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Lo psichiatra Carlo Calanchini (Ti-Press)
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19.01.2021 - 06:000
Aggiornamento : 18:18

‘L’odio che uccide per un torto subìto’

Sul dramma di Gerlafingen, che lascia attonita Airolo, le riflessioni dello psichiatra Carlo Calanchini

Il dramma di Gerlafingen solleva più di un interrogativo su cosa possa spingere oggigiorno un genitore – sempre che nel caso specifico sia provata la responsabilità diretta della madre – a togliere la vita a due suoi figli. Lo psichiatra e psicoterapeuta Carlo Calanchini – che negli anni ha portato il proprio contributo nelle aule giudiziarie ticinesi aiutando a comprendere i meccanismi mentali degli autori di reato – fornisce una chiave di lettura. Il figlicidio, spiega alla ‘Regione’, «in linea generale pone in testa agli eventi scatenanti l’odio per un torto subìto dall’altro coniuge genitore». Come Medea che uccide i figli di Giasone quando scopre che la sta tradendo. Leggendo la fredda cronaca di quanto successo vicino a Soletta, in effetti «il movente della rabbia e dell’odio è il primo che può venire alla mente».

Se l'obiettivo è fare più male possibile

Ammazzare è però un atto estremo, mentre nelle cause di divorzio le ritorsioni seguono solitamente altre tattiche. Quale alchimia di sentimenti rancorosi porta a un gesto tanto estremo e punitivo? «Succede – risponde il dottor Calanchini – quando questi sentimenti finiscono per prevalere su qualsiasi senso di umanità. L’obiettivo diventa fare più male possibile all'altro». Il caso più eclatante alle nostre latitudini è quello delle due gemelline del Canton Vaud sparite dieci anni fa, nel 2011, poco prima che il padre si suicidasse sotto un treno in Puglia: «Una tragedia nella quale la madre è rimasta con l’angoscia di non sapere quale fine abbiano fatto le figliolette e di non poterle seppellire. Il funerale è un gesto terribile ma pur sempre pietoso che s’inserisce e conclude il ‘processo’ del lutto. Senza di esso la vendetta diventa ancora più feroce e malvagia». Un’espressione anche di piacere? Il piacere di farla pagare fino in fondo? «La vendetta – evidenzia Calanchini – è già di per sé una manifestazione di trionfo narcisista. Ovvero sottrarsi alla legge per farsi giustizia da sé e sentirsi, almeno per un momento, onnipotenti. Talvolta si fa ciò che la tradizione impone, situazioni grottesche in cui la vendetta diventa quasi un dovere che la cultura locale chiede di assolvere. Accade in contesti in cui bisogna difendere l’onore e salvare a tutti i costi una facciata». Valori molto discutibili ma in taluni ambienti ancora molto ben radicati. Anche nelle diatribe coniugali.

‘Ricostruire il passato per capire’

Uno degli aspetti importanti per gli inquirenti, conclude Calanchini, «è la ricostruzione del passato di chi uccide lasciando prevaricare i propri valori dall’odio e creandosi il diritto di vendicarsi». Ma c’è spazio, per i colpevoli, per una comprensione della portata e della gravità dello sbaglio commesso? «La casistica è molto vasta», risponde Calanchini: «Nella mia esperienza ho visto persone che a causa di limiti cognitivi difendono quanto fatto; il loro amor proprio finisce per prevalere su tutto e gli scenari che si creano mentalmente legittimano il loro agire, fino a creare soddisfazione. Altri riconoscono di aver agito impulsivamente, aggiungendo che a mente fredda non si sarebbero mai comportati in quel modo».

Genitori che uccidono: una lunga scia di dolore

Casi come quello di Gerlafingen non sono certo una novità in Svizzera. Basta scorrere le cronache e le statistiche sulla violenza domestica, le cui vittime non sono solo maggiorenni. Purtroppo la violenza non risparmia neppure i figli piccoli, i soggetti che nel contesto famigliare dovrebbero godere di una protezione accresciuta. Nel 2015 a Capodanno una mamma di Flaach, nel canton Zurigo, ha soffocato i suoi due figli poiché le autorità stavano per ricondurli in un istituto. Sempre quell'anno, in febbraio, a Niederlenz, canton Argovia, un uomo ha ucciso la sua bambina di quattro anni. Altri drammi, altre storie. Nel novembre 2020 sono stati rinvenuti privi di vita in una casa monofamiliare di Buchs, anche questo comune argoviese, tre bambini di 3, 11 e 14 anni e il loro padre. Sarebbe stato quest’ultimo, 37 anni, professionalmente attivo in ambito medico, a uccidere i figli avvelenandoli con un farmaco. Dopodiché si è tolto la vita. È stata la moglie dell'uomo, rientrata dal lavoro, a scoprire i quattro corpi esanimi. A Sattel, paese di quasi duemila anime nel canton Svitto, nell’agosto sempre del 2020 un 54enne ha tentato di uccidere la figlia: la 28enne ha riportato gravi ferite. Pochi giorni prima un altro dramma: a Uitikon, nel canton Zurigo, i cadaveri di una trentenne tedesca e delle sue gemelle di 4 anni sono state trovati in un auto parcheggiata in un bosco. Stando alle cronache, la donna residente in Germania sarebbe entrata in Svizzera con le figlie, che avrebbe in seguito ucciso prima di suicidarsi. Di nazionalità tedesca erano anche il 38enne e i figli di 4 e 7 anni rinvenuti privi di vita in giugno in un appartamento di Eschenz, nel canton Argovia. Secondo ’20 Minuti’, dietro il dramma ci sarebbe una separazione che l’uomo non avrebbe del tutto accettato. “Sono sconvolta e non riesco a crederci”, ha dichiarato al giornale la madre dei due bimbi, aggiungendo che i figli trascorrevano dall’ex compagno i fine settimana.

Processi e condanne

Nel luglio del 2019 si è tenuto un processo per l'uccisione di un minorenne: il Tribunale cantonale argoviese ha confermato i tredici anni di reclusione inflitti in prima istanza a un 42enne svizzero che cinque anni prima aveva scosso con violenza il figlio di due anni della sua compagna fino a causarne il decesso. L'autopsia ha evidenziato diverse lesioni precedenti il giorno della morte del piccolo, tra queste un'emorragia cerebrale e la frattura di tre costole. Sempre nel 2019, ma in gennaio, il Tribunale penale di Lucerna si è occupato di un duplice infanticidio: ha condannato una giovane donna a 34 mesi di carcere, di cui 22 sospesi condizionalmente, accusata del decesso dei suoi due gemelli. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato dai giornali, la ragazza, 23 anni, aveva ucciso il primo subito dopo la nascita e per la Corte non avrebbe fatto nulla per impedire la morte del secondo, non ancora nato. La giovane, di origine serba, aveva tenuto i genitori, con i quali viveva dopo la separazione, all'oscuro della gravidanza, temendo la loro reazione. Un anno, il 2019, che ha registrato altri casi: in gennaio sono finite in manette due persone in relazione al rinvenimento del cadavere di una neonata in un sacco dei rifiuti a Reconvilier, nel Giura bernese. I fermati? La madre della piccola e un uomo. Il corpo della neonata era stato lasciato in un parcheggio nei pressi di una sala multiuso. A scoprire il cadavere della neonata, due passanti. 

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