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03.05.2022 - 10:49
Aggiornamento: 17:42

Covid alla casa per anziani di Sementina: tre decreti d’accusa

Per le tre persone attive nella struttura proposta una sanzione pecuniaria. Caduta l’ipotesi di omicidio colposo

È sfociato in tre decreti d’accusa il procedimento penale aperto a seguito dei 21 decessi per Covid su un totale di 80 ospiti nella casa anziani Circolo del Ticino di Sementina durante la prima ondata pandemica, fra marzo e aprile 2020. L’ipotesi di reato nei confronti di tre persone operanti nella struttura di proprietà della Città di Bellinzona, comunica oggi il Ministero pubblico, è quella di ripetuta contravvenzione alla Legge federale sulla lotta contro le malattie trasmissibili dell’essere umano, "per il mancato rispetto di alcune direttive, istruzioni e raccomandazioni emanate dalle autorità competenti per impedire la propagazione della malattia respiratoria acuta Sars-Cov-2". È invece caduta l’ipotesi, inizialmente prospettata, di omicidio colposo. Nei tre decreti di accusa viene proposta una multa con accollo di tassa e spese giudiziarie. Le tre persone in questione, ricordiamo, sono il direttore generale Silvano Morisoli, la direttrice sanitaria Elena Mosconi Monighetti e la allora capo delle cure.

L’inchiesta diretta dal procuratore generale Andrea Pagani e dalla procuratrice pubblica Pamela Pedretti, si legge nel comunicato, è stata condotta "sulla scorta di una minuziosa ricostruzione dei fatti, di numerosi interrogatori e dopo aver analizzato la documentazione raccolta presso l’Ufficio del medico cantonale e quella acquisita in corso d’istruttoria". Le parti avranno ora dieci giorni di tempo dall’intimazione dei decreti per interporre eventuali opposizioni. Sino all’emanazione di una decisione definitiva, viene sottolineato nel comunicato, per gli imputati vale comunque il principio della presunzione di innocenza.

L’inchiesta, ricordiamo, era scattata nell’ottobre del 2020, cinque mesi dopo le segnalazioni inoltrate da familiari e, il 2 maggio, dal Movimento per il socialismo (Mps) affinché la Procura avviasse una verifica sulle cause che durante la pandemia da Covid-19 hanno portato al decesso di 150 ospiti di diverse case per anziani ticinesi.

Le osservazioni dell’Ufficio del medico cantonale

I vertici della struttura hanno sempre sostenuto di avere adeguatamente applicato le norme previste e le direttive emanate dal medico cantonale per contenere il diffondersi del virus, con alcune temporanee eccezioni. Intervistato dalla Rsi a fine maggio 2020, il direttore generale aveva tuttavia ammesso che, in una situazione di difficoltà, qualcosa è effettivamente andato storto. Dal canto suo l’esecutivo e il capodicastero Giorgio Soldini, rispondendo alle varie interpellanze inoltrate sul tema assicuravano che le misure sono sempre state elaborate conformemente alle direttive cantonali e federali e alle raccomandazioni dell’Associazione di categoria. Municipio che confidava nelle verifiche penali per confermare la bontà di quanto messo in atto.

In due rapporti redatti tra l’estate e l’autunno del 2020, l’Ufficio del medico cantonale aveva invece evidenziato una serie di gravi manchevolezze che hanno favorito il diffondersi del Covid fra collaboratori e da questi agli ospiti nei vari piani. Il secondo rapporto includeva peraltro le osservazioni della Direzione della struttura alla luce del primo rapporto; ciò che ha comunque portato l’Ufficio del medico cantonale a confermare la stragrande maggioranza delle critiche della prima ora.

Nel secondo rapporto il Cantone confermava che "la presenza intermittente di personale sintomatico e verosimilmente malato ha facilitato la diffusione del coronavirus nella struttura dal 10 al 25 marzo 2020", e questo sia fra i collaboratori stessi (si sono ricostruiti i primi tre contagi) sia verso i primi ospiti durante, verosimilmente, la distribuzione delle terapie nella sala da pranzo. Punto primo – concludeva il rapporto – è confermata, per scelta della Direzione, l’inosservanza intenzionale della direttiva del 9 marzo 2020 che imponeva la sospensione delle attività socializzanti di gruppo, per contro erogate fino all’8 aprile sui singoli piani, dove il virus non si era ancora diffuso, per compensare la privazione affettiva e l’isolamento. Punto secondo: esecuzione di lavori di manutenzione alle pareti del terzo piano il 16 e il 17 aprile, eseguiti da operai del Comune, in presenza di focolaio e nonostante il lockdown. Punto terzo: inizialmente sono state istituite singole camere d’isolamento (frammiste a stanze con persone non contagiate) anziché procedere subito con l’istituzione di un apposito reparto Covid, realizzato solo dopo l’intervento del medico cantonale del 18 aprile. Una modalità particolarmente dispendiosa, quella decisa dalla Direzione, associata a maggiori difficoltà operative nell’utilizzo delle misure di protezione (gestione e smaltimento grembiuli e mascherine). Una scelta, secondo il medico cantonale, da evitare "quando il numero di contagi è superiore a tre in poco tempo". Probabilità di contagio peraltro "amplificata dalla scarsità di personale curante e con turni di lavoro ordinari di 8 ore", anziché di 12 ore come fatto solo dal 20 aprile quando si sono istituiti due appositi piani Covid. Punto quattro: mancata verifica del corretto utilizzo dei dispositivi di protezione da parte del personale. Punto cinque: mancanza di un ‘tableau de bord’ per la gestione organizzativa dell’epidemia. Punto sei: mancata realizzazione della lista del personale curante a inizio aprile al quinto piano Covid. Punto sette, elevato numero di operatori sanitari assenti per malattia o quarantena: ancora una volta, ribadiva il medico cantonale, "la creazione di un team dedicato a un reparto Covid e non al singolo caso avrebbe favorito una maggiore efficacia d’intervento". Punto otto, mancata chiarezza sui compiti fra la capostruttura in procinto di essere pre-pensionata e la nuova capostruttura. Infine in taluni casi inadeguata comunicazione ai familiari dello stato di salute degli ospiti. In definitiva, concludeva l’Ufficio del medico cantonale, "alla Direzione manca una visione sistemica e strutturata dell’organizzazione (...) in situazioni di gestione sia ordinaria sia d’emergenza". Si aggiungeva che nella documentazione fornita non vi era "traccia d’interventi proattivi legati alla funzione di capostruttura e di Direzione sanitaria e amministrativa nella gestione dell’emergenza, se non quella di risposte puntuali ai singoli eventi".

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