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Locarnese
10.05.2019 - 09:000
Aggiornamento : 09:49

Fisioterapia sciamanica e controversa in odor di truffa

La storia di Elena e dei suoi dolori definiti da un fisioterapista 'tossicità'. L'esperto: se la terapia è strana va segnalata alle casse malati

Che tu sia scienziata o impiegata di concetto, «quando ti succede qualcosa di brutto come una paralisi facciale sei disposta a provare anche qualcosa di alternativo». Questa è la storia di Elena (nome noto alla redazione) e di un fisioterapista dalle tecniche, appunto, “alternative”. Nulla di pruriginoso, sia chiaro; nulla a che fare con il medico che s’innamora della paziente, né con chi abusa della professione per poco nobili scopi. È solo di fisioterapia che si parla, che va a intrecciarsi (almeno pare) con quelle che vengono definite “pseudoscienze”.

Andando per ordine. Elena giunge da un fisioterapista del Locarnese dopo un paio di incidenti seri. «A maggio ho subito una paralisi facciale, che è stata trattata da un primo fisioterapeuta. Poi, tramite il passaparola, sono arrivata a questo nome». Il passaparola è quello di una donna alla quale la medicina tradizionale non era riuscita a spiegare l’origine del suo dolore. «Fu lei a dirmi che quel trattamento l’aveva aiutata». Tre sedute da 1 ora e mezza circa, dunque, un trattamento che lei definisce «molto particolare», soprattutto quando il terapeuta «ha toccato zone del mio corpo per capire da quali intossicazioni sarei affetta». Questo perché «la sua filosofia è che durante lo sviluppo, da quello embrionale in avanti, tutto quanto mi è successo a livello ambientale è stato accumulato dal mio corpo, creando dei punti deboli che sarebbero diventati suscettibili agli infortuni». Tossicità per la quale le responsabilità andrebbero ricercate anche nei parenti più prossimi: «Toccando alcuni punti specifici ha sostenuto che nell’arco del mio sviluppo embrionale mia madre avrebbe assunto qualcosa di nocivo per me, accumulatosi poi da qualche parte nel mio corpo». Un concetto che, da scienziata, Elena definisce «cose che nessuno può verificare». E che invece – una volta staccato l’occhio dal suo microscopio di ricercatrice in campo oncologico – preferisce chiamare (più confidenzialmente) «idiozie».
«Ogni volta che ho posto delle domande sulle sue tecniche  – continua l’intervistata – è rimasto sempre vago». A  partire da «in che modo, toccando un punto del mio corpo, avvenga la comunicazione dell’intossicazione». E in che modo si potrebbe risalire a quell’intossicazione materna, visto che «mia madre non ricorda tutto quello che ha mangiato mentre mi aspettava». Restando al campo delle tossicità, ecco un altro evento: «Mi ha detto che all’età di 16 anni mi avrebbero iniettato qualcosa di tossico che si è accumulato nel mio rene destro».

Elena ha l’impressione che si stia parlando «di cose che succedono al 90% delle persone, perché nell’età adolescenziale la maggior parte delle ragazze fanno la vaccinazione contro il papilloma virus. E se qualcuna, superficialmente, dovesse fare il collegamento con la vaccinazione, sarebbe un attimo pensare che il fisioterapista ci ha preso». In sintesi: «Non credo di essere la persona giusta per sposare le sue tesi. Ha iniziato male già dicendomi “il tuo profumo è da cambiare perché per te è tossico”. Si dà il caso che io non usi profumo».

L’assicuratore: ‘Stiamo indagando’

Elena si dice in grado di confrontare questa terapia con le precedenti. «Ho problemi alla spalla, provo molto dolore, ma questo dolore non è stato trattato come ci si aspetta da un fisioterapista. Lui evidentemente ha il titolo, ma non esercita come il titolo prevede». Una sensazione che Elena si è portata lungo le tre sedute sin dall’inizio, quando «mi ha fatto sdraiare in posizione fetale, da entrambi i lati; toccava dei punti per una prima fase che diceva servisse ad accumulare informazioni sul mio corpo. Poi, con altri toccamenti, diceva di istruire il corpo a guarire». Il timore che la persona possa «approfittare del titolo per commettere una frode» non è problema che riguardi lei direttamente, semmai la cassa malati che le ha rimborsato quelle tre sedute, prontamente informata: a tal proposito, l’assicuratore, dichiarandosi «costantemente attivo su questi fronti» pur senza poter entrare nel merito in quanto «il caso è ancora in esame», fa sapere che «queste segnalazioni sono le benvenute, poiché contribuiscono a ridurre l’ingiustificata avanzata dei costi della sanità».
Ma il problema di Elena, dicevamo, è un altro: l’assenza di una risposta del fisioterapista alla domanda “ma se viene da lei un malato di cancro, lei istruisce il male a guarire?”. Domanda non casuale per una biologa molecolare che contro il cancro cerca quotidianamente una soluzione. Possibilmente non empirica. 

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L'intervista / L’esperto sul rischio di truffa: 'Se la terapia è davvero ‘strana’ va segnalata alla cassa malati'

Ciascuno può curarsi dove vuole e può decidere di provare le terapie più in sintonia con la personale visione della medicina, ma dentro il sistema sanitario che, almeno per quanto concerne l’assicurazione obbligatoria, tutti contribuiamo a finanziare (i cui costi lievitano da anni assieme ai premi di cassa malati) ci sono delle regole che vanno rispettate dai vari attori. Chi cura e fattura all’assicurazione malattia deve muoversi dentro precise norme che garantiscono anche la qualità delle cure. Che pensare di un fisioterapista coperto dall’assicurazione, che per curare un dolore fisico inizia a parlare di presunte intossicazioni stoccate nel corpo dall’infanzia da sbloccare con leggere pressioni? Non stiamo a giudicare la tecnica, che magari può anche funzionare. Ma è coretto ‘spacciare’ questo approccio per fisioterapia e fatturarlo? Cosa può fare il paziente?  Segnalare i suoi dubbi alla cassa malati, all’autorità cantonale? Cambiare fisioterapista? Risponde Paolo Bianchi, direttore della Divisione della salute pubblica.

Un fisioterapista, che tratta dolori agli arti, può fare quello che vuole nel suo studio, anche pressioni che (a suo dire) sbloccano eventuali intossicazioni accumulate negli organi che risalgono all’infanzia? 
Dal profilo del rimborso delle cassa malati la prestazione fornita dal fisioterapista, come per altri professionisti, deve essere prescritta da un medico (altrimenti non viene rimborsata). Il fisioterapista ha pertanto un margine di manovra limitato, che dipende anche dalla prescrizione del medico. Alcuni medici danno un’indicazione più generica, indicando più che altro la diagnosi e lasciando al fisioterapista la scelta del metodo terapeutico più adeguato, mentre altri indicano anche già quale sia la terapia da applicare (ciò che può generare dei problemi quando il fisioterapista ritiene più appropriate altre tecniche). Se le prestazioni proposte esulano invece del tutto da quello che è il campo di competenze del fisioterapista e non sono riconosciute in questo ambito, l’operatore è tenuto a offrirle in veste e luogo distinti, ad esempio quale terapista complementare autorizzato. Contrariamente al medico il fisioterapista non gode infatti della cosiddetta ‘libertà terapeutica’.

Curare dolori articolari con leggere pressioni per istruire il corpo a liberarsi da presunte intossicazioni non è proprio quello che ci si aspetta da un fisioterapista pagato dalla cassa malati, o sbaglio?
Andrebbe anzitutto verificato se quanto proposto rientra nelle competenze acquisite mediante la formazione di fisioterapista, in caso contrario si  potrebbe configurare una truffa all’assicurazione malattia, in quanto la cassa malati si troverebbe a pagare prestazioni diverse da quelle prescritte. È un po’ come il sistema dei buoni della farmacia. Era in ambito di assicurazioni complementari, ma si ricorderà la vicenda penale di un istituto del Sopraceneri che fondamentalmente faceva passare come trattamenti riconosciuti dall’assicurazione complementare delle semplici prestazioni estetiche. Come in quel caso, normalmente i pazienti, anch’essi punibili (e puniti), sono tuttavia compiacenti e quindi l’inganno non emerge. In quel caso poi la cassa malati complementare ha pagato prestazioni che non avrebbe dovuto pagare e quindi ha subito un danno economico. Nel caso della fisioterapia è forse più difficile provare questo danno perché se il fisioterapista avesse svolto le prestazioni corrette, prescritte da un medico, l’assicuratore malattia LAMal avrebbe comunque dovuto pagare delle prestazioni.

Ma un paziente che si trova, suo malgrado, in una situazione simile che cosa può o deve fare?
Il paziente può, anzi dovrebbe segnalare il caso alla cassa malati. Come funzionari cantonali, a fronte di documentati indizi di reato, siamo pure tenuti a segnalare la fattispecie al Ministero pubblico.

L’ipotesi sarebbe quella di truffa? 
Se un paziente si vede offrire una terapia che non ha nulla a che vedere con la fisioterapia, la truffa potrebbe apparire relativamente chiara, al di là dell’aspetto del danno economico per la cassa malati. Tuttavia posso presumere che più spesso sia difficile escludere che una prestazione praticata, comunque di manipolazione manuale, non rientri in una qualche possibile tecnica di fisioterapia. I confini sono talvolta labili. Va in ogni caso sempre approfondito di che terapia alternativa si tratta e se questa veramente non ha nulla a che fare con la fisioterapia.

Chi deve controllare che in uno studio di fisioterapia si faccia proprio quello?  
Dal profilo delle competenze di polizia sanitaria,  le normative applicabili stabiliscono il principio per cui l’operatore è in particolare tenuto a rispettare i limiti delle competenze acquisite nell’ambito di formazione, perfezionamento e aggiornamento. Per procedere contro l’operatore dal profilo disciplinare occorrerebbe quindi provare che è intervenuto sul paziente con tecniche che non era in grado di praticare. Anche sotto questo profilo pare difficile poter dimostrare che, travalicando le proprie competenze e capacità, l’operatore abbia messo a rischio la salute dei pazienti. È invece evidente che in presenza di una condanna penale per reati patrimoniali legati all’esercizio della professione fa poi generalmente seguito anche una sanzione amministrativa.
La verifica della congruenza tra quanto prestato e quanto fatturato spetta invece in prima battuta alla cassa malati e poi eventualmente al Ministero pubblico.

 

 

 

 

 

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