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laR
 
15.10.2021 - 05:20
Aggiornamento: 13:25

Cloe Ferrari, cronaca di un viaggio a Nord (e ritorno)

La ventenne di Golino, salita su una bicicletta, ha pedalato per circa diecimila chilometri arrivando a Capo Nord, rientrando per i Paesi dell’Est

cloe-ferrari-cronaca-di-un-viaggio-a-nord-e-ritorno
Cloe Ferrari
In Norvegia
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«Pedalare con le renne al Circolo polare». Ecco uno fra i ricordi più belli rimasto impresso nella mente di Cloe Ferrari dopo aver compiuto un viaggio in solitaria (anche «se non si è mai soli») di circa diecimila chilometri in bicicletta: da Sciaffusa a Capo Nord e il Circolo polare artico. E ritorno: attraversando Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania Polonia, Repubblica Ceca, Austria e Germania. È sicuro che cristallizzare in un solo ricordo un intero viaggio di migliaia di chilometri durato circa quattro mesi e mezzo è ingenuo – da parte mia e della mia domanda – e ineffabile, come sottolinea la 23enne di Golino.

«Ho sempre desiderato vedere Capo Nord, il Circolo polare, le renne… Dopo il Cammino di Santiago avevo pensato di farla a piedi, ma per le condizioni meteorologiche ho preferito la velocità della bicicletta», spiega. Fra i ricordi ben impressi, oltre alle renne, «il sole di mezzanotte». Anche se la bicicletta è un mezzo semplice che si impara subito a riparare, qualche inghippo c’è stato e i momenti no del viaggio erano dovuti soprattutto alle condizioni meteorologiche avverse: «La pioggia soprattutto. Dopo giorni di acqua è difficile infilarsi vestiti fradici e continuare a pedalare, o dormire in una tenda altrettanto bagnata».

Lei ha un diploma di operatrice sociosanitaria e già tre anni fa, da queste colonne, ha raccontato il suo Cammino di Santiago de Compostela, continuato poi lungo la parte settentrionale della Penisola iberica. Aveva 20 anni ed era alla sua seconda esperienza di Viaggio (la capitale è d’obbligo). La prima è stata in Thailandia a 19 anni, poco dopo essersi diplomata: «Mi è piaciuto molto e quando sono tornata a casa ho proprio pensato che avrei voluto continuare. Così mi sono messa in testa di lavorare il più possibile nella stagione estiva e viaggiare per tutti gli altri mesi dell’anno. Il mio sogno è poter lavorare viaggiando».

Fra i posti di occupazione stagionale ci sono le capanne Scaletta, Motterascio, Gorda; in anni diversi naturalmente. Ma non solo, «non racconto tutto, altrimenti non finiamo più» e tagliamo quindi corto. A stagioni lavorative finite, ha preso la porta di casa e per mesi ha esplorato Paesi e regioni, vicine e lontani: a Oriente (la già citata Thailandia) e Occidente – in Messico, «per otto mesi, ho visitato tutti gli Stati» –, così come quasi tutta l’Europa. Anche lavorando, in cambio di vitto e/o alloggio. Una vera e propria passione per esplorazione e scoperta sì di posti nuovi, ma anche una gran curiosità verso l’altro, inteso come cultura, lingua, tradizioni. Insomma viaggiare come strumento di conoscenza, “per cogliere il rumore del mondo” (diceva il nostro Ferrari).

Borse vuote, cuore pieno

Torniamo all’esperienza della scorsa estate, cominciando dalla fine, Cloe è rientrata dal giro ad anello (seppur di forma non proprio circolare) a metà settembre. La partenza a fine aprile da Sciaffusa non è stata priva d’incognite, spiega, vuoi perché è stato il suo primo viaggio impegnativo in bicicletta («alla partenza ero molto carica, mi è capitato di cadere spesso per il peso»); vuoi perché c’è il Covid, che alla fine non si è rivelato un ostacolo. Data l’incertezza, «non mi sono preparata per niente, neppure dal punto di vista tecnico. Mi sono detta ‘vediamo come va; se va bene continuo’».

Anticipazione: è andata bene, molto bene. «Non sono una ciclista e i primi giorni è stata un po’ più dura, ma poi è andata sempre meglio». Per buona parte del tempo «ho dormito in tenda, dà più libertà, in alternativa ho usato il couchsurfing (uso che prevede il pernottamento a casa di qualcuno e lo scambio di ospitalità, alla lettera “surf da divano”. Modalità che permette di vivere da dentro un Paese; ndr) e in alcune città dell’Est ho pernottato in ostelli, ma pochi», ricorda. A volte, dice, ha fatto tratti di strada con altri ciclisti e, per fortuite coincidenze, alcuni li ha ritrovati lungo la strada.

Alleggerito man mano il carico sulla bicicletta, è rientrata a casa con un altro tipo di bagaglio, ben più significativo: «Ho portato con me posti, lingue e culture diversi. Ma anche autodeterminazione: ci si pone un obiettivo e poi ci si arriva, arricchiti», dice timidamente.

All’orizzonte, ancora metaforico, c’è la mezza idea di un altro viaggio in bicicletta, tutto da tracciare: «L’idea è andare verso sud. Meta, l’Africa».

Cosa spinga una persona a viaggiare – il viaggio quello vero, di quando sai la tua partenza ma non il rientro e tanto meno ciò che sta in mezzo – è difficile da spiegare. Sarà una vorace curiosità per la scoperta geografica e culturale, fatta di facce e lingue, un andare intriso di fatica, che è necessaria premessa al grande stupore per il mondo.

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