La giovane curda che con il fratello attende un gesto di solidarietà dal governo ha parlato della sua esperienza alla Commercio

La differenza fra esistere e vivere; quella fra la Svizzera di oggi e il Paese un tempo ammirato per la sua grande tradizione umanitaria; la tensione profondamente umana di un uditorio formato da ragazzi che studiano, si formano, socializzano e si integrano nella società: esattamente quello che stavano facendo Zelal Pokerce e suo fratello Yekta, curdi con passaporto turco rifugiati da noi con la famiglia dal 2021, fino al momento in cui l’Ufficio della migrazione ha intimato loro di interrompere immediatamente ogni genere di attività, in attesa di essere espulsi.
C’è stato tutto questo, nell’incontro con gli allievi tenutosi martedì alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona nell’ambito delle giornate culturali di fine anno scolastico. Soprattutto, c’è stata la testimonianza di Zelal, 21 anni, che agli studenti che stipavano la sala ha raccontato i suoi ultimi 4 anni e mezzo di vita in Svizzera, contrassegnati da una richiesta d’asilo bocciata sia dalla Sem, sia dal Tribunale amministrativo federale (perché la Svizzera ritiene la Turchia un Paese sicuro per i curdi), che ha portato le autorità a espellere mamma, papà e fratellino 12enne autistico (il 6 maggio scorso, con tanto di intervento di polizia in casa alle 7 del mattino) e gettato Zelal e il fratello Yekta, 20 anni, nella prostrazione per un distacco atteso ma impossibile da accettare.
Come spiegato da Zelal con l’aiuto della sua avvocata Immacolata Iglio Rezzonico e del giornalista de “laRegione” Davide Martinoni, la procedura dei tre familiari espulsi si è esaurita con il volo di ritorno per Istanbul (e all’arrivo la conferma della pericolosità del rientro per il padre, subito arrestato e interrogato, e ora in attesa di processo per vilipendio del presidente Erdogan) mentre quella di Zelal e Yekta prosegue con l’estremo tentativo di ottenere il riconoscimento come “caso di rigore”. Dopo la serie di decisioni negative di Berna, tocca ora al Cantone esprimersi: lo dovrà fare il Consiglio di Stato con un preavviso che poi l’Ufficio cantonale della migrazione farà suo e trasmetterà alla Segreteria di Stato della migrazione (Sem).
Tutto, insomma, è nelle mani di Marina Carobbio, Christian Vitta, Raffaele De Rosa, Claudio Zali e Norman Gobbi. Quest’ultimo, ricordiamo, ha risposto settimana scorsa in parlamento a un’interpellanza urgente interpartitica che chiedeva umanità per Zelal e Yekta e lo ha fatto – non si è capito se a nome del governo, o a titolo personale come direttore del Dipartimento istituzioni – sottolineando che «né la mediatizzazione né il consenso pubblico possono giustificare deroghe a criteri legali chiari, ai principi dello Stato di diritto e alle sentenze dei tribunali ritenute definitivamente giudicate».
Ai ragazzi Zelal ha raccontato della passione per i suoi studi alla Csia, delle molte amicizie (che avevano prodotto le 1’706 firme della petizione d’appoggio consegnata alla Cancelleria dello Stato), del sostegno di Direzione e corpo docente della sua scuola e di quello di parte del Gran Consiglio ticinese, che ha più volte tentato di sensibilizzare il governo sulla sorte prima della famiglia intera, poi dei due ragazzi rimasti sul nostro territorio.
Commovente l’intervento di un allievo, che ha riflettuto sul valore e la dignità di un’esistenza prosciugata di vita, ovverosia le conseguenze – in molti casi pesantissime – di una procedura d’asilo che depriva le persone di stimoli, obiettivi e speranze.