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Adolescenti che non escono più di casa, educatori preoccupati

In sei anni sono raddoppiati i baby ricoveri in psichiatria. Istituti, comuni, docenti... sotto pressione. Si chiedono nuove strutture e risposte adeguate

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In sei anni sono raddoppiati i baby ricoveri in psichiatria. Istituti, comuni, docenti... sotto pressione. Si chiedono nuove strutture e risposte adeguate

9 giugno 2023
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Adolescenti ‘ritirati sociali’ che smettono di uscire di casa ma anche ‘disinibiti sociali’, i nuovi vagabondi senza regole. Entrambi tendono a lasciare la scuola e non fare nulla. Mettono in scacco genitori, docenti, operatori. Come agganciarli e accompagnarli verso una matura responsabilità è la sfida. E con quale approccio: gli strumenti attuali sono ancora adeguati? Se lo chiedono in tanti.

I numeri del disagio giovanile sono un pugno allo stomaco. In sei anni sono quasi raddoppiati i baby-ricoveri in psichiatria: lo scorso anno, 207 adolescenti (minori di 18 anni) erano in clinica psichiatrica o in ospedali acuti (131 nel 2016). In aumento anche i ragazzi (fino ai 19 anni) seguiti dai servizi ambulatoriali medico-psicologici (2’080 nel 2022; 1’697 nel 2018) e dal servizio psicosociale (292 nel 2022; 151 nel 2018). Il passo successivo, per alcuni è l’assistenza e/o l’invalidità: 1’082 giovani (18-25 anni) erano in assistenza lo scorso anno. Una cifra stabile. Altri 425 (0-25 anni) hanno chiesto l’invalidità, 150 erano minori.

Per chi è al fronte, la coperta è scelleratamente troppo corta. Quando il foyer esiste, trovare un posto è un percorso a ostacoli. Molto spesso mancano proprio le strutture, soprattutto nel Locarnese. Se non si investe (invece di tagliare risorse per rincorrere il pareggio dei conti del Cantone nel 2025) aumenteranno casi psichiatrici, penali e adolescenti in assistenza. Investire oggi, significa risparmiare domani. Lo chiedono i Comuni, i sovraffollati centri educativi, le strutture di prima accoglienza in urgenza sovraccaricate da troppi casi, docenti, educatori e tutori, cliniche e servizi...: tutti sono oltre il limite.

Ti-PressLa municipale di Locarno Lunghi lamenta lunghi tempi di attesa ai Servizi medici psicologici

«Dispiace vedere adolescenti sofferenti che non trovano il servizio adeguato nella propria regione, se non addirittura nel cantone. Restano in lista di attesa o vengono sballottati da un servizio provvisorio all’altro, senza trovare punti di riferimento stabili e chiari», dice Nancy Lunghi. La municipale locarnese si chiede se li stiamo aiutando nel modo giusto: «Penso ai lunghi tempi di attesa ai Servizi medico-psicologici, che non possono permettersi un servizio a domicilio, quando sempre più giovani vivono un isolamento sociale e si rinchiudono in casa». E ancora: «Spesso gli operatori sono insufficienti, cambiano velocemente. Ciò non permette l’instaurarsi di un rapporto serio e duraturo (e quindi veramente utile) coi ragazzi. Prima di pensare a nuovi tagli, il Cantone dovrebbe fare una seria analisi coinvolgendo i vari attori del settore per poter valutare quali siano le attuali esigenze e dare una risposta migliore».

Ti-PressSabrina Antorini Massa: ‘Abbiamo casi che necessiterebbero una presa carico intensa. Le strutture mancano‘

A Lugano non va meglio, come ci spiega Sabrina Antorini Massa, responsabile della Divisione socialità della Città di Lugano: «Abbiamo situazioni di disagio giovanile che necessiterebbero una presa a carico, se non residenziale, sicuramente intensa. Le strutture mancano. Ci preoccupa l’abbassamento dell’età del disagio. Vediamo situazioni preoccupanti già nel primo ciclo di SM. L’intervento deve essere precoce, individuando i segnali già alle Elementari grazie a un buon lavoro di rete tra scuole comunali e Medie. Se non si interviene prontamente e in modo coordinato la situazione peggiorerà rapidamente. Spesso i servizi specializzati sono già carichi e il tempo passa». Qualcosa va fatto: «Intendiamo avere un incontro coi servizi cantonali per vedere come intervenire in modo più coordinato pur coscienti che mancano le strutture».

Istituti sotto pressione

‘Troppi minori in urgenza, siamo oltre il limite’

Trovare un posto in un foyer è un percorso a ostacoli. Si aspetta. Anche per accedere alla struttura dell’Istituto per minorenni Paolo Torriani a Mendrisio. «Effettivamente è così, sono posti ambiti perché ospitiamo ragazzi molto giovani, dai 12 ai 20 anni», ci spiega Luca Forni, direttore della Fondazione. Alcuni non seguono più le lezioni, non hanno un’occupazione esterna, corrono fortemente il rischio di vagabondare e di non riuscire a rispettare le regole di convivenza; altri si ritirano nella loro stanza sedotti dalla rete, scollegandosi dal mondo. In fuga dalle loro responsabilità. «Quello dei disinibiti e dei ritirati sociali sono fenomeni in aumento. Sovente la fascia tra 13 e 15 anni è quella con la quale è più difficile collaborare. Si sentono onnipotenti, mettendo in scacco gli adulti, decidendo di autodeterminarsi come vogliono. Non vanno a scuola, dormono dove capita grazie a una rete di contatti dinamici, spesso abusano di sostanze e nelle ragazze si osserva una tendenza alla promiscuità». Accompagnarli verso una sana autonomia e una matura responsabilità è il compito dell’educatore. Tutt’altro che facile: «Oggi si dà molto peso ai diritti dei minori, al loro ascolto e alla loro partecipazione. Aspetti di estrema importanza, ma si tende a tralasciare l’altra faccia della medaglia che concerne doveri e assunzione di responsabilità. C’è più difficoltà che in passato nell’imporre un collocamento d’autorità contro il loro volere quando un giovane fa delle scelte autodistruttive ed evita la collaborazione».

In Ticino tutti i centri educativi sono aperti: un ragazzo può uscire, anche senza il consenso dell’educatore e non rientrare.

Ti-PressAl Torriani, personale non adeguato alle esigenze

Chiediamo all’esperto se gli strumenti attuali siano ancora adeguati: «Per alcuni, non per altri, dipende dai bisogni dell’utenza. Al Torriani abbiamo situazioni molto impegnative e siamo sottodotati sul piano del personale per rispondere adeguatamente ai bisogni della maggior parte degli ospiti. Inoltre non siamo equipaggiati, perché molti di loro necessiterebbero di un intervento più terapeutico, possibilmente da svolgere all’interno perché anche i servizi sono oberati».

Sotto pressione la cellula socio-educativa d’urgenza per minorenni, un servizio che collabora con polizia, ambulanza, Pronto soccorso degli ospedali: «Non riusciamo a rispondere a tutte le domande. E ancora peggio, finita l’urgenza, non sempre troviamo soluzioni adeguate per i ragazzi». Mancano offerte sufficientemente differenziate, in particolare per gli adolescenti.

Manca una vera struttura pedopsichiatrica: «Se ne parlava già negli anni 80. Oggi abbiamo un piccolo reparto al Civico per i minori sotto i 16 anni, che non riesce a rispondere a tutti i bisogni. Per i collocamenti di adolescenti che necessitano di una presa in carico terapeutico-contenitiva si fa capo soprattutto alle strutture italiane, ma la situazione sta peggiorando perché attualmente la Lombardia vuole dare la priorità ai suoi giovani».

In cantiere c’è la nuova Unità di cura integrata per minorenni prevista dalla Pianificazione sociopsichiatrica: una ventina di posti, di cui 10 in regime stazionario. «Saranno facilmente occupati, inoltre bisognerà pensare alle prese a carico riabilitative, una volta rientrate le acuzie. A mancare ancora è anche il tanto discusso centro educativo chiuso per quei minorenni che necessitano di un contenimento momentaneo per essere protetti e per poter rilanciare gli aspetti relazionali e progettuali».

‘Si sentono dei mostri rifiutati da tutti’

Nel Locarnese, docenti e politici hanno suonato il campanello d’allarme per una situazione oltre il limite. «Riceviamo molte richieste di collocamento e siamo sempre pieni. Spesso c’è da aspettare mesi per avere un posto, e talvolta quei ragazzi convinti di fare un percorso da noi, si stufano dell’attesa e cambiano idea oppure la loro situazione personale e familiare degenera a tal punto che possono finire all’ospedale o in clinica. È peccato, perché potendo intervenire prima si farebbe un lavoro migliore», spiega Eric Junod, responsabile del foyer Verbanella (Fond. Amilcare) a Locarno. Nel foyer vivono 9 ragazzi/e (15-20 anni), che, per vari motivi, non sono più in famiglia. La crescente tendenza dei giovani a isolarsi è preoccupante. «Quelli più in difficoltà, non hanno quasi più relazioni sociali. Aiutiamo più giovani con fobie sociali, che si sono esclusi o sono stati esclusi dal sistema formativo, faticano a uscire dalla camera, la rabbia diventa autolesionismo, si tagliano, abusano di farmaci, sostanze e social per placare l’ansia», spiega Junod.

La fascia dei 13enni è scoperta

Molti di loro faticano a reggere le regole sociali, non riescono a integrarle. «Si sentono dei mostri, rifiutati da tutti. Ci stiamo chiedendo come declinare l’aiuto quando divieti e regole hanno già fallito». La Fondazione, diretta da Gian Paolo Conelli, conta su più foyer e accoglie in totale una sessantina di giovani e ne segue una trentina anche dopo il collocamento. Sono percorsi lunghi. Pure per Junod nella regione è scoperta la fascia dai 12 ai 15 anni: «Bisognerebbe riflettere, anche coi servizi se sia il caso di sviluppare un piccolo centro educativo, perché ci sono ragazzi 13enni che avrebbero bisogno di aiuto, ma invece sono in giro, spesso in strada e c’è un grande rischio che si perdano.

L'appello dei docenti di Losone

Serve una struttura per non sradicare questi ragazzi

Nel Locarnese, un’ottantina di giovani in difficoltà (minori di 20 anni) non vivono con la loro famiglia: tra questi, una trentina sono minorenni e sono collocati in istituti educativi e terapeutici, mentre i restanti stanno in famiglie affidatarie. Per la fascia di età sopra i 15 anni c’è il foyer Verbanella, per quella 12-15 pochi posti sono disponibili al centro Gerbione. Per la fascia sotto i 12 anni non c’è nulla. Di conseguenza ragazzini (minori di 15 anni) allontanati, per motivi vari, dalla loro famiglia devono traslocare ben distante dai loro affetti, in istituti nel Sottoceneri.

Dieci adolescenti collocati fuori Locarnese

È la sorte toccata a una decina di allievi delle Medie nella regione. Sradicare un ragazzino dal suo giro, in alcuni casi, può essere anche educativamente sensato. Ma non per tutti, spesso può invece essere controproducente. La pensa così, il collegio dei docenti della scuola media di Losone che ad aprile ha inviato una presa di posizione ai consiglieri di Stato Marina Carobbio (Decs) e Raffaele De Rosa (Dss), chiedendo al più presto strutture adeguate ai bisogni di questi minori. Un appello lanciato anche dalla municipale Nancy Lunghi di Locarno e altri professionisti del settore.

«Alcuni alunni confrontati con situazioni difficili trovano spesso nella scuola, nei loro insegnanti, nei loro compagni e relative famiglie importanti punti di appoggio. Tale preziosa e insostituibile rete va protetta, affinché possa sostenere questi adolescenti, nella fase delicata di allontanamento dalla famiglia. Avere una struttura nel Locarnese eviterebbe un ulteriore doloroso strappo da relazioni quotidiane sane», ci spiega Paolo Tremante, docente e membro di direzione delle Scuole speciali attivo da 20 anni alla scuola media di Losone.

Infatti, continua il docente, ci sono anche alcuni ragazzini che ogni giorno devono attraversare mezzo Ticino, dal Mendrisiotto prendono il treno per il Locarnese, perché non vogliono lasciare la loro classe e quei legami che li fanno sentire al sicuro.

Una struttura per dieci ragazzi

Una situazione diventata insostenibile. «Chiediamo uno studio per adeguare al più presto l’offerta di strutture educative per bambini e ragazzi in difficoltà alle reali esigenze del Locarnese». In concreto? «Pensiamo sia opportuno avere una struttura per una decina di ragazzi, con due posti di urgenza, che possa accogliere minori dai 6 ai 15 anni, così da non sradicare dalla regione quei ragazzi che hanno costruito legami di fiducia a scuola», puntualizza.

Dobbiamo agganciare chi si chiude in casa

Altro problema l’abbandono della scuola dell’obbligo. «Questi ragazzi pur restando in famiglia e disponendo del supporto di un educatore, necessiterebbero di un centro diurno in grado di riagganciarli a una realtà sociale». Anche questo centro attualmente manca.

L'educatore di SM Matteo Beltrami

‘La politica investa in strutture innovative’

Sempre più ragazzi scompaiono dai registri scolastici alle Medie, c‘è chi non riesce neppure più a uscire di casa. Perché tanta sofferenza?

L’ipotesi di noi educatori scolastici è che sussista un distacco crescente fra l’universo interiore di diversi alunni (fatto di scoperta identitaria, emozioni, conflitti, pulsioni, paure…) e la sempre maggiore richiesta di prestazione avanzata dalla società. Anche noi adulti lo subiamo, come potrebbe non risultare tanto incisivo per un giovane alle prese col proprio sviluppo? Va fatta una distinzione d’approccio fra chi interrompe il percorso scolastico e inizia a lavorare o un ciclo di pre-tirocinio e chi subisce un drastico ritiro sociale. L’assenza di un nome da un registro scolastico non lascia mai indifferenti docenti e operatori.

Riagganciarli è possibile?

Sì, senz’altro, ma interroghiamoci sul concetto di prestazione. Al servizio di cosa mettiamo la nostra passione? Possiamo contare sulla giusta dose di meraviglia, calma e spensieratezza? Non sono cose banali. Se la risposta non è soddisfacente è giusto lottare per trovare la propria via. Risultano sempre più indispensabili, per molti giovani, spazi di accoglienza diurni che possano esulare dal funzionamento sociale standardizzato, in cui possano trovare tempo, tolleranza e canali per scoprire i propri valori ed educarsi alla socialità. Siamo chiamati ad ascoltare i giovani che per un periodo ‘non funzionano’, se vogliamo migliorarci. Di cosa ci stanno parlando?

Servizi attuali sono adeguati oppure servirebbe un nuovo approccio?

Contano su professionisti motivati che da tempo esprimono una difficoltà nel fronteggiare una situazione emblematica. Il nuovo approccio lo dovrebbe avere la politica, investendo di più sul benessere sociale e sull’apertura di spazi dotati di innovazione pedagogica, anche attingendo a esperienze di altri cantoni e nazioni limitrofe.

L'esperto Edo Carrasco

C’è insofferenza verso l'autorità

Non lavorano, non studiano, spesso mancano di prospettive o di progettualità, si sentono estranei alle norme collettive di una società dell’incertezza. La frustrazione monta e diventa rabbia che esplode interiormente, disegna una mappa di tagli sulla pelle o si traduce in azioni pericolose per sé stessi o per gli altri, o chiude le porte di ogni via comunicativa con il mondo esterno. La sofferenza è dentro, ma è anche fuori per questi giovani (i Neet’s, ossia persone inattive) :«Osserviamo un disagio interiore crescente nei giovani. C’è insofferenza nei confronti dell’autorità e anche una maggiore aggressività verso gli operatori sociali. C’è chi sceglie l’isolamento dal mondo, chi si chiude tra le mura di casa. Negli ultimi tre anni la situazione è diventata sempre più preoccupante», spiega Edo Carrasco, esperto in politiche giovanili.

Ti-PressEdo Carrasco, direttore Fondazione Il Gabbiano

Le strutture della Fondazione Il Gabbiano che dirige sono al completo. Vengono seguiti una sessantina di giovani in stallo. Gli operatori sociali cercano di farli rifiorire, farli ripartire, innescando un cambiamento positivo verso un reinserimento professionale.

Se non escono, aiutarli a domicilio

Un’impresa ardua: «È sempre più difficile. Più che aiutarli a lasciare l’assistenza e rientrare nel mondo del lavoro ora dobbiamo fare un lavoro terapeutico, per cercare di aprire un canale di comunicazione con questi giovani molto sofferenti e scollegati. Così da riagganciarli». Per riuscirci, prosegue l’esperto, servono un migliore lavoro di rete e modelli diversi, che tengano conto dei cambiamenti epocali negli ultimi 20 anni: famiglia, lavoro e scuola hanno assunto forme diverse. «I modelli pedagogici e sociali sono cambiati rapidamente e per accogliere le nuove necessità dei giovani è necessario rinnovarli». In concreto? «Bisogna creare nuovi progetti occupazionali per chi non va più a scuola, non serve insistere su modelli scolastici che per loro sono stati fallimentari. Bisogna raggiungerli anche a domicilio e sostenere le famiglie».