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22.12.2020 - 17:40
Aggiornamento : 21:01

'Si è tolta la vita per punirlo di non crederle'

Eritrea deceduta: la difesa chiede il proscioglimento del marito. 'Non aveva intenzione di ucciderla'

Perché nessuno dei vicini l'ha sentita urlare se aveva paura di essere uccisa? Perché non sono stati rinvenuti segni sul corpo della donna riconducibili alla presunta lotta avvenuta sul balcone prima del decesso? Perché metterla a cavalcioni sul parapetto invece di spingerla direttamente giù dal terrazzo? Sono alcune delle domande che si è posta durante la sua arringa l’avvocata Manuela Fertile, patrocinatrice del 39enne eritreo accusato di assassinio per avere spinto la moglie del quinto piano di una palazzina di via San Gottardo a Bellinzona, la sera del 3 luglio 2017. La difesa sostiene che la 24enne si sia tolta la vita «per sottrarsi ai continui tormenti del marito», che non credeva nella sua lealtà sospettando il tradimento. Marito che sarebbe così stato punito, poiché certamente incolpato della sua morte. La difesa riconosce che in quella tragica sera l’uomo abbia affrontato a muso duro la moglie, ma unicamente per estorcerle finalmente la confessione. Lei, dipinta come una donna orgogliosa, forte, disposta anche al divorzio ma non ad essere additata come infedele, avrebbe quindi deciso di farla finita. Questa la tesi difensiva che replica alla requisitoria del procuratore pubblico Moreno Capella, il quale mercoledì scorso ha chiesto 18 anni di carcere per il reato di assassinio, subordinatamente 16 se la Corte delle Assise criminali presieduta dal giudice Marco Villa dovesse configurare il reato di omicidio intenzionale. Nell'ambito di un processo fortemente indiziario, privo delle cosiddette prove schiaccianti, Fertile – intervenuta in aula oggi pomeriggio – ha invocato il principio in dubio pro reo, chiedendo il proscioglimento del proprio assistito da tutti i capi d’accusa, nonché l’immediata scarcerazione (l’uomo è dietro le sbarre da circa 3 anni e mezzo) e un risarcimento di 221mila franchi per «l’ingiusto» periodo trascorso in prigione. «Non ha ucciso la moglie, e neppure ha tentato di farlo, né in maggio né in luglio. Gli indizi del procuratore non sono sufficienti per sostenere una tesi del genere». Le sera del decesso, ha continuato l’avvocata, «il mio assistito voleva solo chiarire una volta per tutte la questione del presunto tradimento, ma non aveva assolutamente intenzione di ucciderla. Per quale motivo avrebbe dovuto farlo, minando così la sua reputazione, il suo futuro in Svizzera e quello dei suoi figli?», si è domandata Fertile ricordando come l'uomo fosse contento che la moglie lo avesse raggiunto in Ticino dall’Eritrea. «Era un matrimonio d’amore, non combinato. Il loro legame era forte. Lui è forse una persona un po' autoritaria, ma è equilibrato, era ben voluto, non era violento e amava sua moglie». 

‘Visto il precedente, abbassa la serranda’

Dato il precedente del 29 maggio 2017 – quando, secondo la difesa, il marito aveva salvato da «morte certa» la moglie (l’accusa sostiene invece che già in quell’occasione l'uomo, fermato solo dalle urla dei vicini, abbia cercato di spingerla giù dal quinto piano) – «la sera del 3 luglio lui abbassa la serranda proprio per non farla uscire sul terrazzo». Per la difesa, durante quell'accesa discussione la donna è corsa sul balcone approfittando di un momento di distrazione del marito. «Se la moglie aveva davvero paura di essere uccisa, perché è andata sul terrazzo?», si è chiesta la patrocinatrice dell'uomo. «Si è poi messa a cavalcioni sul cornicione, ha guardato il vuoto ed ha esitato. Proprio questa comprensibile esitazione ha permesso al mio assistito di fare in tempo ad afferrarla per un braccio, senza tuttavia riuscire a trattenerla».

’Una perizia che fa acqua da tutte le parti’

La perizia affidata dall’accusa all’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna (che propende per l’uccisione), viene poi considerata non credibile dalla difesa, che sostiene che non vi siano «sufficienti elementi oggettivi per una ricostruzione fedele». A cominciare, ha osservato l’avvocata, «dall'esatta posizione del corpo, che è stato spostato dai soccorritori», e dal fatto che i test con il manichino (volti a determinare la ricostruzione della traiettoria del corpo in aria) non siano stati condotti dalla medesima altezza del balcone del quinto piano della palazzina di via San Gottardo. «I periti hanno ricostruito l’accaduto unicamente basandosi su elementi soggettivi contenuti nei verbali dell’imputato. Ciò che fornisce un risultato solo teorico dei fatti. I periti si sono trovati in difficoltà – ha concluso Fertile –. La loro conclusione fa acqua da tutte le parti e non fornisce una certezza al di là di ogni ragionevole dubbio». Altro elemento sollevato, la rottura dell’osso ioide della donna, secondo i medici dovuta al tentativo di strangolamento da parte dell’uomo prima di gettarla dal terrazzo. Per la difesa è invece decisamente verosimile che la frattura sia dovuta all’impatto sull’asfalto dopo una caduta di 18 metri. Quanto al fatto che la donna non avesse mai fatto emergere intenzioni suicidarie, «raramente una persona racconta a terze persone il malessere che potrebbe portarla a togliersi la vita», ha osservato l'avvocata, ricordando come la questione del presunto tradimento, e di conseguenza il sentimento di vergogna se la comunità lo avesse appreso, possa avere influenzato il gesto estremo di una donna tanto forte quanto orgogliosa. 

‘Lo giuro su Dio: sono innocente’

«Chiedo scusa a mia moglie per non aver capito la profondità del suo malessere – ha affermato l’imputato quando il giudice Marco Villa gli ha concesso la facoltà dell’ultima parola –. Chiedo scusa per avere alzato le mani. Prego per lei, e chiedo il suo perdono. Chiedo scusa alla sua famiglia e ai miei figli per non essere riuscito a salvarla. Credetemi: sono innocente. Davanti a dio, giuro che le mie mani sono pulite. Chiedo alla Corte di darmi la possibilità di crescere i miei figli». La sentenza, salvo imprevisti, sarà pronunciata domani pomeriggio.

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