Interrogazione socialista solleva dubbi sulla capacità dei servizi comunali di fare prevenzione e aiutare le donne vittime di violenza. Domani il presidio

La capitale del Ticino cosa fa contro i femminicidi, la violenza di genere e la violenza domestica e per prevenire episodi gravissimi come i due capitati a Bellinzona e Gnosca? È la domanda di fondo che la consigliera comunale Martina Minoletti (Unità di sinistra) pone al Municipio prendendo spunto sia dal matricidio commesso il 28 gennaio in città, sia dal femminicidio-suicidio verificatosi il 12 febbraio a Gnosca, sia dalla statistica nazionale (cinque casi in Svizzera da inizio anno, 129 dal 2020 a oggi, di cui nove in Ticino). “Atti di estrema violenza di genere che non possono essere trattati come casi isolati o circostanze individuali, ma rappresentano l’espressione più estrema di un fenomeno strutturale che attraversa la nostra società patriarcale”, premette nell'interrogazione l’esponente socialista parlando di “piaga persistente e sistemica” e di “fenomeno da leggere in una prospettiva strutturale e non episodica”.
Da qui la convinzione che la politica comunale “non può rimanere a guardare in silenzio”. A suo dire “è necessario chiedersi quale sia la responsabilità collettiva delle istituzioni nella prevenzione, nel contrasto e nell’accompagnamento delle vittime”. Le politiche comunali di prevenzione “non possono essere disgiunte dal lavoro dei servizi sociali comunali, che rappresentano un punto di contatto fondamentale con la cittadinanza, e dalla capacità della città di costruire una cultura che riconosca e contrasti ogni forma di violenza contro le donne”. Peraltro proprio domani (martedì 24 febbraio) alle 17.30 il collettivo ‘Io l’8 ogni giorno’ ha organizzato un presidio in piazza Governo a Bellinzona chiedendo azioni concrete contro la violenza di genere e denunciando il silenzio istituzionale calato dopo l’ultimo femminicidio.
Minoletti pone quindi al Municipio 14 domande chiedendo quale sarebbe la sua visione politica rispetto all’aumento dei femminicidi in Svizzera, se la Città debba rafforzare il proprio impegno istituzionale su questo tema, in che modo i servizi sociali comunali sono stati coinvolti nei casi recenti e quale ruolo concreto svolgono nella prevenzione, individuazione precoce e sostegno delle vittime, se esistono protocolli specifici per la gestione di situazioni di sospetta o accertata violenza domestica, se sono previsti percorsi di formazione obbligatoria e continua per il personale comunale e dei servizi sociali. E ancora: quali collaborazioni strutturate sono attive tra la Città, il Cantone, le istituzioni, i servizi sanitari e le associazioni specializzate nel contrasto alla violenza di genere? Esiste un coordinamento strutturato nei servizi sociali per intercettare precocemente situazioni di rischi? Dai casi recenti di femminicidio avvenuti a Bellinzona quali insegnamenti istituzionali sono stati tratti e quali misure correttive si intendono adottare? Il Municipio intende rafforzare le risorse umane e finanziarie dei servizi sociali per garantire una presa a carico tempestiva e competente? Sono previste una strategia comunale, iniziative pubbliche di sensibilizzazione, serate informative, momenti di confronto nei quartieri, interventi nelle scuole?
Anche il Movimento per il socialismo affronta il tema con un’interrogazione al governo cantonale di Giuseppe Sergi, preoccupato per la scelta di deviare il nuovo numero telefonico unico antiviolenza – il 142 che sarà operativo dal prossimo maggio – sul 144 durante le ore notturne e nei fine settimana. “Ciò significa che solo nelle ore d’ufficio le chiamate saranno gestite da personale formato e specializzato nella violenza di genere, mentre negli altri momenti verranno indirizzate al Pronto soccorso”. Le associazioni femminili e femministe “hanno già espresso forte contrarietà, sottolineando che questa soluzione non risponde agli standard della Convenzione di Istanbul né ai bisogni reali delle donne che chiedono aiuto”. Chiesti quindi i motivi di tale decisione e se questa limiti l’efficacia dello strumento, “riducendolo a un servizio emergenziale e sottraendo alle donne la possibilità di un ascolto competente e specializzato in ogni momento della giornata”. Anche qui chiesti lumi sulle risorse di personale a disposizione, su una pubblicità capillare, su una campagna di prevenzione strutturata rivolta alle scuole, alle associazioni sportive, ai grandi eventi e ai luoghi di lavoro e sulla necessità di “promuovere la creazione di centri antiviolenza nelle principali città e aumentare i posti disponibili nelle case protette, così da garantire un accesso più capillare e tempestivo alla protezione e all’accompagnamento”.