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12.08.2019 - 06:000
Aggiornamento : 08:13

Viale Stazione e 'la colpa di essere un albero'

Benedetto Antonini (vicepresidente Stan) stronca l’ipotesi di eliminare le 107 piante e di modernizzare l'arredo urbano

Non ci si accorge di loro finché non spuntano le motoseghe: è la strana condizione degli alberi urbani, che donano ombra vivendoci. E ora che la polemica si è accesa sui cento tigli e sette ippocastani di cui il Municipio cittadino ipotizza l’eliminazione per far posto al previsto nuovo arredo urbano nella parte media e alta di viale Stazione, l’indignazione popolare monta. A migliaia – in preda all’attivismo da tastiera con cui si dà una parvenza di civilmente impegnati – hanno cliccato la petizione lanciata dal Verde Ronnie David su change.org, piattaforma che lascia il tempo che trova agli occhi dell’autorità politica, ma che ha il pregio di sensibilizzare un elevato numero di persone. Sui social la maggioranza è pro alberi. E fra chi è al fronte nella difesa del patrimonio storico c’è anche Benedetto Antonini, vicepresidente della Stan, la Società ticinese per l’arte e la natura. Natura, appunto. Domanda retorica: che ne pensa dei 107 alberi di viale Stazione? «Devono restare dove sono. Sarebbe una pazzia toglierli per favorire il lavoro delle ruspe, sostituendoli con dei ‘manici di scopa’ che impiegherebbero 30 anni per crescere. Sono sani, belli, rigogliosi, donano ossigeno e frescura e da quasi un secolo sono integrati nel viale Stazione ottocentesco di cui sono una parte inscindibile. C’è un articolo che non scriverò mai e s’intitola ‘La colpa di essere un albero’». Nessuna decisione, ricordiamo, è per ora stata presa dal Municipio: molto – ha spiegato nei giorni scorsi il capodicastero Opere pubbliche e ambiente Christian Paglia – dipenderà da quanto incisivi dovranno essere i lavori di sottostruttura che si renderanno necessari a dipendenza dello stato di salute delle tubature presenti sotto i due marciapiedi e la carreggiata del viale: qualora alberi e radici risulteranno invadenti rispetto alle opere da eseguire, dovranno essere eliminati. Magari nessuno, oppure alcuni, o molti, o tutti. Il Dop intende stabilirlo entro fine anno.

Il vecchio fra due nuovi

C’è poi il capitolo arredo urbano. A quanti non capita di pensare che se il vecchio è funzionale e non è deteriorato, allora va mantenuto perché ha il suo bel fascino? E che se è deteriorato va riparato, ma non stravolto? Domande che riguardano proprio il viale Stazione. Ci voleva la ‘svecchiata’ della parte bassa inaugurata nel 2015? Quanti si sentono oggi più a loro agio rispetto a prima, percorrendo quei 300 metri di porfido nuovo con marciapiedi a livello, luci led integrate, panchine-cubo e 48 frassini sottoposti a potature selvagge? «A me non dispiace», taglia corto Benedetto Antonini: «Ma mi chiedo perché ora si voglia ripetere l’esercizio nella parte media e alta del viale. Chi l’ha detto che dev’essere tutto omogeneo? Perché, anzi, non si valorizza il tratto medio e alto mantenendolo nella forma originale, lasciando invariato il ritmo dell’alberatura, quale testimonianza del ‘vecchio’ fra due comparti rinnovati che sono la piazza Stazione e la parte bassa del viale?». Antonini un suggerimento lo dà: «Se occorre effettuare lavori di sottostruttura, si tolga la vecchia copertura di porfido e lastre di granito e al termine la si ricollochi, al limite smussando i cordoli se troppo alti o introducendo soluzioni per favorire l’accesso a negozi ed esercizi pubblici. Il tutto installando protezioni per gli alberi nella fase di cantiere». Invita inoltre chi si occupa del dossier «ad andare a vedere cosa accade nelle altre città. Parigi risana interi quartieri e il Lungo Senna senza modificare la storica alberatura».

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