruppo sono preparati a puntino e in pochi secondi devono sapere prendere la giusta decisione. Spesso sono accompagnati da un negoziatore, che ha lo scopo di dissuadere i malviventi dal compiere gesti folli. Penso in particolare al caso di una presa di ostaggi o di una persona asserragliata in un locale, adirata e armata».

Allenamenti eseguiti in vari contesti urbani il più possibile vicini alla realtà

Quelle che sono anche conosciute al pubblico come “teste di cuoio” (dal tipico elmetto protettivo un tempo indossato dalla polizia tedesca, rivestito in pelle) ovviamente, si allenano regolarmente testando la loro capacità più volte al mese in differenti scenari. L’addestramento per essere pronti all’impiego (fisicamente e psicologicamente) avviene spesso in vecchie case abbandonate, in strutture impiegate dall’esercito (è il caso di Isone) come pure in diversi contesti urbani. Sono cose fondamentali, tutti devono conoscere le procedure d’intervento e come si opera. Solo così si può stare in un teatro operativo senza rischiare di sbagliare la mossa. «Anche le missioni vere, come quella di Solduno, al termine sono oggetto di una valutazione, critica, da parte del capo intervento. Perché se è vero che ogni missione è diversa dalla successiva, è vero altresì che dagli errori si impara».

Il Care Team: ‘Ascoltiamo i pensieri, cosa passa per la testa’

«Lavoriamo con l’ascolto attivo, cerchiamo di essere il più possibile presenti, di rispondere a bisogni anche primari (come un bicchiere d’acqua, cibo, una coperta se è freddo), ascoltiamo i pensieri, ciò che passa nella testa. L’essenziale è esserci in quel momento». In maniera molto semplice Massimo Binsacca, coordinatore del Care Team Ticino, traccia il ruolo del “caregiver” quando viene richiesto l’intervento del servizio di supporto. Durante un intervento, aggiunge, basilare è la comunicazione, ma anche una buona anzi buonissima dose d’umanità: «Sono bandite le “frasi killer” quali “buongiorno, come sta?”».

Il coordinatore spiega come agisce in generale il Care Team. Innanzitutto, «il nostro servizio è attivato su richiesta degli enti di primo intervento, quindi polizia e servizio autoambulanze. Generalmente, chiediamo alle persone coinvolte se vogliono il nostro supporto, dipende dai casi. Ad esempio ieri sera, la polizia valutando la situazione ha attivato subito il picchetto, così abbiamo potuto essere presenti al momento dell’arrivo in ospedale». Tuttavia, «capita anche che i familiari non vogliano il nostro intervento e quindi rientriamo».

Picchetto attivo 24 ore su 24

Il picchetto è composto da due persone, «un uomo e una donna, questo per svariate ragioni, fra cui motivi religiosi o culturali»; in generale è attivo 24 ore al giorno per l’intera settimana. Il gruppo di volontari conta quaranta unità (quest’anno ce ne sono dodici in formazione) che provengono da svariate località (incorporati nelle sei regioni della Protezione civile) e copre tutto il territorio cantonale più la parte Mesolcina e Calanca.

I profili delle persone che si mettono a disposizione sono molto eterogenei: «Ci sono psicologi, educatori, docenti, soccorritori d’ambulanza, persone che lavorano in ufficio. Si tratta di volontari che hanno predisposizione all’aiuto del prossimo», sottolinea. In media le azioni durano sette ore, anche se «ci sono quelle che terminano dopo solo due, oppure altre che si protraggono per più giorni. Dipende ovviamente dai bisogni delle persone coinvolte», illustra Binsacca.

Lo strascico emotivo degli eventi traumatici

Incidenti e fatti di cronaca nera possono essere eventi traumatici, con uno strascico emotivo non indifferente. A questo proposito Binsacca sottolinea che «i “caregiver” seguono una formazione specifica che prevede anche la sensibilizzazione su situazioni particolarmente drammatiche e le loro possibili derive». I volontari però devono avere pure risorse personali e sapersi ritagliare del tempo per sciogliere possibili tensioni dovute allo stress di un intervento – aggiunge – facendo attività che li facciano stare bene. Inoltre, sono seguiti dallo stesso coordinatore: «Nelle 24/48 ore successive a un intervento, li contatto e li faccio parlare, così da attenuare ulteriormente la tensione».

Ma non finisce qui: «Una volta al mese si tiene un incontro di supervisione con una psicologa durante il quale gli operatori possono discutere degli interventi effettuati e possono ricevere consigli e strumenti». Questo, per fare fronte a possibili situazioni potenzialmente problematiche. Qualora si verificassero problemi gravi, si propone al volontario una psicoterapia.

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