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Don Pierangelo Regazzi (Ti-Press)
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Bellinzonese
28.07.2020 - 05:500
Aggiornamento : 08:24

Don Regazzi, l’arciprete che obbedisce a Dio più che agli uomini

Dopo oltre 14 anni trascorsi nella Parrocchia di Bellinzona e con alle spalle mezzo secolo di sacerdozio, ci racconta alcuni momenti clou della sua carriera

Mancano alcuni minuti alle 9 e il centro cittadino inizia già a brulicare di turisti. Calpestano il porfido e alzano lo sguardo verso l'imponenza della Collegiata, alcuni scattano foto e salgono le scale per entrare nell'edificio religioso. Questa mattina l’arciprete di Bellinzona don Pierangelo Regazzi ci aspetta sul sagrato della chiesa. Lo intervistiamo proprio lì, sull'uscio della sua casa spirituale che il 31 luglio saluterà dopo 14 anni e mezzo di servizio, per lasciare il testimone a don Maurizio Silini. Non sarà più fisicamente qui, ma Don Regazzi si porterà la Collegiata nel cuore, ci spiega, e appenderà delle stampe che raffigurano la chiesa anche nell’abitazione di Collina D’Oro in cui si trasferirà dopo quasi 51 anni di sacerdozio. Una volta lì, rimarrà a disposizione per supplenze qualora qualche parroco lo necessitasse, «ma non voglio essere il cappellano di corte». Originario della provincia di Bergamo, vicino al Comune di Sotto il Monte (paese di Papa Giovanni XXIII), don Regazzi ha trascorso la maggior parte della sua vita in Ticino. Ci arriva nel 1967 per il Seminario diocesano a Lugano, poi proseguito a Friburgo, e due anni dopo (il 13 settembre 1969) viene nominato prete. «Durante la consacrazione avvenuta a Locarno sono venuti anche due fratelli del Papa. Una sorella di mio papà aveva infatti sposato un nipote di Giovanni XXIII», ricorda.

Quali ricordi ha del suo primo periodo a Bellinzona?

Ho iniziato il 22 gennaio 2006. Sono stati giorni concitati, il mio ingresso a Bellinzona non era molto gradito a tutti, tant’è vero che ci sono state alcune reazioni negative. Ad esempio il ‘Giornale del popolo’ aveva scritto un articolo sul mio arrivo ed erano state portate delle copie del giornale qui in Collegiata ma qualcuno di influente le ha fatte ritirare. Durante il trasloco da Rancate ho ritenuto opportuno ricavare il mio studio a pianterreno, in modo che la gente non dovesse prendere il lift per raggiungermi, e ho chiesto di usare uno dei locali utilizzati per le prove della corale che si è opposta a questo. Addirittura hanno affisso la foto del mio predecessore, morto il 4 agosto 2005, con la scritta “Sono qui ancora io”. Alcune difficoltà ci sono state ma con tanta pazienza sono riuscito a inserirmi ritengo bene nella realtà della Parrocchia di Bellinzona e di Daro. Proprio a Daro inizialmente non è stato facile essere accettato dal gruppo di fedeli legato a Comunione e Liberazione ma poi ha funzionato. Nella vita bisogna avere pazienza, equilibrio, cercare apertura anche nei momenti più difficili, senza mai demonizzare gli altri.

L'inizio è stato in salita, ma poi l'esperienza dello sciopero alle Officine l'ha vista in prima linea...

Esatto, nel 2008 mi sono schierato dalla parte degli operai delle Officine che erano in sciopero. Il gesto più significativo si è verificato durante un corteo lungo viale Stazione. Essendo la Città proprietaria della Collegiata chiesi all’allora sindaco Brenno Martignoni il permesso di suonare la campana al passaggio della manifestazione. Quel suono fu sentito dagli operai come segno di partecipazione alla loro causa. Ho anche scritto diverse prese di posizione sul tema e ho partecipato a una messa fatta dal Vescovo alle Officine. Sono anche stato sui binari ferroviari per bloccare il treno perché ritenevo giusto che le loro rivendicazioni venissero difese.

Quali sono stati i momenti più arricchenti? E quelli più difficili?

Tra i più arricchenti dal punto di vista umano, quando andavo a dare la comunione a casa dei malati, in collaborazione con suor Luigina, suor Giuseppina e suor Irma. Le difficoltà iniziali erano invece nei rapporti con le quasi parrocchie che dopo sono state abolite, quella del Sacro Cuore di Padre Callisto, e quella del Cristo Redentore dell’Uomo di don Carlo. Con quest'ultimo avevo ottimi rapporti, mentre con Padre Callisto un po’ meno, anche se al momento della malattia si è addolcito molto. Ricordo una visita davvero piacevole quando siamo andati a trovarlo all’ospedale con i ragazzi della Prima Comunione.

Cosa le mancherà di più?

Porto nel cuore prima di tutto la Collegiata, la chiesa in sé così come le persone che la animano. Mi arrabbio un po' quando le guide turistiche fanno fare un giro di 10 minuti nella chiesa, ci vorrebbe un’ora e mezza. E lo stesso vale per l’oratorio del Corpus Domini. 

Come sono stati i rapporti con le altre chiese?

Uno degli aspetti più belli di questi anni a Bellinzona è stato proprio questo. Da una parte il rapporto con la Chiesa Evangelica, e in particolare con il pastore Paolo De Petris. Abbiamo avuto incontri significativi, anche "borderline", ovvero un po' al limite, quando abbiamo celebrato assieme matrimoni e battesimi senza guardare alla regola liturgica ma al valore della persona. Lo stesso vale per l'ottimo rapporto con la Chiesa serbo-ortodossa, a cui abbiamo dato la chiesa di San Giovanni per celebrare le loro messe. Cè molta cordialità e disponibilità da parte loro. È stato inoltre molto interessante il dibattito con i protestanti sull’ospitalità eucaristica. L’ecumenismo è proprio questo, è la capacità di dialogare dalla base e non dai vertici. Si tratta di un aspetto che mi contraddistingue fin da quando ero prete a Rancate. Lì feci anche una veglia pasquale assieme ai protestanti, e il vescovo Grampa fu rimproverato da Roma per avercelo permesso. 

Durante il lockdown è stato fermato dalla polizia mentre distribuiva l'eucarestia in chiesa, quando non si potevano celebrare messe. Ma non è la prima volta che emerge il suo lato che si ribella agli ordini superiori...

L’ordine superiore è questo: bisogna obbedire a Dio più che agli uomini. Don Lorenzo Milani scrisse che l’obbedienza non è più una virtù. Obbedire a Dio vuol dire obbedire alla propria coscienza, non fare le cose in modo scriteriato ma sentire quello che il Signore ti suggerisce nella situazione particolare in cui ti trovi. Se una regola favorisce l’uomo bene, altrimenti la si mette da parte. Ma attenzione, ciò non significa comportarsi in modo arbitrario, è sbagliato fare quello che si vuole. Ad esempio durante il lockdown io ho pensato di agire nella massima coscienza e con il rispetto delle distanze. Non avevo chiamato io i fedeli in chiesa ma si trovavano lì e così abbiamo deciso di pregare insieme. Questo ha provocato delle reazioni negative nei benpensanti.

Negli anni ha vissuto anche l'aggregazione della Nuova Bellinzona. L'auspicata convenzione con le parrocchie non si è però ancora concretizzata...

Esatto. Un grande rammarico è stato il ricorso al Consiglio di Stato (ancora pendente e con effetto sospensivo, ndr.) da parte di un privato cittadino contro la convenzione con la Città e parrocchie. Il Municipio di Bellinzona ha lavorato moltissimo per fare in modo che dopo l’aggregazione avrebbe dato alle parrocchie lo stesso contributo finanziario che ricevevano prima, e ciò sarebbe stato possibile grazie a un accordo meticoloso ed elaborato approvato dal Consiglio comunale, se non fosse per il ricorso che ha bloccato tutto. La cosa che mi provoca più dispiacere è sapere che questo ricorso è appoggiato dalla Curia.

Prima di congedarsi, quale augurio fa ai bellinzonesi?

Siate orgogliosi delle vostre tradizioni, dei vostri monumenti che non sono solo di tipo storico ma anche religioso e fate vivere le tradizioni che avete ricevuto da chi è venuto prima di voi, avevano tanta saggezza e vi hanno trasmesso la fede.

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