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‘È un campione di karate, sapeva come si fa a uccidere’

Giunte alle parti le motivazioni della sentenza di colpevolezza nei confronti del 26enne che fuori dalla discoteca La Rotonda uccise un 44enne

L’omicidio avvenne fuori dalla discoteca
(Ti-Press)
18 novembre 2022
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"Si ha dunque che l’imputato, la cui credibilità appariva già seriamente (se non irrimediabilmente) compromessa in relazione al suo racconto su quanto accaduto all’interno della discoteca nella prima parte della serata, ha dimostrato di non essere minimamente attendibile anche riguardo al suo racconto su quanto accaduto mentre stava uscendo dal locale". Cioè quando ha raggiunto la sua vittima, colpendola da tergo con un pugno e una spallata, scaraventandola contro un cancello e causandone così la morte per emorragia cerebrale acuta "a sua volta dovuta a una lacerazione dell’arteria vertebrale sinistra".

Sono dei passaggi delle motivazioni scritte della sentenza sul caso della discoteca La Rotonda di Gordola, in cui nell’aprile del 2017 morì un 44enne di Genestrerio ad opera di un 26enne condannato in prima istanza a 5 anni per omicidio colposo e in seconda istanza, nel luglio scorso, a 9 anni per omicidio intenzionale per dolo eventuale. Le motivazioni sono giunte ieri, giovedì, alle parti, e forniscono, dell’imputato, un ritratto caratterizzato da comportamenti violenti e da una forte mancanza di credibilità. Il giovane, secondo la giudice Giovanna Roggero-Will, i giudici a latere Francesca Lepori Colombo e Rosa Item, e la giuria popolare, aveva proditoriamente colpito da tergo il 44enne del Mendrisiotto "con un pugno al capo in regione cervicale destra e una spallata". Questo, quando il padre di famiglia se ne stava tranquillo all’esterno del locale, in attesa di tornarsene a casa.

Una nottata di eccessi

L’azione da parte dell’aggressore, del tutto insensata, era stata preceduta, stando a quanto ripercorso in aula a luglio, da una nottata in discoteca caratterizzata da eccessi e provocazioni nei confronti di almeno altri due avventori, uno colpito al volto e l’altro alla tempia sinistra. Il tutto assume ancora maggiore pericolosità se si considera che il 26enne aveva praticato sport di combattimento come boxe, kickboxing e, in particolare, karate ad alto livello; disciplina, quest’ultima, di cui è cintura nera primo Dan e ha conquistato addirittura 6 titoli svizzeri. Non è un segreto che un colpo di karate può provocare, se assestato con lo spirito sbagliato, danni gravissimi e potenzialmente letali a chi lo subisce. E "tale consapevolezza – scrive la Corte – è intrinseca alla pratica sportiva del karate che, lo si ricorda, impone che i colpi (pugni o calci che siano) vadano ad arrestarsi a pochi centimetri dal loro obiettivo, proprio per evitare gravi conseguenze".

Condannando l’imputato a 9 anni, la Corte di appello si era avvicinata alle richieste dell’accusa – rappresentata dal pp Arturo Garzoni –, ovverosia 12 anni proprio per omicidio intenzionale per dolo eventuale. La difesa, sostenuta dagli avvocati Yasar Ravi e Laura Polli, si era invece battuta per un proscioglimento del loro assistito, secondo loro totalmente estraneo ai fatti, al punto da non aver neppure sfiorato la vittima. Polli e Ravi hanno sempre creduto che il 44enne morì per cause naturali, incredibilmente pochi attimi prima di venire colpito (o non colpito, secondo la versione difensiva). Questo, almeno, era emerso dalla perizia consegnata nell’ottobre 2021 dallo specialista Antoine Roggo, dell’Università di Berna. Secondo Roggo, il decesso avvenne appunto a causa di un’anomalia congenita all’arteria vertebrale sinistra, ma senza il benché minimo intervento esterno. Ovviamente la tesi aveva fatto quasi prendere una sincope sia a Garzoni, sia all’accusatore privato Diego Olgiati, patrocinatore della famiglia, per i quali una ricostruzione simile è improbabile anche solo sognarla. Olgiati, infatti, aveva chiesto alla Corte di commissionare un’ulteriore perizia, ma la richiesta era stata rifiutata dalla giudice Roggero-Will, per la quale gli elementi in suo possesso erano già sufficienti dopo aver ascoltato i tre specialisti coinvolti in precedenza, ovverosia il radiologo Marco Palmesino, la patologa Luisa Andrello e il perito di parte Ennio Pedrinis.

Liquidata la perizia Roggo

Nelle motivazioni della sentenza la Corte presieduta da Roggero-Will liquida in sostanza la perizia di Roggo, le cui conclusioni riguardo alla morte del 44enne ("l’immediata assenza di reazioni o l’immediato arresto circolatorio non sono segni clinici immediati di un’emorragia subaracnoidea iperacuta") sono state smentite, scrive la giudice, "con argomenti tanto semplici ed accessibili al profano da risultare assolutamente convincenti". Questo, ad opera della dottoressa Andrello, le cui considerazioni "sono perfettamente sovrapponibili a quelle del dottor Pedrinis, che, con termini tanto chiari da risultare quasi ‘plastici’" ha portato la metafora di "una diga che si è rotta" dopo la lacerazione dell’arteria vertebrale. "Questo fa comprendere – aveva notato Pedrinis – come il sanguinamento e la fuoriuscita di sangue siano stati massicci e, soprattutto, istantanei. Questa è una delle spiegazioni possibili per cui vi è stata una caduta immediata: la fuoriuscita massiccia e istantanea di sangue con la compressione dei centri vitali".

Insomma, nota la Corte, "tutte le risultanze degli atti evidenziano in modo inconfutabile che a produrre la lesione di origine traumatica sia stato il pugno sferrato dall’imputato alla vittima, con un’azione tanto improvvisa e rapida quanto violenta, che ha provocato un abnorme movimento di iperdistensione del collo, un colpo di frusta".

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