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Un narvalo
#gaia #wwf
10.04.2021 - 05:000
Aggiornamento : 12.04.2021 - 13:09

I cugini dell’unicorno

Salviamo rinoceronti e narvali

Il 9 aprile si è celebrata in tutto il mondo la Giornata internazionale degli… unicorni! Purtroppo, non abbiamo immagini attuali di questo “essere” magico, ma abbiamo deciso di presentarvi i suoi lontani cugini: i rinoceronti e i narvali. Entrambi sono muniti di un corno (ok, quello del narvalo in realtà è un dente megalomane, ma alla fine sembra un corno) e si possono ancora vedere in natura. Il rinoceronte a prima vista potrà sembrare meno elegante dell’unicorno, ma parliamo pur sempre di un animale che deve sopravvivere nella savana africana e ha bisogno di una pellaccia dura per far fronte ai numerosi pericoli lungo il suo cammino. Il narvalo, poi, è oggettivamente un mammifero incredibile, che vive nell’Artico. E se l’unicorno fa parte delle leggende, vi lasciamo solo immaginare quante ne siano nate a Nord, dopo aver avvistato per la prima volta un narvalo. In diversi racconti norvegesi, il “mostro marino” ha un corno che fuoriesce alla ricerca delle sue prede. Oggi sappiamo che quel “mostro” non è altro che uno tra i mammiferi più sorprendenti del mondo, dietro al quale si celano ancora molti misteri. A cosa serva il suo dente, infatti, nessuno lo sa con precisione.

Un corno ambito

I rinoceronti stanno affrontando una lotta contro il tempo per la sopravvivenza. Il secolo scorso sono stati cacciati in massa, fino a portarli sull’orlo dell’estinzione. Una campagna di conservazione globale ha dato loro un’ancora di salvezza, ma il futuro di questa specie è di nuovo appeso a un filo. Sostenuti da reti criminali organizzate, i bracconieri stanno usando le armi e la tecnologia del 21° secolo per soddisfare la crescente domanda di corno di rinoceronte, soprattutto in Vietnam. Ma stiamo combattendo con nuovi strumenti e tecniche. Il WWF ha lavorato con il Kenya Wildlife Service per micro-chippare i rinoceronti neri, aiutandoli a raccogliere dati cruciali e fornire prove per perseguire i bracconieri. Nascosti nei loro corni, i minuscoli chip permettono di identificare i rinoceronti in pericolo del Kenya e monitorare ogni animale.

I narvali vengono spesso chiamati gli “unicorni del mare”. A differenza di alcune specie di balene che migrano, i narvali trascorrono la loro vita nelle acque artiche di Canada, Groenlandia, Norvegia e Russia. La maggior parte dei narvali svernano fino a cinque mesi sotto il ghiaccio marino nella zona della Baia di Baffin-Stretto di Davis. Lo sviluppo di petrolio e gas e il cambiamento climatico rappresentano una minaccia per i narvali. L’aumento dello sviluppo significa più navi da trasporto, creando più opportunità di collisioni e più rumore sottomarino che può interferire con la comunicazione tra le balene. Il WWF aiuta a sensibilizzare e ad affrontare la minaccia dell’inquinamento acustico sui narvali e sulle altre balene.

La vita segreta dei narvali

In inverno i narvali – visto che rimangono sotto il ghiaccio per mesi – si nutrono di pesci bentonici (si tratta dei pesciolini che vivono sul fondo). Una volta arrivata l’estate, invece, i narvali si spostano nelle acque oceaniche e quindi iniziano a cacciare anche merluzzo artico e ippoglosso nero. Sono pochi i mammiferi marini che possono immergersi in profondità. I narvali ci riescono: arrivano fino a 1’500 metri e riescono a rimanere sott’acqua fino a venticinque minuti. E non una, ma fino a quindici volte al giorno. Gli esperti hanno scoperto che i narvali non hanno dei denti molto affilati in bocca, quindi si presuppone che ingoino il pesce tutto intero, risucchiandolo dall’acqua. Questi cetacei sono animali decisamente sociali. Si riuniscono in gruppi da cinque a venti esemplari, ma durante l’estate si creano delle vere e proprie aggregazioni che possono includere da 500 a oltre 1’000 individui. Brandon Laforest, uno specialista di specie ed ecosistemi artici del WWF Canada, ci racconta perché i narvali sono considerati una specie misteriosa: “Non saltano come gli altri cetacei, e sono notoriamente timidi – spiega e aggiunge -. Ci sono vari studi sull’uso del dente: potrebbe servire a disorientare le prede e per colpirle, ma forse viene usato anche come organo sensoriale, visto che è molto sensibile. Ma questa nuova scoperta rende difficile pensare che possa usare quel dente come “spada”. Rimane comunque difficile studiarli, viste le latitudini in cui vivono”. Il “corno” cresce in quel modo solo ai maschi.

Superpoteri di salamandra

Protagonista di questa puntata dedicata agli anfibi è la salamandra, forse il più magico tra tutti i caudati. Sulla base dei disegni della livrea si distinguono due sottospecie svizzere di Salamandra pezzata: quella sudalpina presenta vistose macchie gialle distribuite irregolarmente sul corpo nero; nella nordalpina le macchie sono invece ordinate sul dorso in due linee longitudinali. Detto questo, forma e disposizione delle macchie sono uniche per ogni esemplare, un po’ come le nostre impronte digitali. La colorazione brillante serve come avvertimento contro i nemici: dal collo fino all’estremità della coda si estendono infatti due file di ghiandole che secernono un liquido urticante. Questo non solo le protegge dai predatori, ma impedisce anche la crescita di funghi e batteri sulla pelle. Anche la Salamandra alpina è dotata di ghiandole velenifere, nonostante non presenti alcun motivo ornamentale: il suo corpo lucido è completamente nero, una colorazione che la protegge dalle forti radiazioni solari delle alte quote. Questa specie di montagna è infatti distribuita lungo tutto l’arco alpino, tra gli 800 e i 2’000 m di altitudine. La Salamandra nera resta l’unico anfibio svizzero che, per quanto riguarda la riproduzione, si è reso del tutto indipendente dall’acqua. Lo sviluppo sia embrionale sia larvale avviene interamente nel ventre materno: alla fine di una lunghissima gestazione (dura da 2 a 4 anni!), nasceranno due piccoli completamente formati. Il superpotere più strabiliante, comune a tutte le specie di salamandra e a nessun altro nel mondo animale, è però forse la loro capacità di… rigenerarsi. L’accidentale perdita di un arto o della coda porta alla ricrescita di tutte le strutture originarie: elementi vertebrali, muscoli e connessioni nervose comprese.

 

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