Il nuovo lavoro della drammaturga e regista siciliana Emma Dante, che da anni esplora il tema della famiglia e dell’emarginazione con una poetica carica di tensione, follia e una sottile vena di umorismo, affronta il dramma del femminicidio. Leone d’Oro alla carriera alla Biennale Teatro di Venezia 2026, Dante firma testo e regia di un racconto amaro e visionario sul silenzio che circonda le vittime, sull’assurdità di una violenza ormai normalizzata, sull’impossibilità di spezzare un destino che si ripete all’infinito.
Dentro una famiglia, un giorno, l’abituale violenza del marito sulla moglie si trasforma in un femminicidio. L’uomo la uccide spaccandole la testa con un ferro da stiro. La donna giace a terra, morta, ma la sua morte non è sufficiente: nessuno le crede. Così che la donna, come l’angelo del focolare nella cui grottesca immagine si ritrova incastrata, sarà costretta ad alzarsi e a rientrare nella stessa routine, pulendo la casa, occupandosi del lavoro domestico, preparando da mangiare al figlio e al marito, accudendo l’anziana suocera. Ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. Ogni mattina lei si rialza, apre la moka, chiusa troppo stretta, e ricomincia a subire la violenza del marito, la depressione del figlio, l’impotenza della suocera che, anziché condannare il figlio brutale e dispotico, lo compatisce. Ogni sera la moglie muore di nuovo, come in un girone dell’inferno in cui la pena non si estingue mai. Nella penombra di una casa addormentata, l’angelo scuote i lembi della vestaglia e prova a volare, ma le è concesso soltanto l’intenzione del volo.