IL COMMENTO

Crans-Montana, la vergogna forse ci salverà

Cattiva, temuta e nascosta, ma anche una ‘possibile e utile occasione di auto-osservazione’ secondo Marco Bouchard, esperto di giustizia riparativa

In sintesi:
  • Sull’esercizio di vergogna privata e collettiva s’innesta il processo giudiziario che tocca i coniugi Moretti, titolari del Constellation dove sono morte 40 persone e 116 sono rimaste ferite
  • Qual è il confine fra una vergogna pop-up che si esaurisce nello spazio di una cerimonia del dolore, e una vergogna giusta sulla quale costruire responsabilità e riscatto?
(Keystone)
15 gennaio 2026
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Un’emozione, un sentimento che ci accompagna nell’arco della vita. Imprevedibile, temuta, nascosta. La vergogna dal primo gennaio aleggia su Crans-Montana. Quella che dovrebbero provare i titolari del Constellation: per come lo hanno modificato, per l’utilizzo di materiali non ignifughi, per le lacune nelle misure di sicurezza, per aver accettato di far entrare tanti minorenni e più persone del consentito, per lo show con le bottiglie pirotecniche nonostante il rischio evidente, per il denaro di dubbia provenienza destinato all’acquisto di strutture decadenti e a trasformarle in macchine da soldi, e i contributi Covid usati per comprare un’auto di lusso.

Ma anche la vergogna che dovrebbero provare le autorità locali per quella che sembra essere stata una poco attenta vigilanza sulle modifiche apportate al locale e sulla corretta applicazione delle misure di sicurezza. E la vergogna invocata dalle nazioni che contano delle vittime: media e politici schierati nell’additare la solitamente rigorosa Svizzera. E, di controcanto, la vergogna che quegli stessi giornalisti e portaborse dovrebbero provare perché sfruttano ‘pro domo sua’ una situazione così grave e drammatica.

E ancora, la vergogna nella quale taluni sostengono che dovrebbero sprofondare i genitori benestanti che lasciano i loro figli minorenni liberi di divertirsi a suon di ‘centoni’. La vergogna che dovrebbe investire chi filma anziché scappare dalle fiamme e aiutare altri a mettersi in salvo. La vergogna, sollecitata da Paesi come l’Italia dove l’impunità è un mantra in tanti casi giudiziari, che gli inquirenti elvetici dovrebbero provare per non aver subito arrestato i titolari del Constellation, per non aver mosso loro accuse più pesanti, per non aver incaricato un procuratore straordinario.

Su questo esercizio di vergogna privata e collettiva, mostrata con rispetto ma anche pretesa nei talk show, filtrata da dichiarazioni prudenti ma al contempo sibilline e pertanto ancora più pressanti, s’innesta il processo giudiziario che tocca i coniugi Moretti ma in fondo volge lo sguardo indagatore sull’intero vasto mondo del divertimento fra locali notturni, discoteche, capannoni ed eventi a grande richiamo.

Ma qual è il confine fra una vergogna pop-up che si esaurisce nello spazio di un rossore, di una lacrima, di una cerimonia del dolore e poi tanto arriverà il domani e ci penserà il tempo a lenire le ferite; e una vergogna giusta sulla quale costruire senso di colpa, pentimento, attenzione, responsabilità, riscatto? Può dunque esserci giustizia senza vergogna?

Marco Bouchard, esperto di giustizia riparativa, presidente onorario della rete italiana per l’assistenza alle vittime di reato ed ex magistrato, sostiene che la vergogna personale e collettiva sia “una possibile e utile occasione di auto-osservazione”, un “filo interiore ipersensibile e doloroso che ci connette agli sguardi degli altri di cui avvertiamo il giudizio”. Allo stesso tempo cattiva e persecutoria, ma con una funzione edificante, “indispensabile nella costruzione dell’etica pubblica”.

Primo Levi ne ‘I sommersi e i salvati’ parla di quei tedeschi che non provarono vergogna per l’olocausto. La vergogna che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri. Se si vorrà trarre una lezione dalla tragedia di Capodanno, dovrà coinvolgerci tutti. Prima ancora della giustizia e delle condanne, forse a salvarci sarà la vergogna che ci scuote nel nostro vivere civile e collettivo.