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12.10.2017 - 14:020
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:21

Condanna di Bosia Mirra: la sconfitta di Antigone

Ecco una nuova riflessione dello storico Andrea Ghiringhelli sul caso giudiziario che ha visto condannata in prima istanza la co-fondatrice dell’Associazione Firdaus e deputata in Gran Consiglio Lisa Bosia Mirra per violazione della legge sugli stranieri per aver aiutato 24 persone eritree e siriane a passare la frontiera eludendo i controlli al confine

di Andrea Ghiringhelli, storico

Le sentenze forse non si giudicano, ma è lecito commentarle. Io ritengo che la democrazia non possa reggersi senza la solidarietà umana, e sono perciò perplesso, come tanti altri, a proposito della sentenza di condanna di Bosia Mirra, che non prevede attenuanti. Sono perplesso ma non sorpreso perché mi pare che sia lo specchio di una società dove il conformismo della chiusura sta contaminando e spegnendo i valori universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e soprattutto di solidarietà.

Questa sentenza ci dice che le leggi dello Stato sono assolute, e vanno rispettate a prescindere da qualsiasi considerazione umanitaria: non contempla il rinvio ai diritti superiori, intangibili e inviolabili, a cui le leggi dovrebbero conformarsi.

Stato di diritto e non Stato delle leggi

Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ammette che da tempo lo Stato è una “macchina legislatoria”, da cui “ci si aspetta che esca il diritto, senza sapere quale potrà essere, poiché ciò dipende da chi, di volta in volta, prende in mano le leve del potere”. Insomma è il dominio della legge sul diritto: qualcuno parla di legalismo ad oltranza, e non è un complimento. Il che è inquietante perché ogni dimensione dell’esistenza viene regolata da una marea senza fine di leggi: appare legittimo solo ciò che è legale e lo Stato di diritto finisce per identificarsi con uno Stato delle leggi e non con lo Stato che pone alla base i diritti fondamentali, quelli dichiarati universali nella carta del 1948 e ancor di più, viste le contingenze, quelli elencati nella convenzione del 1989 sui diritti dei fanciulli. Conclusione: se lo Stato di diritto si identifica, come pare, unicamente con lo Stato delle leggi positive, risulta che è legittimo solo ciò che è legale, e ciò giustifica ogni tipo di regime, e pure i regimi fascisti trovano una loro collocazione.

Antigone sconfitta

L’Antigone di Sofocle è il testo fondante della cultura giuridica: oppone il re di Tebe, Creonte – che rifiuta la sepoltura, per editto statale, al traditore della patria Polinice –, ad Antigone, la sorella di Polinice, che si schiera con coraggio contro il tiranno e in nome delle leggi superiori, divine o naturali che siano, disubbidisce all’editto dello Stato e procede alla sepoltura, e per questo è punita. Nel nostro caso, la sentenza di condanna decreta, a prima vista, la vittoria di Creonte e ribadisce che è legittimo solo ciò che è legale. La signora Mirra, sotto questo punto di vista ha violato la legalità perché ha infranto le leggi positive, ma il suo comportamento, condivisibile o meno, è coerente con una corretta interpretazione dello Stato di diritto che ammette, anzi vuole, la disobbedienza qualora siano violati i diritti fondamentali superiori. Così l’ha intesa, nel 1974, il sostituto procuratore Mario Luvini, uomo di grande cultura giuridica, che ha mandato assolto per “motivi manifestamente onorevoli” il pastore Guido Rivoir, colpevole secondo la legge di favoreggiamento all’entrata illegale di centinaia di cileni.

Creonte o Epicheia

Pure nel caso in discussione i motivi onorevoli sono evidenti, ma i tempi sono cambiati: non siamo più negli anni Settanta – anni di cambiamenti, e per molti versi rivoluzionari –e i giudizi mutano. Il verdetto della pretura ha decretato la vittoria di Creonte, ma nella tragedia di Sofocle il re avrà una brutta fine. Nel nostro caso, se non sarà il Tribunale d’Appello, sarà sicuramente la Storia, come è già successo, a ristabilire l’umanità negata e a riportare in primo piano il concetto filosofico e giuridico di Epicheia (Ragionevolezza, Equità), secondo cui si giustifica la non applicabilità di una legge in un singolo caso concreto quando la sua applicazione si rivelasse moralmente ingiusta.

È doveroso conoscere il contesto

A prescindere dalle diverse contingenze, l’analogia fra i due casi, Rivoir e Mirra, è evidente e credo che il verdetto di colpevolezza sia stato condizionato da una sottovalutazione, da una errata conoscenza del contesto in cui gli uomini, le donne, e i tanti fanciulli erano allora e sono ancora costretti a vivere a ridosso della frontiera di Chiasso.

Vorrei invitare giudici e politici, prima di formulare giudizi definitivi che decretano condanne e assoluzioni, a uscire dagli uffici e recarsi sui luoghi dove continuano a consumarsi i drammi dei migranti: magari a incontrare in piena notte questa umanità abbandonata, sulle strade, negli autosili, nei sottoscala, nei rifugi di fortuna

Qui ci sono state nel passato ripetute violazioni dei diritti umani e le testimonianze delle tante associazioni di volontari, raccolte da Amnesty International, non sono frutto di fantasia. Se ho ben capito, alla base della condanna vi è la convinzione che i migranti a Como non vivevano in una situazione di emergenza e risiedevano in uno Stato “non lesivo dei diritti dell’uomo”: le soluzioni non erano urgenti e comunque i migranti non erano in pericolo e si poteva aspettare – così dice la sentenza – i provvedimenti istituzionali della politica d’asilo.

Il dramma negato

Vorrei invitare giudici e politici, prima di formulare giudizi definitivi che decretano condanne e assoluzioni, a uscire dagli uffici e recarsi sui luoghi dove continuano a consumarsi i drammi dei migranti: magari a incontrare in piena notte questa umanità abbandonata, sulle strade, negli autosili, nei sottoscala, nei rifugi di fortuna. Vorrei invitare giudici e politici ad avvicinarsi a questi bambini, a queste giovani donne, a questi uomini e ad osservarli: non servono le parole, raccontano con gli occhi il loro smarrimento, la loro disperazione di esseri umani che invece di trovare comprensione incontrano muri, disprezzo e indifferenza e qualche volta trovano perfino fra i pubblici ufficiali chi li considera dei negri inetti, per non dir di peggio. Ed è allora che si fa forte, irresistibile, terribilmente severa la voce della più grande autorità morale dell’occidente, papa Francesco: condanna gli inflessibili custodi della tradizione e l’ipocrisia e l’indifferenza della gente, e il cancro del legalismo ad oltranza che uccide lo Stato di diritto e la dignità delle persone. Andiamo dai migranti e ci accorgeremo che visti da vicino sono come noi, esattamente come noi. E ci capiterà di scoprire che fuggono da guerre, da uno spietato sfruttamento, da miserie di cui noi, gli occidentali, siamo spesso responsabili in prima persona. L’alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati, che ha toccato con mano questa drammatica realtà, ha dovuto confessare con amarezza che gli Stati, i nostri Stati, hanno abbandonato molte persone bisognose di compassione, di aiuto e di rifugio e la risposta di tutti noi è necessaria. Ebbene andiamo laggiù, a ridosso della frontiera, e prendiamo atto che la politica non dà risposte sufficienti e non c’è tempo per aspettare, e senza le decine e decine di volontari che si adoperano sulle strade di giorno e di notte – e pure i tanti ticinesi fanno la loro parte – il dramma di queste persone diventerebbe una tragedia. Mai come in questi frangenti si misura la distanza abissale fra la generosità di tanti cittadini comuni e l’aridità di certa politica accecata dalla paura dell’Altro.

I dannati della Terra

Andiamo laggiù, e forse riusciremo a convincerci che certe sentenze suonano stonate, addirittura offensive della dignità delle persone, al cospetto della realtà vera, quella vissuta sulle strade. Sì, perché la realtà ci dice che le cose non stanno esattamente come il giudice le ha descritte, ci dice che quotidianamente la dignità delle persone è calpestata: è violentata la carta universale dei diritti umani, ed è violentata la convenzione sottoscritta nel 1989 e ritenuta vincolante sui diritti del fanciullo: leggiamola là dove sancisce il diritto del fanciullo di crescere in un clima di felicità, di amore e di comprensione; poi mettiamola a confronto con la realtà vissuta da giovani e fanciulli che vagano smarriti sulle strade, in balìa di un ambiente che li respinge, freddo e ostile, appena mitigato dalla generosa umanità dei volontari. Il divario fra enunciazioni di principio e la cruda realtà è enorme, e purtroppo vale ancora la constatazione di Frantz Fanon: i migranti, continuano ad essere i dannati della Terra.

Andiamo dai migranti e ci accorgeremo che visti da vicino sono come noi, esattamente come noi. E ci capiterà di scoprire che fuggono da guerre, da uno spietato sfruttamento, da miserie di cui, noi, gli occidentali, siamo spesso responsabili in prima persona

Purtroppo la politica degli Stati è sorda e l’invito di Francesco ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” è una vera eresia per una fetta cospicua della classe politica che costruisce il nostro futuro sul rifiuto dell’Altro, e il linguaggio è di una guerra dichiarata: si parla di internamenti e di respingimenti, di muri e fili spinati, di terre assediate e di offensiva sui mari. Ho il dubbio che questo non sia propriamente lo spirito delle democrazie mature.

Lo Stato di diritto pretende il diritto di resistenza

A parte i rigurgiti del populismo dilagante, è sorprendente come pure alcuni esponenti del liberalismo ticinese si ergano indignati a reclamare le dimissioni dal Gran Consiglio della deputata socialista, rea di aver commesso un crimine indicibile. Ma allora perché, con un’ardita revisione storica, allo stesso modo non condanniamo pure il Franscini, il Luvini, il Battaglini, o i Ciani e tanti altri che qualche clandestino l’hanno pure aiutato, contravvenendo alle leggi dello Stato? Ciò che colpisce è la miopia di tutti i paladini della legalità ad oltranza: non si accorgono che la loro condanna senza appello mette in discussione i fondamenti stessi di quel liberalismo che pretendono di rappresentare. Perché il diritto di resistenza è uno dei pilastri vitali dello Stato di diritto che non è, come qualcuno sembra intendere, lo Stato legale, ma lo Stato che tutela e garantisce i diritti fondamentali. Come segnala un noto costituzionalista, Luigi Ventura, è proprio grazie a queste forme di resistenza che lo Stato è spinto a progredire e a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Insomma anche in politica qualche riflessione in più, prima delle reboanti dichiarazioni, è sempre utile.

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