laRegione
Nuovo abbonamento
Pensiero

Le statue, la storia e quel passato politico

La statua del generale Guisan a Losanna, comandante dell'esercito negli anni della Seconda guerra mondiale. Come molti svizzeri, negli anni Trenta aveva simpatie per il sistema fascista (Keystone)

Intervista a Sacha Zala: il dibattito su figure come De Pury o Agassiz riguarda l’uso pubblico, e politico, che si fa del passato


Nelle Alpi bernesi troviamo l’Agassizhorn, cima di poco meno di 4000 metri che deve il suo nome a un importante glaciologo e zoologo svizzero vissuto nell’Ottocento. Solo che Louis Agassiz, che trascorse gran parte della sua vita negli Stati Uniti, fu un importante sostenitore del cosiddetto razzismo scientifico, sostenendo che i vari tipi umani hanno origini diverse (una particolare forma di creazionismo che lui contrapponeva alla teoria evoluzionista di Darwin). Da anni c’è chi chiede di rinominare quella vetta, magari ribattezzandola Rentyhorn, dal nome dello schiavo che Agassiz fotografò per dimostrare “scientificamente” l’inferiorità dei neri. Nel 2007 il Consiglio federale, pur condannando le teorie razzista di Agassiz, si era opposto al cambiamento di nome della montagna. Diversamente è accaduto per le strade: a Losanna è stata aggiunta una nota informativa alla targa che porta il suo nome, mentre a Neuchâtel l’Espace Louis Agassiz è stato ribattezzato Espace Tilo Frey.


Un collettivo ha lanciato una petizione per rimuovere la statua di David de Pury a Neuchatel: il commerciante e benefattore era infatti un mercante di schiavi (Keystone)

Ma sempre a Neuchâtel abbiamo la statua di David de Pury, commerciante del Settecento e grande benefattore della città – con i soldi guadagnati grazie al commercio di schiavi africani. Una figura che ricorda quella del commerciante inglese Edward Colston, la cui statua a Bristol è stata buttata in acqua durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd: somiglianze che ricordano come anche la Svizzera, pur non essendo stata una potenza coloniale, è comunque chiamata a fare i conti con un passato legato allo sfruttamento e alla schiavitù da parte di cittadini svizzeri.

Ombre le troviamo anche nei personaggi inaspettati: tra i nomi contestati troviamo Alfred Escher, al quale dobbiamo tra le altre cose il Politecnico di Zurigo e la ferrovia del Gottardo, che deve parte della sua fortuna alla piantagione di caffè cubana del padre Heinrich, dove lavoravano schiavi, e il naturalista Paul Sarasin, il padre dei parchi naturali svizzeri accusato di complicità nelle atrocità commesse nel Sud-est asiatico dalle potenze europee.

Chiamati a riflettere sul passato, immediato il chiamare in causa chi la storia la studia. Ma «gli storici e le storiche hanno delle difficoltà a condividere certi giudizi attuali che poi diventano condanne assai anacronistiche e astoriche, perché sono delle proiezioni di valori del presente sul passato» ci spiega subito Sacha Zala, direttore del gruppo di ricerca Dodis, Documenti Diplomatici Svizzeri.

Zala fa l’esempio di Carl Lutz, «viceconsole svizzero che durante la guerra, grazie a numerosi stratagemmi, ha salvato più di 60mila ebrei a Budapest: insignito di numerose onorificenze, Giusto tra le nazioni». Dopo l’apprendistato, Lutz è vissuto alcuni anni negli Stati Uniti, «dove si è impregnato della concezione che vede i “negri” inferiori ai “bianchi”; del resto era quello che vedeva nella vita di tutti i giorni: i bianchi nelle università e i neri a fare i lavapiatti». Nel 1958 – «sei anni prima del Civil Rights Act che proibì la segregazione razziale» – Lutz «scrisse in un documento, pubblicato sul sito di Dodis (dodis.ch/50641), che è impensabile che la razza nera possa essere equiparata a quella bianca, citando pure una frase del principale ideologo dell’apartheid, il primo ministro sudafricano Malan: “Quel che Dio ha separato, l’uomo non può mettere insieme” – parole inequivocabilmente razziste». Ma Lutz è un eroe, o almeno lo è diventato negli ultimi due decenni in risposta alle accuse sull’atteggiamento della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale.

«Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo ora buttar giù il monumento a Budapest dedicato nel 2006 a Carl Lutz, oppure bruciare il francobollo commemorativo emesso dalla Posta svizzera nel 1999? Certamente quando leggiamo quelle frasi vediamo che era razzista, ma il fatto è che lui, nonostante la dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, era razzista come continuava ad esserlo la maggioranza dei “bianchi” statunitensi ed europei nel 1958».


Monumento dedicato a Carl Lutz in Ungheria. Il diplomatico svizzero ha salvato 62mila ebrei ma condivideva i pregiudizi razzisti dell'epoca verso i neri. (Keystone)

Dobbiamo insomma contestualizzare Carl Lutz nel suo tempo.

Ricordo che nel 1995 quando erano usciti i mille franchi con Jacob Burckhardt, importante storico culturale dell’Ottocento, erano state tirate fuori sue citazioni di chiaro stampo antisemita. Per dare un giudizio storico bisogna ora capire se quelle frasi di Jacob Burckhardt, come le frasi contro i neri di Carl Lutz, ci dicano qualcosa di peculiare sulle rispettive persone o se piuttosto ci dicano qualcosa di tipico sulle società e sul tempo in cui loro hanno vissuto.

Lutz e Burckhardt sono tuttavia figure in cui il razzismo, legato allo spirito del tempo, è ‘marginale’. Ma non è sempre così.

Chiaramente è diverso il caso di una statua di Cecil Rhodes (colui che gettò le basi del regime di apartheid in Sudafrica, ndr) o di qualcuno che ha fatto la sua fortuna con il commercio di schiavi, come David de Pury. È evidente che questo genere di monumenti possa profondamente ferire.

Il dibattito sulle statue si impone quindi anche in Svizzera.

Certamente, ma in maniera meno pressante. Non ho fatto studi sistematici, ma mi sembra che in Svizzera ci siano meno statue di personaggi famosi che all’estero: l’esaltazione di persone reali non fa molto parte della tradizione politica svizzera. Negli Stati Uniti è diverso, e lì il problema è maggiore perché ci sono numerose statue a personaggi del passato recente – ad esempio di generali sudisti. Da noi si privilegiano proiezioni mitologiche di un passato molto più remoto e nebuloso.

Potremmo dire che la nostra fortuna è che non si troverà mai una dichiarazione razzista di Guglielmo Tell.

O di Arnold Winkelried, il fantomatico eroe della battaglia di Sempach. Ma il punto è che, con poche eccezioni, i personaggi storici “bianchi” avevano un modo di ragionare razzista, perché la superiorità degli europei faceva parte del modo di pensare certamente fino alla Seconda guerra mondiale.
Gli attivisti contemporanei hanno certamente ragione a mettere l’accento sui problemi sociali, sulle disparità ancora presenti, ma da storico trovo problematico quando il dibattito diventa anacronistico. Prendiamo Winston Churchill: è chiaro come il sole che fosse razzista: credeva nell’Impero britannico! E tra l’altro i britannici stessi, finita la guerra, non l’hanno rivotato… ma le statue a Churchill non sono state erette per le sue opinioni razziste, ma per il suo ruolo – reale o simbolico – durante la Seconda guerra mondiale. Anche il generale Guisan negli anni Trenta aveva manifestato simpatie per il Duce e l’Italia fascista: il concetto di uno Stato corporativo per molti svizzeri conservatori dell’epoca era molto allettante…

Ma le statue del generale Guisan raccontano, o vogliono raccontare, un’altra storia. Il punto forse è proprio quello: che le statue non sono i personaggi. Anche perché spesso sono state realizzate decenni, o secoli, dopo…

Questo è il punto fondamentale. La statua di Adrian von Bubenberg eretta a Berna alla fine nell’Ottocento non ci racconta delle sue presunte prodezze e battaglie del Quattrocento, ma ci mostra il nazionalismo bernese dell’Ottocento, quando per i Cantoni del nuovo Stato federale era importante esaltare la loro antica sovranità.
Quando si parla del passato vengono giustamente interpellati storici e storiche, ma il passato che lo si voglia o meno non è appannaggio esclusivo della ricerca storia: nella sua interpretazione siamo in concorrenza con tanti altri attori. La memoria, la politica, la famiglia, la scuola, la letteratura, il cinema, anche i videogiochi: probabilmente oggi molti giovani devono molte conoscenze storiche ai videogiochi sulla Seconda guerra mondiale. È soprattutto la politica che ha fatto un uso strumentale del passato, con le statue e non solo.

Anche le statue sono figlie del loro tempo.

Certamente. Pensiamo a Maurice Bavaud, un personaggio un po’ maldestro, uno studente di teologia che nel 1938 decise di assassinare Hitler, venendo acciuffato e poi giustiziato a Berlino. All’epoca la vicenda per la Svizzera ufficiale fu politicamente imbarazzante e le autorità se ne disinteressarono. Anche nel dopoguerra non se n’è più parlato. Ma quando negli anni Novanta venne fuori la questione dei fondi ebraici, la Svizzera ufficiale si è lanciata alla riscoperta di questi episodi, di questi eroi. Nel 2011 un gruppo di attivisti ha fatto erigere un monumento a Bavaud, ma quella statua è testimonianza della società svizzera del Duemila e non certamente di quella degli anni Trenta.
La questione, più che storica, è politica, riguarda l’uso pubblico che si fa del passato. Quello che voglio dire è che il monumento storico è l’esaltazione di un personaggio che, per la società di quel momento è un esempio da seguire.


L’artista e attivista Sasha Huber nel 2008 ha simbolicamente ribattezzato l’Agassizhorn con il nome di Rentyhorn, dal nome dello schiavo nero fotografato da Louis Agassiz per "dimostrare" l’inferiorità della razza nera (Keystone)

Lo storico quindi che cosa fa, di fronte a questi casi?

Lo storico cerca di ricostruire e capire qual era il contesto, se vogliamo quali erano i “margini di manovra” che poteva avere in quel tempo una persona.

Insomma, distinguere chi subiva i pregiudizi e chi li appoggiava entusiasticamente.

Le faccio un esempio molto concreto: il giuramento di fedeltà al fascismo imposto nel 1931 ai professori universitari italiani. Su mi pare milleduecento professori, solo una quindicina lo rifiutarono. Dobbiamo concludere che tutti i professori fossero fascisti? Da un certo punto di vista sì, perché come analizzò Renzo De Felice erano gli “anni del consenso” ed è questo consenso condiviso che interessa allo storico. Al contrario, è difficile prendere un singolo professore che ha prestato il giuramento e dire che per questo fosse un fascista, perché ci sono molti altri fattori da prendere in considerazione.

Ultima domanda: secondo lei il dibattito sulla legittimità delle statue e l’esemplarità dei personaggi raffigurati può portare a una migliore comprensione del nostro passato?

Ogni confronto critico con il passato è certamente un’occasione per migliorare la conoscenza storica, ma la questione delle statue e dei monumenti è politica, normativa, non storica, è una discussione che verte sui nostri valori attuali e non direttamente sul nostro passato. In fondo, la questione che sta dietro al dibattito sulle “statue razziste” è quella che il Paese sta discutendo ora a proposito dell’iniziativa popolare per multinazionali responsabili, affinché le grandi compagnie siano responsabili in Svizzera anche per quello che fanno all’estero.

© Regiopress, All rights reserved