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26.05.2022 - 12:00

Le neofite invasive: come riconoscerle e combatterle

Le neofite invasive sono piante che si sono riprodotte e si diffondono in modo importante causando danni alla biodiversità

di JardinSuisse
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In Svizzera le neofite si diffondono molto rapidamente. Si tratta di piante introdotte in Europa, in modo intenzionale o accidentale, a fine Cinquecento, molte delle quali sono riuscite a insediarsi in natura stabilmente, senza causare particolari problemi. Altre, invece, definite "neofite invasive", si sono riprodotte e si diffondono in modo importante causando danni alla biodiversità, all’economia, alla percezione del paesaggio e alla salute, spesso sostituendo piante autoctone.

Una lotta immediata alle neofite invasive e con adeguate misure è dunque di fondamentale importanza. Parliamo di numeri relativi, ma le conseguenze sono importanti: su un migliaio di specie alloctone che arrivano in Svizzera, circa un centinaio hanno chance di sopravvivere, di queste appena dieci si stabiliscono in natura e una sola è potenzialmente invasiva.

I pericoli, come accennato, sono dietro l’angolo, e non sono di poco conto: parliamo infatti di una riproduzione e diffusione incontrollata a scapito di specie indigene; poi c’è l’alterazione e compromissione dell’ambiente naturale, con la riduzione dei rendimenti in agricoltura e selvicoltura, quindi i danneggiamenti alle infrastrutture e i conseguenti, eventuali pericoli per la salute umana.

Un esempio tra le tante neofite invasive è il "poligono del Giappone", pianta erbacea alta fino a tre metri, originaria dell’Asia orientale, introdotta dapprima in Inghilterra come pianta ornamentale nel XIX secolo, poi diffusa in tutti i paesi dell’Europa anche come foraggio. Da allora si è espansa a tal punto che oggi è riconosciuta tra le 100 specie più invasive al mondo.

Il "poligono del Giappone" ricopre completamente le sponde dei corsi d’acqua, causando la scomparsa della vegetazione spontanea delle rive e degli animali che popolano l’ambiente acquatico. La sua parte aerea muore in inverno, lasciando gli argini spogli di vegetazione e quindi esposti all’erosione, contribuendo così a destabilizzarli, aumentando di conseguenza i danni durante le piene e infine facendo lievitare i costi di gestione dei corsi d’acqua.

Questo è solo un esempio, ma tra le neofite si possono citare decine di specie, tra le quali, le più comuni e note, sono l’ambrosia, la panace di Mantegazza, il senecione sudafricano, le verghe d’oro, la balsamina ghiandolosa, la pueraria irsuta e il sommacco maggiore.

Obbligo per ciascuno di noi è segnalare la presenza e i ritrovamenti – in particolare dell’ambrosia – al Servizio fitosanitario, ma poi ci sono delle regole alle quali dobbiamo tutti attenerci. A partire dal corretto smaltimento degli scarti vegetali.

Quelli senza capacità di propagazione possono naturalmente essere smaltiti sul posto o in impianti professionali di compostaggio o di fermentazione a biogas, mentre quelli contenenti semenze, tuberi o rizomi, in particolare gli scarti di ailanto, poligoni esotici, pueraria irsuta e sommacco maggiore, devono essere trasportati all’impianto cantonale di termovalorizzazione dei rifiuti, dunque con obbligo di non depositarli in aree non contaminate.

In questo senso gioca un ruolo importante anche il carico e trasporto delle neofite, che devono essere fissate e coperte con teli di plastica per evitarne la dispersione durante il viaggio, preferendo l’utilizzo di contenitori chiusi. Ricordiamo che anche gli attrezzi, le macchine da lavoro o gli stessi mezzi di trasporto non puliti adeguatamente, possono portare a una diffusione involontaria delle neofite invasive. Frammenti di piante e semi rimasti eventualmente incastrati nei copertoni delle gomme, nelle fessure e sulla superficie di carico, al termine del lavoro, devono essere rimossi attraverso un’attenta pulizia del veicolo. Sono misure che possono apparire forse eccessive, ma si tratta appunto di piante infestanti che, con il tempo e senza mancati interventi, causano problemi ben più seri.

I principali sono già stati elencati, ma è bene ricordare e ribadire i gravi danni che potrebbero arrecare se attecchissero nei campi arati o negli spazi urbani, vicino alle abitazioni, spaccando, con i rizomi e i germogli, muri e pavimentazioni.

Ecco allora l’importanza di regolari controlli che, in generale, si sviluppano su tre livelli di priorità: la prevenzione per impedire la diffusione della specie; poi l’eradicazione di piante che si sono da poco insediate sul territorio, asportando totalmente i rizomi; infine cercare di contenere le neofite nel caso si fossero stabilmente insediate, provvedendo, nei limiti del possibile, ad asportarne a mani nude le piantine in crescita, quindi senza mai utilizzare decespugliatori o falciatrici meccaniche che ne diffonderebbero i semi.

Riassumendo possiamo dire che attualmente in Svizzera sono circa 85 le specie che si conoscono o si sospetta avere un comportamento invasivo. Che, evidenziamolo, purtroppo attecchiscono e riescono a colonizzare anche spazi limitati.

Nel nostro Canton Ticino, solo poche settimane fa, si è svolto per esempio un intervento di eradicazione totale delle specie alloctone invasive sull’Isolino (Isola dei conigli) delle Isole di Brissago, azione fortemente voluta dal Dipartimento del territorio con l’intervento dei selvicoltori del Demanio forestale. Nel corso degli ultimi decenni l’esigua superficie di Sant’Apollinare non ha impedito infatti ad alcune specie – in particolare l’ailanto, la robinia, il lauroceraso, la palma di Fortune – di insediarsi e colonizzare non soltanto le sue sponde, ma anche le aree più sopraelevate.

In questo caso l’operazione di eradicazione totale ha avuto l’obiettivo di preservare la vegetazione indigena già presente sull’Isola, che altrimenti nel tempo sarebbe sopraffatta dalle stesse specie alloctone invasive. Secondariamente, attraverso la valutazione della presenza di rinnovazione naturale o l’eventuale messa a dimora di ulteriori specie indigene, sarà possibile garantire il ruolo di conservazione di specie poco diffuse in natura.

Garantendo così la preservazione di un ambiente naturale inestimabile per la sua funzione didattica scientifica.

Un esempio dell’impegno e della volontà che deve animarci per contrastare la diffusione di piante che a lungo andare potrebbero seriamente compromettere la biodiversità e l’ecosistema alloctono.

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