Disturbi dell'apprendimento
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Sempre più bimbi dislessici, ma mancano i logopedisti

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Liste di attesa di 5 mesi per un appuntamento dal terapeuta, quando servirebbero più sedute a settimana. Cresce la frustrazione per famiglie e pediatri


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Vedono le lettere mescolate, le parole confuse, pezzi di testo che si spostano, si capovolgono sotto i loro occhi e poi possono anche sparire. Leggere per un dislessico non è impresa facile e i metodi d’insegnamento tradizionali non lo aiutano, non sono fatti per una mente dislessica. Negli anni la scuola ticinese ha fatto passi da gigante per sostenerli. Leggere, scrivere, fare conti sembrano processi scontati ma per quasi un ragazzo su quattro sono percorsi a ostacoli. Si chiamano disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), ovvero dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia. Specifici perché si limitano a una o più aree dell’apprendimento. Non sono malattie, ma sviluppi atipici che generalmente vengono identificati e diagnosticati dalla terza o quarta elementare. Riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente. Ne parliamo perché i casi sono davvero tanti, probabilmente perché vengono diagnosticati di più (sono 500 le misure prese dalla scuola quest’anno) ma le logopediste qualificate sono troppo poche. Tanti casi, pochi terapeuti, lunghe liste d’attesa. Un ragazzo può aspettare anche 5 mesi per una seduta. O non ricevere la terapia intensiva che necessita per mancanza di specialisti. Molto frustrante per i genitori e per i pediatri. Siamo andati a cercare risposte: perché mancano tanti logopedisti? Come fa un bimbo dislessico a migliorare senza la necessaria terapia? Una lacuna, scopriamo, che non sembra avere una soluzione almeno immediata.

Etichettati come fannulloni ma non lo sono

«C’è una maggiore sensibilità ai problemi di dislessia e discalculia, trattiamo diversi casi ogni settimana, siamo molto sollecitati in questi accertamenti soprattutto da parte dei pediatri», ci spiega il dottor Gian Paolo Ramelli, primario del Servizio di neuropediatria dell’Istituto pediatrico della Svizzera italiana (Eoc). Il primario di neuropediatria all’Ospedale regionale di Bellinzona nonché professore all’Università di Basilea ci spiega perché un bambino diventa dislessico: «Nello sviluppo cerebrale, ogni bambino ha il suo programma di maturazione, nel 20% circa è disomogenea. Significa che alcune parti maturano più velocemente, altre più lentamente, tra queste ci possono essere aree che elaborano il linguaggio, l’attenzione, la concentrazione. Di conseguenza questi bambini, in prima e seconda elementare potranno faticare ad esempio a decifrare, differenziare le lettere, i numeri. Chi persiste entra nel gruppo dei bambini con una fragilità. C’è tutta una serie di profili che vediamo. Sia i docenti sia i genitori sono più attenti; oggi se il bambino presenta delle difficoltà vengono più facilmente eseguiti degli approfondimenti».

Spesso sono i genitori i primi ad accorgersi che qualcosa non va, che loro figlio ha perso il sorriso, è irritato e frustrato come mai da quando ha iniziato la scuola. Fare i compiti può diventare una Via Crucis. «La famiglia ha bisogno di avere una risposta per problemi che talvolta si trascinano per anni. In alcuni casi, la diagnosi arriva al liceo: giovani con alle spalle percorsi scolastici difficili, di chi veniva a torto etichettato come fannullone. Sapere che c’è un problema è spesso un sollievo per tutti», precisa.


Gian Paolo Ramelli, primario del Servizio di neuropediatria

Il ruolo delle sostanze tossiche

Non sarebbero in aumento i casi dunque, ma ci sarebbe una maggiore attenzione. C’è poi anche un nuovo elemento che da qualche anno viene discusso nei congressi internazionali, ossia il ruolo delle sostanze tossiche. «L’accumulo di metalli pesanti dovuti all’industria e alle scorie può avere un influsso su gravidanza e feto. Lo hanno dimostrato alcuni studi. Ad esempio nella regione di Taranto dove c’erano asili nido attaccati a fonderie, il quoziente intellettivo dei ragazzi era inferiore alla media». Un aspetto tutto da indagare.

Quello che è assodato è che spesso c’è una predisposizione. «Se in una famiglia sono già conosciute queste modalità di maturazione del cervello, sarà più facile avere dei bambini che ricevendo gli stessi geni e programmi, possono sviluppare un disturbo specifico dell’apprendimento».

Le terapie intensive che mancano

Un dislessico probabilmente non diventerà mai uno scrittore e da adulto faticherà a leggere il giornale, ma si può migliorare. «Tutti abbiamo punti di forza e punti deboli. Questa fragilità rimane ma si trovano strategie per compensare le carenze». Importante intervenire tempestivamente e qui c’è un grosso problema in Ticino. «Si fa molta fatica a trovare logopediste, nel cantone ne abbiamo davvero poche. Ci sono bambini che necessitano terapie intensive, ossia più di una seduta a settimana ma riescono a malapena a farne una ogni due settimane. Spesso questi casi vengono delegati al docente di sostegno, che però non è formato per intervenire in modo specifico e intensivo come il bambino avrebbe bisogno. Tutto questo è molto frustrante per la famiglia e per i pediatri», conclude il medico.

‘Spesso i genitori avevano lo stesso problema’

Imparare a riconoscere gli eventuali "campanelli di allarme" di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (Dsa) e accettare che il proprio figlio possa avere delle difficoltà scolastiche è il primo passo per aiutarlo consentendo di intervenire nel sostenerlo. «Un bambino dislessico frequentemente ha già avuto difficoltà ad acquisire il linguaggio nei primi anni di vita», ci spiega Nadia Zanda, psicologa all’Istituto pediatrico della Svizzera italiana. Premesso che ogni caso è unico, ci sono delle spie che un genitore non dovrebbe sottovalutare. Sicuramente un’inattesa difficoltà nell’acquisizione della lettura e della scrittura sono i campanelli d’allarme più importanti. La psicologa ce ne illustra altri: «La comprensione del bambino dislessico non è immediata, bisogna ripetere più volte i concetti. A scuola, confondono le lettere, la B con la P, quando leggono (dislessia) o scrivono (disortografia). Hanno bisogno di molte ripetizioni e nonostante ciò gli apprendimenti non vengono automatizzati, anche con parole che vedono spesso, necessitano comunque di molto tempo ed energia per decifrarle. Fanno tanta fatica e non capiscono nulla. Non è motivante, inizia un circolo vizioso dove il bambino cerca di evitare questa attività frustrante». Per non trascinare situazioni spiacevoli, nei bambini con difficoltà scolastiche è bene approfondire e capire come è meglio aiutarli. «Coi nostri test scopriamo in quali settori il bambino ha delle fragilità, sono informazioni importanti per i docenti che così sanno come approcciarsi. Spesso emerge che anche i genitori avevano lo stesso problema mai diagnosticato. La frustrazione era tale da lasciare la scuola il più presto possibile», precisa.

La scuola ha fatto grandi passi avanti con misure compensative e dispensative per aiutare questi ragazzi e tenerli così nel percorso scolastico. «La diagnosi non si fa prima della 2a elementare. A scuola, si lavora parecchio con mezzi compensativi. Si usano, ad esempio, Pc e tablet per far ascoltare agli allievi dislessici un testo. Loro non si affaticano per decifrarlo potendosi concentrare sulla comprensione. Sono mezzi sempre di più inseriti e allenati nella scuola», conclude.

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Più casi tra medie e scuole professionali

Sono circa 500 le decisioni emesse ogni anno relative a misure dispensative (da attività ritenute non indispensabili per un corretto apprendimento) e compensative (volte a favorire la comprensione attraverso strategie educative non-standard) prese nelle diverse scuole per casi di disturbo specifico dell’apprendimento (Dsa). «Non sono 500 nuovi casi, ma misure in favore di studenti che seguiamo, alcuni hanno cambiato scuola e necessitano di un aggiustamento degli strumenti di sostegno», ci spiega Verena Cavadini. La responsabile cantonale della logopedia alla Sezione pedagogia speciale (Decs) precisa che le differenziazioni riguardano soprattutto le scuole medie (220), seguono scuole professionali (150), elementari (100), liceo e commercio (30). Le segnalazioni – precisa Cavadini – arrivano spesso dai docenti che sono più attenti alla problematica. Il Ticino è stato un cantone pioniere in Svizzera nel sostenere questi allievi. Nel 2014 è stata introdotta la direttiva 56 che, in caso di diagnosi riconosciuta dalle autorità cantonali, definisce quali misure adottare nei vari ordini scolastici. «Una direttiva che stiamo rivedendo per definire misure più adeguate per i vari livelli di scuole. Partiremo con dei test il prossimo anno», precisa Cavadini.


‘È vero, mancano logopedisti. Ostacoli linguistici e burocratici non rendono attrattiva questa formazione’


L’esperta ci conferma la mancanza di logopediste in Ticino. «Sono effettivamente poche e i tempi di attesa per la presa a carico possono spaziare da 2 a 5 mesi». Un problema che non sembra avere una soluzione immediata anche perché l’iter di studio è decisamente poco attrattivo: «Si tratta di una formazione universitaria. Chi la fa in Romandia deve fare un master di 5 anni, chi la fa in Svizzera tedesca deve concludere un bachelor e viene richiesta la conoscenza dello svizzero-tedesco. La formazione in Italia non è del tutto riconosciuta in Ticino. Questi ostacoli linguistici e burocratici non rendono attrattiva questa formazione», precisa. Il problema resta e non è di poco conto. Chi soffre di questi disturbi dell’apprendimento, se diagnosticati alle elementari e all’inizio delle medie, necessita di trattamenti specifici per ridurre le problematiche e imparare nuove strategie di apprendimento. Serve la logopedista. Per poterci andare c’è la lista di attesa. «Il problema esiste, ma abbiamo anche psicologi e docenti di sostegno che intervengono, soprattutto quando il disturbo viene diagnosticato verso la fine delle medie o dopo ancora», conclude.

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