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Tra cittadini e Stato, la partita dei premi di cassa malati

Il 9 giugno si vota sull’iniziativa del Ps. Parlano la consigliera di Stato Marina Carobbio (Ps) e la consigliera nazionale Jacqueline De Quattro (Plr)

Il Ps con la sua iniziativa chiede che i premi dell’assicurazione di base non superino il 10% del reddito disponibile
(Keystone)
23 maggio 2024
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La consigliera di Stato Marina Carobbio (Ps)

Signora Carobbio, l’iniziativa del suo partito si limita a lenire i sintomi. Come può essere la giusta risposta al problema della crescita ingiustificata della spesa sanitaria?

È urgente limitare i premi! La situazione è difficile per molte famiglie, in particolare del ceto medio, che non beneficiano di aiuti sufficienti per la riduzione dei premi. In vent’anni questi sono più che raddoppiati, mentre pensioni e salari stagnano. Quando è stata introdotta l’assicurazione malattie obbligatoria [nel 1996, ndr], il Parlamento aveva detto che i premi non avrebbero dovuto incidere più dell’8% sul reddito; oggi siamo in media al 14%, con punte fino al 20%. A ciò si aggiungono spese sanitarie pagate direttamente dalle assicurate e dagli assicurati. Sempre più persone rinunciano a recarsi dal medico o ad altre prestazioni sanitarie. L’iniziativa risponde a questa emergenza: i premi non devono superare il 10% del reddito disponibile. Contemporaneamente, si deve contenere l’evoluzione dei costi sanitari. Le due cose non sono in contraddizione: se Confederazione e Cantoni dovranno mettere più soldi per ridurre i premi, saranno spinti ad adottare misure per frenare l’incremento dei costi.

La Confederazione coprirebbe i due terzi dei costi supplementari, i Cantoni un terzo: così si disincentiva questi ultimi dall’adottare correttivi su questo piano. Invece il controprogetto, correlando il contributo minimo dei Cantoni ai costi sanitari sul loro territorio, li incentiva ad agire.

L’iniziativa propone una misura semplice ed efficace: far contribuire Confederazione e Cantoni, soprattutto quelli che si sono disimpegnati sul fronte dei sussidi, spronandoli ad agire per contenere i costi e ridurre i premi. Sarebbe sbagliato non prevedere un maggiore intervento federale. Molte delle proposte concrete avanzate a Berna per contenere i costi sanitari – anche dalla sottoscritta – sono state spazzate via negli ultimi anni dal Parlamento, dove hanno sempre prevalso gli interessi particolari delle lobby.

Perché la Confederazione dovrebbe pagare per costi che sono in larga parte influenzati dai Cantoni, in particolare attraverso la pianificazione ospedaliera?

Sul piano cantonale si sta già facendo qualcosa, ad esempio tramite la panificazione ospedaliera. Ma è importante che si intervenga anche a livello federale, perché è qui che si decidono molte misure che incidono sulla spesa sanitaria. Penso ad esempio ai prezzi dei farmaci; o alle tariffe, che dovrebbero rafforzare la medicina di base e non favorire prestazioni mediche molto costose e non sempre necessarie.

La ‘SonntagsZeitung’ ha rivelato che l’iniziativa ‘premierebbe’ i Cantoni meno parsimoniosi in fatto di costi della salute, dove i premi di cassa malati sono tra i più alti della Svizzera. Non è un controsenso?

Le situazioni differiscono da cantone a cantone. L’iniziativa mira anche a ridurre questa disparità, attraverso un tetto ai premi valido in tutta la Svizzera.

E il ‘federalismo sanitario’?

La priorità è rispondere all’esigenza sociale di ridurre l’impatto dei premi sui redditi delle economie domestiche, pensionati, famiglie, lavoratrici e lavoratori. Anche in Ticino, tra i Cantoni più generosi in fatto di sussidi, dove però i salari sono più bassi e i premi ‘gravano’ parecchio sul bilancio delle famiglie. L’iniziativa è uno strumento di ridistribuzione degli oneri dei premi che permette di rispondere all’esigenza sociale senza venire meno ai principi del federalismo. Infatti non vengono sottratte competenze ai Cantoni: questi conserveranno il loro margine di manovra attuale in ambito sanitario.

L’iniziativa costerebbe diversi miliardi di franchi all’anno alla Confederazione. Non vi preoccupa lo stato di salute delle finanze federali, che dal 2025 andranno incontro a deficit strutturali miliardari?

Ci preoccupa anzitutto che cittadine e cittadini oggi non riescono più ad arrivare alla fine del mese perché costretti a sopportare costi eccessivi. Con l’iniziativa si rafforzerà il potere d’acquisto del ceto medio e medio-basso. Spetterà al Parlamento decidere dove reperire i fondi necessari. Persino i partiti borghesi avanzano idee, come una tassa sulle transazioni finanziarie. Sono fiduciosa.

In Parlamento a Berna si è tornati a parlare di premi in funzione del reddito. È sempre stato questo, il vostro vero obiettivo?

Il sistema attuale dei premi pro-capite – dove un top manager paga tanto quanto un’impiegata della vendita – è iniquo. Lo diciamo da tempo. La nostra iniziativa è un primo passo verso la sua correzione. I premi proporzionali al reddito restano l’obiettivo. Lo stesso vale per la cassa malati pubblica, che porterebbe trasparenza in questo settore.

Contro


Keystone
La consigliera nazionale ed ex consigliera di Stato vodese Jacqueline De Quattro (Plr)

Signora De Quattro, il 3 marzo popolo e cantoni hanno detto chiaramente sì alla 13esima Avs. Perché, a soli tre mesi di distanza, dovrebbero dire no a un’iniziativa che in fondo persegue lo stesso obiettivo: preservare il potere d’acquisto dei cittadini?

Perché lo Stato non è la risposta a tutti i nostri problemi. La tendenza del ‘tutto allo Stato’ è preoccupante e irresponsabile. E soprattutto ci costa molto caro, in particolare alla classe media e alle famiglie che pagano i servizi statali con le loro imposte. I soldi non crescono sotto gli alberi.

I premi dell’assicurazione malattie gravano sempre di più sul bilancio di un numero crescente di persone, comprese quelle che fanno parte della classe media. In assenza di premi proporzionali al reddito, per quale buona ragione questo correttivo sociale che sono i sussidi non dovrebbe essere rafforzato in maniera significativa?

Perché in questo modo ci accontentiamo di combattere i sintomi. Iniettiamo più denaro nel sistema, senza risolvere i veri problemi. Inoltre, l’iniziativa crea incentivi inappropriati e vanifica qualsiasi misura volta a controllare la spesa nel settore sanitario. Aumentare i sussidi significa anche rafforzare l’intervento dello Stato. Questo non è un buon rimedio: così si incoraggia la politica dell’annaffiatoio, mentre è necessario mantenere i sussidi per chi ne ha veramente bisogno.

Non dobbiamo nemmeno dimenticare che, in cifre assolute, l’aumento dei salari è superiore a quello dei premi di cassa malati. Ma questo non vogliamo sentirlo dire. Ovviamente è urgente e necessario agire per frenare l’aumento dei costi della sanità. Ma chiedere allo Stato di pagare i premi non risolve nulla.

Qual è, allora, il rimedio giusto? Un controprogetto che prevede solo un magro aumento dell’importo stanziato dai Cantoni per ridurre i premi?

Il Parlamento prende sul serio le preoccupazioni della popolazione. Il suo controprogetto prevede sgravi supplementari sui premi per complessivi 360 milioni circa di franchi l’anno, a seconda dei bisogni dei Cantoni. Non si tratta di un ‘magro’ aumento, ma di una risposta adeguata che protegge in modo mirato le persone a basso reddito dalla pressione finanziaria che rappresentano i premi. Inoltre, questa soluzione rispetta il federalismo, perché la sanità è nelle mani dei Cantoni. Infine, non chiediamo ai Cantoni più parsimoniosi di pagare per i Cantoni ‘cicala’.

L’iniziativa – a differenza del controprogetto – dovrebbe generare una pressione abbastanza importante, facendo sì che Confederazione e Cantoni si diano davvero da fare per tenere sotto controllo l’evoluzione dei costi.

È sbagliato. Il controprogetto contiene incentivi. Ad esempio, esige dai Cantoni un contributo minimo al finanziamento della riduzione dei premi. Inoltre, chiede loro di definire la quota massima che i premi possono rappresentare in rapporto al reddito disponibile. L’aumento della percentuale presa a carico progredisce in maniera lineare: più elevata è la percentuale dei premi sul reddito, più elevato è il contributo cantonale. I Cantoni conoscono la loro popolazione e possono stabilire quali riduzioni sono necessarie a casa loro. L’iniziativa, invece, introdurrebbe una gestione centralizzata.

Qual è il suo aspetto più problematico?

Come sempre, a pagare il conto saranno il ceto medio e le famiglie. Confederazione e Cantoni dovranno sostenere costi aggiuntivi fino a 11,7 miliardi di franchi all’anno a partire dal 2030. Si tratta di un importo doppio rispetto ai costi aggiuntivi legati al finanziamento della 13esima Avs. Se la quota della Confederazione (fino a 9 miliardi) sarà finanziata attraverso l’Iva, quest’ultima verrà aumentata di 2,3 punti al 10,4%. Ciò si tradurrà in un onere aggiuntivo di 1’200 franchi all’anno per una famiglia. Anche le persone più vulnerabili saranno colpite. Allo stesso tempo, aumenteranno anche le imposte cantonali, poiché i Cantoni dovranno pagare un terzo della riduzione dei premi. Ciò metterà ancora più a dura prova il potere d’acquisto delle famiglie.

Il suo cantone applica dal 2019 il tetto del 10% ai premi. Se la soluzione funziona bene da voi, perché non dovrebbe funzionare anche su scala nazionale?

Perché ha un costo esorbitante: circa 800 milioni di franchi all’anno per il canton Vaud, quasi il 10% del bilancio cantonale. Una cifra fenomenale, che aumenta costantemente perché la popolazione aumenta e invecchia. Questa misura, introdotta nel mio Cantone nell’ambito della terza riforma dell’imposizione delle imprese, è accompagnata da sgravi fiscali per le imprese. L’iniziativa del Ps non prevede alcuna compensazione di questo tipo. Infine, non tiene conto del fatto che ogni Cantone ha le sue peculiarità e il suo modo di gestire le finanze pubbliche.

Chi sono

Marina Carobbio Guscetti

Marina Carobbio Guscetti, 57 anni, è consigliera di Stato dal 2023. Dirige il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport. In precedenza è stata deputata al Gran Consiglio (1991-2007), al Consiglio nazionale (2007-2019, presidente nel 2019) e consigliera agli Stati (2019-2023). A lungo attiva come medico di famiglia, è stata tra le ‘menti’ dell’iniziativa lanciata dal Partito socialista svizzero a inizio 2020.

Jacqueline De Quattro

Già consigliera di Stato (2007-2019), la 63enne vodese Jacqueline De Quattro (Plr) è stata eletta per la prima volta al Consiglio nazionale nel 2019. Rieletta lo scorso autunno, è vicepresidente della Commissione della politica di sicurezza. Di professione è avvocato. Fa parte del comitato che raccomanda di votare due volte no il 9 giugno: a questa iniziativa e a quella del Centro per un freno ai costi della salute.

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