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Tampone eseguito su una recluta in entrata (Ti-Press)
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09.02.2021 - 18:260
Aggiornamento : 23:18

Scuola reclute di Airolo, una sezione contagiata al 90%

Il genitore di un giovane si sfoga: ‘Lasciati andare in congedo senza tampone preventivo, ora siamo tutti in quarantena'. Il comandante: ‘Decisione medica’

«L’Esercito ha compiuto una grande imprudenza e adesso noi, insieme a molte altre famiglie, ne stiamo pagando le conseguenze». Ha un diavolo per capello il padre di famiglia ticinese rivoltosi alla nostra redazione dopo aver letto l’articolo dedicato alle reclute risultate positive al Covid durante la Scuola sanitaria 42 in corso ad Airolo dallo scorso 18 gennaio. Su 600 militi presenti fra reclute, sottufficiali, ufficiali e altro personale – aveva spiegato in un primo tempo il Comando da noi interpellato – nell’arco delle prime tre settimane sono state riscontrate alcune positività al Covid in due delle 16 sezioni. Casi isolati e gestiti nell’infermeria della caserma con tanto di cure, qualora necessarie, e quarantena per i contatti stretti. «Peccato che in vista del primo ‘grande congedo’ di quattro giorni fissato dalla mattina di sabato 6 febbraio alla sera di martedì 9 – obietta alla ‘Regione’ il padre di una recluta – l’Esercito non abbia ritenuto necessario eseguire in settimana, a fronte dei casi positivi già emersi, il tampone preventivo, per contro rinviato a dopo il rientro negli accantonamenti, ossia durante la seconda parte di questa settimana. Un bel rischio! Un agire, vista poi come si è evoluta la situazione, a mio avviso già in partenza sconsiderato».

Il contagio nella sezione mista

Il coronavirus, per quanto ci è dato sapere, si è diffuso in particolare nella sezione mista, composta da ragazzi e ragazze, alloggiata negli accantonamenti del Touring club svizzero a Quinto, struttura nella quale solitamente si organizzano i corsi di scuola guida. Struttura dove nei giorni precedenti al ‘grande congedo’ erano già emersi sei casi di positività. Appreso che alcune reclute erano poi state male a casa durante la giornata di sabato 6 febbraio, il caposezione la sera stessa ha avvisato la ventina di reclute tornate al domicilio invitandole a sottoporsi al tampone il giorno successivo. «E infatti domenica il test di mio figlio è risultato positivo», annota amareggiato il genitore rimarcando il fatto che sia asintomatico. Conseguenza: tutta la famiglia in quarantena per dieci giorni «con il solito problema legato alla perdita delle lezioni scolastiche per sua sorella e non pochi problemi, per quanto mi riguarda, a organizzarmi dal profilo professionale».

A casa venti positivi su 22

Ma non finisce qui: stando a quanto ci viene riferito, risulta  che oltre alle sei reclute la cui positività era emersa prima del ‘grande congedo’, e che perciò sono rimaste confinate in caserma, il 90% della ventina di reclute tornate a casa è risultato positivo durante il weekend, ovvero circa 18 nuovi casi. «Il tutto in una compagnia di Sanitari preposta a sostenere la popolazione in caso d'intervento contro la pandemia», annota il genitore. Un aspetto che non riesce a digerire riguarda anche l’inosservanza di una misura sanitaria molto semplice e divenuta quasi subito, ormai un anno fa, d’uso generale, ossia l’utilizzo del disinfettante per le mani: «Stando a quanto mi è stato riferito, le reclute e la struttura di Quinto ne sono sprovviste. Non hanno a disposizione disinfettante».

Il medico cantonale all'oscuro

Dulcis in fundo, il genitore del ragazzo ha saputo che qualcuno del gruppo ha ritenuto opportuno interpellare l’Ufficio del medico cantonale, a Bellinzona: «La risposta sembra sia stata negativa. Stando quanto riferitomi, nessuno dall’Esercito aveva fino ad allora comunicato alle autorità sanitarie cantonali quanto stava succedendo», conclude il padre di famiglia contestando quanto spiegato alla ‘Regione’ dal vicecomandante della compagnia Marcello Lesnini, e cioè che l'Esercito mette in atto ogni misura per evitare la propagazione del virus in servizio e nel contesto civile e che la salute delle reclute e dei loro familiari hanno la massima priorità.

‘Prese le misure necessarie’

Interpellato lunedì dalla redazione, il vicecomandante Lesnini aveva assicurato che si tratta di «casi isolati» e che sono state prese «le misure necessarie». Il tenente colonnello sottolineava poi che «tutti presentano o sintomi lievi o sono asintomatici e sono seguiti costantemente da personale medico». Insomma, tutti «stanno bene» e non è stato riscontrato alcun caso di variante inglese. Le reclute positive sono state poste in isolamento «in Svizzera interna o nell'infermeria ad Airolo», mentre in quarantena sono finiti coloro che sono stati a stretto contatto con le persone contagiate. Stretti contatti che secondo Lesnini in realtà si verificano raramente, visto che «vengono mantenute le distanze e si indossano la mascherina e i guanti durante l'istruzione». Insomma, «abbiamo adottato misure organizzative e logistiche per cercare di evitare i contatti stretti, ma si deve fare affidamento anche sulla responsabilità del singolo milite». In ogni caso, «la nostra priorità è ovviamente posta sulla salute della truppa». Lesnini ammetteva che alcuni casi positivi – il cui numero è ben maggiore – sono emersi dopo che le reclute sono tornate a casa, sabato mattina. In questo caso «rimarranno in isolamento nella loro abitazione», rilevava il vicecomandante aggiungendo che i militi delle due sezioni coinvolte verranno sottoposti a un tampone nasale all'entrata dal congedo.

Tra valutazione medica e libertà individuale

Ma perché – chiediamo quindi oggi all’Esercito – non è stato effettuato un test su tutti i militi prima che venissero lasciati andare in congedo, visto che erano stati registrati dei casi positivi? «È stata una decisione medica», afferma da noi raggiunto il colonnello Smg Daniele Meyerhofer, comandante delle scuole sanitarie 42 di Airolo. «Giovedì, prima del congedo, vi erano tre possibilità: licenziare i militi come previsto, trattenerli tutti in caserma, oppure effettuare un test di massa e licenziare solo chi fosse risultato negativo. Il medico della piazza d’armi ha valutato che, in caso di tampone negativo, alcuni militi sarebbero andati a casa con una certezza sbagliata, visto che l’eventuale positività sarebbe potuta emergere anche più tardi». In ogni caso, sottolinea Meyerhofer, «il congedo non era ovviamente un obbligo. Abbiamo informato la truppa sulla situazione e del rischio residuo che i militi si assumevano decidendo di partire in congedo. In modo particolare, a chi avrebbe potuto entrare in contatto con persone a rischio, abbiamo consigliato di approfittare della possibilità di rimanere in caserma. Inoltre, a poter beneficiare del congedo, erano evidentemente solo i militi che non presentavano sintomi legati al coronavirus». Molte reclute hanno però preferito assumersi la responsabilità della partenza in congedo, siccome «erano già tre settimane che si trovavano lontani da casa». Per l’esercito, infatti, anche «la salute psicofisica è molto importante», aggiunge il comandante assicurando poi che il disinfettante «viene messo a disposizione all'entrata delle diverse infrastrutture, come si vede nei negozi».

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