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laR
 
06.10.2022 - 05:15
Aggiornamento: 16:54

Val d’Ambra 2, Pro Natura ribadisce il proprio ‘niet’

L’associazione ambientalista sempre contraria a un secondo bacino in Bassa Leventina, rispolverato da alcuni parlamentari vista la penuria energetica

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Ti-Press

Il progetto idroelettrico Val d’Ambra 2 continua a far acqua da tutte le parti. È questa la posizione di Pro Natura Ticino, interpellata dalla ‘Regione’ alla luce della recente proposta di alcuni parlamentari di riattivare il progetto, congelato nel 2015 dall’Azienda elettrica ticinese, per la realizzazione del secondo bacino di 2,8 milioni di metri cubi e dell’impianto di pompaggio/turbinaggio a monte di Personico così da garantire una maggiore sicurezza energetica e ridurre la dipendenza da Paesi esteri. Una proposta identica a quella di quindici anni fa e che l’associazione ambientalista ritiene di dover osteggiare qualora Aet dovesse effettivamente riprenderla, magari incentivata proprio da un’eventuale spinta politica che dovesse giungere da Gran Consiglio o Consiglio di Stato.

‘Meno produzione, non di più’

«Il progetto non è tutt’oggi in grado di rimediare a una penuria energetica – evidenzia a nome di Pro Natura, la direttrice Serena Britos –. L’obiettivo del nuovo bacino che verrebbe realizzato a monte dell’attuale è di stoccare l’acqua del fiume Ticino proveniente da Lavorgo per alcune ore fino a un massimo di un paio di giorni. In questo modo la produzione di corrente diventa più flessibile, ma essa diminuisce nettamente rispetto a oggi perché l’energia impiegata a pompare l’acqua del nuovo bacino può essere recuperata con il turbinaggio solo nella misura del 75-80 per cento». Pro Natura, come già sottolineato all’epoca dall’ex direttore Luca Vetterli, è infatti convinta che pompare l’acqua non permetterà di aumentare la produzione idroelettrica. Il progetto annienterebbe circa 30 milioni di chilowattora annui, pari cioè al consumo di quasi diecimila economie domestiche. Oltre a questa perdita, gonfierebbe le emissioni di CO2 e la produzione di scorie radioattive, legate alla produzione in centrali a carbone e nucleari della corrente usata per il pompaggio notturno. Per riuscire «ad affrontare la penuria energetica bisognerebbe produrre più energia, non meno. O, meglio ancora, ridurre i consumi. Ma soprattutto bisognerebbe produrre più energia invernale, cosa che l’impianto in Val d’Ambra non può fare in nessun caso perché lo stoccaggio è comunque di breve durata e non stagionale, come avviene ad esempio nelle dighe del Sambuco e della Verzasca».

Minor impatto ‘irrealistico’

All’epoca una delle principali motivazioni contrarie all’opera era il suo impatto ambientale. Secondo la mozione del deputato Plr Omar Terraneo, che a nome del gruppo parlamentare cita documenti di Aet, viene assicurato che la centrale, la galleria di adduzione e la condotta forzata verrebbero interamente sotterrate limitando così l’impatto alle sole opere di accesso, in particolar modo a una nuova strada sulla sponda sinistra della valle. Pro Natura storce però il naso: «La presunta diminuzione dell’impatto ambientale non ci sembra reale. Già il progetto del 2009 prevedeva il completo interramento della galleria di adduzione, della condotta forzata e della centrale come mostra chiaramente il Rapporto d’impatto ambientale del 7 settembre 2009. L’impatto principale rimane invariato, vale a dire il nuovo bacino in una valle oggi completamente naturale e intatta (zona protetta in virtù della ricca presenza di biodiversità, ndr), come pure la strada d’accesso».

Bacino di demodulazione sufficiente?

Nel suo atto parlamentare Terraneo chiede inoltre uno studio di fattibilità che, a differenza della prima versione, preveda la demodulazione delle acque per eliminare i flussi discontinui artificiali nel fiume Ticino. «La demodulazione – continua poco convinta Pro Natura – è comunque dovuta per legge e la norma che la prevede è entrata in vigore nel gennaio 2011, ossia dopo l’elaborazione del rapporto d’impatto ambientale del 2009, il quale quindi su questo punto dev’essere completamente rivisto. Se si costruisce il nuovo impianto in Val d’Ambra ci vogliono bacini di demodulazione ancora più grandi rispetto al semplice risanamento della centrale della Biaschina esistente. Difatti il nuovo impianto permette pause e fasi di produzione sei volte più lunghe di quello attuale. Lo spazio per un bacino di demodulazione sul fondovalle è molto esiguo e attualmente non è ancora possibile valutare se al piede del fianco destro della montagna, dove il bacino è stato ipotizzato, sia disponibile una volumetria sufficiente». Come pubblicato su queste colonne lo scorso gennaio, infatti, nel ‘Masterplan operativo per la riqualifica dei corsi d’acqua in Riviera’ sono state inserite nel 2021 le ipotesi di due grandi bacini a cielo aperto previsti a Personico (nella zona cave situata a sud del paese) e a Osogna (zona industriale), cui potrebbe aggiungersene un terzo in caverna (nella montagna) in zona Giustizia.

‘La Verzasca potrebbe essere una soluzione’

E nel caso di eccedenze? Il granconsigliere leghista Michele Guerra nella sua mozione evidenzia che il progetto Val d’Ambra 2 "grazie al pompaggio/turbinaggio sarebbe in grado di attuare uno stoccaggio efficace incrementando la catena idroelettrica della Leventina". L’impianto permetterebbe di valorizzare maggiormente le acque del fiume Ticino: passando da una conduzione giornaliera a una settimanale, aumenterebbe la copertura del fabbisogno in potenza diurna (in crescita) e regolerebbe di più la rete. Non da ultimo giocherebbe un ruolo importante nella gestione della produzione derivante da nuove fonti rinnovabili, permettendo di assorbire le eccedenze di produzione e di compensare gli ammanchi imprevisti. «In caso di esuberi temporanei di elettricità, il pompaggio può rappresentare una soluzione sostenibile», riconosce Pro Natura insistendo tuttavia sul fatto che «lo si dovrebbe attuare laddove l’impatto ambientale è minore e la flessibilità maggiore. Con il pompaggio tra Piotta e il nuovo impianto del Ritom, Aet otterrà a breve una maggiore flessibilità di produzione, perciò da questo punto di vista il progetto Val d’Ambra 2 è meno interessante rispetto a una decina di anni or sono». Pro Natura chiede quindi di cambiare approccio e trovare soluzioni alternative, riponendo l’attenzione sulla Verzasca: «Il potenziamento massiccio del fotovoltaico potrebbe richiedere a lunga scadenza un rafforzamento del pompaggio per assorbire l’elettricità prodotta in eccesso nei momenti più soleggiati. Per diversi anni ancora le possibilità esistenti di pompaggio in Svizzera bastano. Nuovi impianti, se del caso, dovrebbero essere realizzati dove non producono nessun impatto ambientale supplementare garantendo al contempo la massima flessibilità e un investimento ridotto. E queste condizioni, oggigiorno, ricorrono laddove esistono già grandi bacini, in Ticino in modo ideale tra la diga della Verzasca e il Verbano con impianti interamente sotterranei». Pro Natura non ha perciò alcun motivo per rivedere la propria posizione. D’altronde, come riferito a inizio agosto, anche le priorità di Aet in Leventina sono altre. Bisognerà capire fino a che punto un’eventuale spinta parlamentare potrebbe indurre l’azienda elettrica cantonale a rivedere le proprie strategie.

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